10 luglio 2017 18:30 Attualità di Federico Giagnorio

    Facciamo un briefing prima del meeting, non vorrei trovarmi impreparato. Appena finito mangiamo qualcosa al fast-food, magari un toast al volo, tanto domani smaltiamo con un po’ di footing. Nel pomeriggio un giro in spider, facciamo pit-stop per un coffee break, e infine andiamo a prepararci per la cena. A proposito, penso che indosserò un tight.
    Se come me pensate che ci siano troppi termini inglesi in quello che avete appena letto, ho da dirvi un paio di cose: siete dalla mia parte e…non sono tutti termini inglesi.

    Se da una parte è vero che alcune parole non sono nate in Italia, ma derivate da usi o invenzioni estere, è pur vero che ormai non ci si sforza più di tanto a trovare l’equivalente, la traduzione o coniare il termine adatto per la nostra lingua. In fondo è un po’ trendy, no?
    Quanto tempo perso per D’Annunzio. Fosse nato oggi il sandwich, probabilmente nessuno si sarebbe preso la briga di chiamarlo “tramezzino”. È che spesso, soprattutto da parte dei più giovani, questo tipo di linguaggio viene accostato o scambiato per il nuovo, il moderno; aggiungendo poi una bella dose di astute mosse di mercato (o marketing?) la frittata è fatta.
    Fossi femmina, non mi sognerei mai di indossare una calzamaglia, mentre un leggings più volentieri, anche se sono la stessa cosa in fondo. Parlando di marketing, posso mica vendere lo stesso articolo per anni, chiamandolo sempre nello stesso modo? Oggi calzamaglia, domani pantacollant, poi fuseaux, poi leggings, semplice no? E c’è anche chi vuol farci credere che ci siano differenze, quando in realtà si tratta solo di una sorta di “evoluzione” del prodotto.

    Sia chiaro, in un mondo dove la globalizzazione tende a uniformare costumi, culture e pensieri, tutto questo ne è una diretta conseguenza. Il dibattito se sia giusto o meno, non ci interessa. È normale che ci debba essere una lingua unica di riferimento per dialogare tra i popoli. Un tempo non ce n’era l’esigenza; tra le due guerre mondiali ad esempio, molta gente non conosceva neanche le città adiacenti alla propria, ma l’aspetto peggiore di tutto questo è il parlare forzatamente lo pseudo-inglese.

    Footing, ovvero la corsa utile a tenersi in forma, è un termine che non potremmo mai usare oltre i nostri confini. In inglese non avrebbe significato, o meglio, significherebbe tutt’altro. L’automobile che parcheggiamo nel box, sarebbe un’automobile che parcheggiamo in una scatola; e poveri bambini, anche loro li lasciamo a giocare in una scatola durante i primi passi. Rispettivamente dovrebbero essere garage, parola di origine francese usata anche oltreoceano, e playpen. Negli Stati Uniti non potremmo mai comprare uno smoking, al massimo un tuxedo o una dinner jacket, e neanche un tight, che letteralmente significa “stretto/attillato”.

    Fare footing però è quella che preferisco. Con un po’ di sarcasmo si potrebbe dire che stiamo “piedando”. Mi viene in mente quando, da buontemponi, si fa finta di parlare spagnolo aggiungendo una -s a qualsiasi sostantivo. Così avviene per l’inglese: basta fare una desinenza in -ing e il gioco è fatto. Questi vengono definiti pseudo-prestiti; mal riusciti, a mio avviso.

    Perché accade tutto questo allora? Perché foneticamente più attraenti, interessanti, e socialmente più prestigiosi. Allora ecco come il dirigente diventa il manager, la riunione diventa il meeting, la bambinaia diventa baby-sitter e lo spettacolo diventa lo show.

    D’altro canto, sfido chiunque, me compreso, a non cadere nella trappola. Da piccolo mi vergognavo a dire “OK”, adesso quasi mi vergogno a dire “d’accordo” o, perlomeno, lo uso molto meno a favore dell’equivalente di origine americana.

    Discorso a parte per i prestiti linguistici non adattati. Tutti guardiamo un film, usiamo il computer e scriviamo sui blog. Italianizzarli oggi sarebbe eccessivo, da anni Trenta. Guardare una pellicola, usare il calcolatore e scrivere tracce sulla rete non potrà mai entrare a far parte del nostro linguaggio; anche se vi invito a riflettere su che tipo di approccio può avere chi, a quei termini, associa il suo esatto significato.

    La lista potrebbe continuare a oltranza: flipper, camping, autogrill, bar, gadget, hostess, toast, spider…sono tutte parole dall’aspetto straniere, ma prive di significato o dal significato diverso.

    Non sono un linguista, e non mi serve esserlo, per affermare che la nostra è tra la più belle lingue del mondo, dove ogni termine nasconde, oltre al significato attribuitogli, altre sfumature che puoi cogliere solo scavando a fondo nella sua etimologia. L’Italiano è una lingua stupenda di cui conosciamo solo una piccolissima parte. È affascinante, abbonda dei più curiosi modi di dire e delle più raffinate parole per designare un particolare contesto o attività. Le espressioni idiomatiche, convenzionalmente usate nella comunicazione odierna, affondano le proprie radici nella storia e nei detti popolari di matrice folkloristica. Evoluta nel corso dei tempi – come tutte le lingue, per carità –, ma che oggi è in fase di stallo.

    Sarà colpa dell’influenza mediatica, ma se posso usare una parola italiana per dire qualcosa, perché usare l’equivalente inglese o, peggio ancora, inventarmela di sana pianta?
    Dedicassimo la stessa attenzione per impararlo veramente l’Inglese, non ci troveremmo oggi ad essere i peggiori in Europa, ma questo resti tra noi. D’altronde vogliamo parlare Inglese sì, ma all’italiana.

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