13 maggio 2017 09:47 Attualità di Antonio Monte

Nell’immediato dopo guerra, la disperazione costringeva i capifamiglia ad intraprendere qualsiasi tipo di lavoro pur di portare un pezzo di pane a casa. Molti se lo inventavano, come gli ambulanti di strada che barattavano di tutto, persino i capelli rimasti impigliati al pettine che staccati servivano per ottenere in cambio qualche spillo o qualche bottone.

Un giorno del mese di Maggio, forse neanche avevo compiuto tre anni, gironzolavo da solo nel mio quartiere quando una voce strillante m’incuriosì. Era la voce di un ambulante che tirava un carrettino rudimentale, costruito su due ruote di bicicletta. Nel carretto c’erano recipienti in cui travasare vino e olio, un sacco con legumi, un altro con farina e una sporta piena di paglia per le uova.

Fui attratto da una vecchia macchina fotografica montata su tre bastoni, una bambola, un cavallino a dondolo e un triciclo. In pratica l’ambulante offriva la possibilità di farsi scattare fotografie utilizzando come scenografia quei tre oggetti, chiedendo in cambio del servizio semplicemente degli alimenti. Qualcuno sceglieva per la propria figlia la bambola, qualcun’ altro per il proprio figlio il cavallino a dondolo. Quando il signore passò davanti alla mia abitazione, una delle mie sei sorelle capì il mio desiderio e mi chiese con che cosa avrei voluto farmi fotografare. Io indicai il triciclo. Mia sorella pregò mia madre di rinunciare a 3 uova per darle come prezzo della mia fotografia.

All’età di 27 anni fui assunto dalla banca in qualità di uomo di fatica. Periodo quello delle targhe alterne, quindi in molti avevano ripreso a pedalare oltre che per hobby. Si erano costituite anche molte società di cicloturisti e di cicloamatori. Le banche assumevano ex-professionisti per pubblicizzarsi nei diversi campionati amatoriali. Dopo quindici giorni dalla mia assunzione, la mia banca organizzò una gara ciclistica nei pressi di Colle Brianza.

La gara si svolgeva di Domenica. Io rinunciai alla pulizia della casa e ai compiti che come di consueto mi adoperavo a svolgere nell’unico giorno libero. In quel periodo, oltre al lavoro frequentavo la scuola serale percorrendo mediamente 70 Km. al giorno in bicicletta (casa-lavoro, lavoro-scuola, scuola-casa). Ero molto allenato e mi fu facile raggiungere il percorso di gara. Anzi mi appostai in salita per meglio vedere arrivare i corridori. Uno dei miei colleghi in gara passò leggermente distaccato dagli altri. Montai in sella lo affiancai e cominciai a spingerlo. Dietro arrivava la macchina della giuria, con all’interno, il Direttore di gara e una moto guidata da un poliziotto. Mi dirottarono quindi fuori strada.

Il mattino seguente fui chiamato per presentarmi al servizio del Personale. Pensai subito al licenziamento, invece Il responsabile mi fece accomodare e con buone maniere m’invitò a far parte della squadra ciclistica spiegandomi il motivo: “mi hanno riferito che vai forte in salita”. Confidai che non avevo mai utilizzato una bici da corsa e che avevo abbandonato la campagna garganica per motivi di salute. “Alla salute verificheremo”, rispose, “la valuterà il medico sportivo”. Per due volte il Dott. Pierfederici mi fece sottoporre a controlli e per tutte e due le volte i risultati furono più che positivi.

Secondo Il medico la probabile guarigione era da attribuirsi al cambio dell’aria sebbene quella di Milano fosse più umida e all’attività fisica praticata con la bicicletta. Poi ridendo aggiunse “oppure il Santo della tua terra, Padre Pio, ti ha miracolato” (io ne resto fermamente convinto). Così diventai “un forzato della strada”. Quasi tutte le Domeniche gareggiavo con ex-professionisti per disputare i campionati italiani amatoriali bancari. Non ho mai vinto però ero sempre il primo a cadere. Una volta, in una volata ad Asti, riportai un trauma cranico e quando in ospedale ripresi conoscenza firmai per uscire e al lunedì mi presentai al lavoro.

Un anno, risultai decimo in classifica generale tra gli amatori bancari e fui ammesso a partecipare al campionato amatoriale di Arti e Mestieri, riservato ai primi dieci classificati di ogni categoria: metalmeccanici, giornalisti, forze dell’ordine, bancari, assicurativi ecc. In quell’occasione su oltre 100 concorrenti mi piazzai al diciottesimo posto. La gara si disputò a Salò, sullo stesso percorso destinato ai professionisti per il campionato del mondo di ciclismo su strada. Un anno gli amici del Gargano m’informarono che al 2 di Ottobre si sarebbe svolta una gara ciclistica organizzata dal gruppo sportivo del mio Paese. Erano due anni che avevo cessato di allenarmi lo, accettai lo stesso l’invito. Mi sentivo ancora un atleta sicuro di ben figurare. Rimediai una figuraccia, i corridori foggiani mi staccarono proprio in salita.

La bici da piccolo mi scoppiò come passione quasi a divenire una ossessionata professione. Ho girato in lungo e largo la pianura, riempiendomi polmoni d’aria fresca, d’aria pura. Pedalavo per non essere obeso e malridotto né prigioniero della poltrona del salotto. Ma sapessi come sa di sale il salire, quanta sete viene lungo l’ascesa, fiato e cuore si fan sentire fino al raggiungere della discesa. Curvo sul manubrio quasi a tagliare il vuoto, l’enigma dell’equilibrio resta sempre il moto. Il vento asciuga il sudore dal viso, i denti stretti simulano la smorfia di sorriso, di nulla e di nessuno si ha riguardo pur di raggiungere per primo il traguardo. Alla vista dell’arrivo mi stringevo i pedali con fermezza raccogliendo le forze nonostante la stanchezza. Bella era la mia divisa con più di un colore e mai ho indossato quella tricolore.

La foto scattata a Montelupo Fiorentino in un campionato italiano, a quarantotto anni di età al centro dei due ex- professionisti che avevano partecipato ai giri d’Italia e ai tours di Francia a: Ottavio Crepaldi, gregario di Gianni Motta e Alfredo Chinetti, salito per tre anni sul podio al giro di Lombardia.

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