04 febbraio 2011 20:08 Cultura di Matteo Caruso

E' stato presentato a Palazzo Fioritto lo scorso 22 ottobre 2010 il libro scritto da Vincenzo Giagnorio. La manifestazione è stata promossa e organizzata dalla sezione del sindacato pensionati di San Nicandro, che con i suoi iscritti, dirigenti ed amici, tra cui l’inseparabile Giovanni Facchino, hanno riempito la sala, per applaudire il nostro poeta-scrittore.

«Questo lavoro - mi spiega Vincenzo - non è altro che l'elaborazione della mia opera prima autobiografica. Il mio passato, i miei ricordi». Il titolo di «Uai assai, mmort ma’» lo hanno dato giovani che hanno curato la pubblicazione. Opera composta di novantasei racconti, in puro vernacolo sannicandrese, molti in forma dialogica, ove si ammira la straordinaria vivacità comica e l’innata propensione satirica di Vincenzo.

Racconti di vita vissuta intensamente, narrazione di tradizioni locali, storie di personaggi noti, osservazioni e testimonianze attinte ovunque, insomma un affresco vivo del suo passato, delle sue esperienze e peripezie durante la guerra e anche dei suoi innumerevoli amori. Il libro curato da Angelo Frascaria e da Matteo Vocale è stato presentato al pubblico da Salvatore Villani e da Gino Annolfi ed edito dal Centro studi e tradizioni popolari del Gargano e della Capitanata (Rignano Garganico 2008).

Ha scritto la prefazione il professor Antonio Daniele, docente di letterature comparate presso l’Università di Foggia, il quale, tra l’altro scrive «Vincenzo è sensibile al favolismo, ove per favolismo si intende il recupero del conto e delle paraule, matrici essenziali della tradizione orale, caratteristica del nostro meridione».

Ciò che meraviglia non è tanto che Vincenzo abbia scritto un libro eccezionale, quanto il fatto che egli lo conosce quasi tutto a memoria; basta che gli ricordi un evento ed egli a memoria senza nessun intoppo recita quel racconto. E’ straordinario.

Vincenzo Giagnorio dedica più di 20 pagine alle vicende della sua vita nel suo manoscritto, ne traccio una sintesi estrema.

«Sono nato a San Nicandro Garganico il 5 novembre 1914 da povera, ma onesta famiglia di pescatori e dall’età di 10 anni, dopo aver frequentato la IV elementare, dovetti abbandonare la scuola ed assaporare l’amaro della vita. Cominciai a fare il pastorello col solo vitto e senza salario. A 12 anni andai a lavorare nei campi della Puglia. A 15 dovetti sostituire mio padre che a causa di una grave infermità non poté più lavorare. Cominciai a innamorarmi di Teresa. [...] A 20 anni fui chiamato al servizio militare di leva e partecipai al conflitto Italia-Etiopia del 1935. Servii la patria e mi congedai col grado di caporale. Nel 1939 fui richiamato di nuovo alle armi e fui mandato a combattere nell’Isola dell’Egeo, dimostrai volontà e capacità. Nel 1941 fui promosso caporal maggiore. Dopo l’armistizio il 20 ottobre 1943 fui deportato con altri amici in Germania, con la Liberazione il 13 agosto 1945 vennero gli americani per rimpatriarmi».

Ho saltato tante pagine della sua autobiografia dedicate a donne conosciute da Vincenzo: Teresa, Giovanna, Matilde, Sofia. Così conclude: «Però la cara Concetta mia moglie è stata il mio più grande amore, la compagna per 58 anni».

Vincenzo il vecchio pescatore è veramente un’amabile persona, lucido e apertissimo nei rapporti sociali. Noi del club Atletico da lui frequentato assiduamente ogni sera, in primis il Presidente Antonio Florio, lo coccoliamo come fosse nostro padre.

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