18 settembre 2017 08:48 Attualità di Federico Giagnorio

    Ci sono due scuole di pensiero riguardo l’uso dei dialetti nel parlato. Se da una parte un uso eccessivo può essere considerato zotico e primitivo, dall’altra si sostiene che smettere di parlarlo significherebbe perdere definitivamente le proprie origini culturali di appartenenza. Sentir parlare le nostre nonne è un po’ come ascoltare un’altra lingua: le capisci, ma non conosci i termini; causa la scomparsa di oggetti tradizionali, il più delle volte legati a usi e mestieri millenari.

    Se è pur vero che col passare del tempo si assiste a un sempre più forte appiattimento culturale, nonché linguistico, nel Meridione, parlare dialetto. continua a far parte del DNA della stragrande maggioranza della popolazione.

    La soluzione migliore la si trova sempre nel mezzo. Conservare e tramandare il proprio dialetto è sicuramente lodevole, ma non guasterebbe sapersi esprimere in modo adeguato fuori dai confini cittadini.

    Leggenda narra di un ragazzo che, emigrato per esigenze lavorative, era desideroso del tradizionale pane e pomodoro. Recatosi dal fruttivendolo per comprare il necessario e, non sapendo la qualità da scegliere, ha richiesto “pomodori che si esprimono sul pane”. 

    L’aneddoto, ahimè, è vero. Se non vogliamo fare la magra figura del nostro leggendario amico, faremmo bene a non tradurre letteralmente i nostri modi di dire che, in Italiano, non hanno senso o potrebbero avere una dubbia interpretazione.

    Ecco una simpatica lista dei 10 modi di dire sannicandresi da non usare assolutamente in Italiano:

NdA: per una migliore comprensione si fa presente che nella trascrizione dialettale la “e” non accentata è muta. Vanno pronunciate  solo la “è” grave ed “é” acuta, rispettivamente di “bebè” e “perché” (Es. “mio figlio” trad. “figghjeme”, “soffia vento” trad. “ména vènde”).

10. Facile ritrovarsi in situazioni di ritardo. Non rispettare l’ora prefissata è antipatico ed è sempre consigliabile essere puntuali ma, se proprio volete mettere fretta a qualcuno, non spronatelo a fare “una cosa di giorno”. Non riuscirete mai a fare na cosa de jorne se prima dovete spiegare al vostro interlocutore cosa significhi.

9. Più che un modo di dire, è un modo di fare. Abbiamo l’abitudine di passeggiare mméze ‘o chjane il sabato sera; esortare un forestiero a fare due passi “in mezzo al piano” non è molto sensato. Ancor peggio, quando qualcuno vi chiede un posto in cui recarsi la sera per uscire e vi salta in mente di consigliargli ‘o cummènde, se come reazione non volete una faccia allibita, non ditegli che noi sannicandresi “andiamo al convento”.

8. Magari potremmo ritrovarci a fare compere. Per fortuna nei negozi, botteghe o centri commerciali, c’è sempre l’etichetta a indicarci il prezzo dell’articolo in questione. Se mai dovesse mancare, evitate di chiedere alla commessa “quando viene?”

Quando viene chi? Altamente sconsigliata anche la traduzione letterale dell’eventuale risposta: “vé a ccustà quinnec’èure”.

7. Molto probabilmente alcuni modi di dire sono estranei o poco usati dai più grandicelli. Anche il dialetto è in evoluzione: vanno in disuso sostantivi e verbi per far posto a nuove espressioni idiomatiche. Vedere un ragazzo divertirsi in bici o in moto, eseguendo giochetti vari ed evoluzioni acquisite da doti di dubbia provenienza, è considerato come uno che ce tira i zziòne. Dire però che Pinco Pallino “si tira le azioni” dà più l’idea di uno che ha strani modi di fare in Borsa.

6. Spesso, per toglierci qualcuno dalle scatole, gli diciamo di netto: “Ngaudete i pide”. Lontani dal nostro paesello è inutile invitare qualcuno a “riscaldarsi i piedi”: è improduttivo. Ditegli di stare alla larga o – appunto – di togliersi dalle scatole, anche se nessuna locuzione potrà mai cogliere nel segno come l’originale.

5. Dopo un fattaccio o scherzo poco piacevole, l’artefice beffardo ha i secondi contanti. “Mo va’ fujènne” è l’invito che gli viene dato dalla vittima. Sostituisce spesso anche il modo di dire: “Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala”, ma una cosa è certa, mai dire in Italiano “Adesso vai correndo”. Soprattutto perché se vuoi acchiapparlo, evita di farlo prima scappare intenzionalmente. Bah!

4. Ci stiamo avvicinando al podio e la faccenda inizia a farsi scottante! Come quelli che fanno cose con veemenza, anzi le fanno proprio che tutte u sanghe all’occhje. Perché noi siamo gente per bene, ma se ci fanno incazzare, reagiamo “con tutto il sangue agli occhi”.

3. Sul gradino più basso del podio troviamo quelli – o quelle – che hanno quasi finito di prepararsi prima di uscire.

    «Io sono pronta, tu ne hai ancora per molto?»

    «Il tempo di farmi il capo e arrivo».

Non so come dirvelo ma, a meno che non abbiate una relazione segreta col vostro datore di lavoro – e vogliate renderla pubblica –, non è molto consigliabile tradurre me facce u cape. Se proprio ci tenete alla vostra immagine, meglio tenerle segrete le vostre faccende amorose.

2. Nuovi arrivi in famiglia, la cicogna ci ha fatto visita! È nato un bellissimo bambino e si vede tanto a chi somiglia, ‘a speccecate la ciocca ‘o patre. Diciamo la verità, è raccapricciante anche sentirlo dire in dialetto, sarebbe da abolire questo modo di dire. Non so che razza di gente frequentiate ma, eccetto non abbiate appena fatto visita a Jason Voorhees, evitate di dire che “ha staccato la testa al padre”.

1. Rullo di tamburi per la numero uno e…badate bene voi turisti, quelli che non si lasciano sfuggire neanche la più piccola cittadina ai bordi del mondo. Come dalle nostre parti ci tengono alle loro feste e alle loro tradizioni, soprattutto le ricorrenze religiose e i cortei, le processioni. Vi prego, se mai sentite dei fuochi d’artificio, dei mortaretti, delle batterie pirotecniche per strada, evitate di dire che “stanno sparando appresso alla Madonna”. Vi prego!

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