02 ottobre 2017 08:20 Attualità di Federico Giagnorio

    Sono fermamente convinto che si possa misurare il grado di civiltà di un paese, più nello specifico di una città, osservando il modo in cui rispettano le file e – soprattutto – nel modo di guidare. Puoi notarlo anche a primo impatto, non appena hai messo piede in un posto nuovo, figuriamoci se in quel posto ci vivi da quando sei nato.

    Parlare di modalità di guida è un po’ riduttivo, ci metterei nel calderone tutto ciò che riguarda la viabilità e il rispetto dell’ordine civico, senza fare eccezioni: automobilisti, ciclisti, pedoni, pulizia, cassonetti e…strade. Già, perché le stesse persone che le percorrono, sono quelle che le hanno costruite.

    Non è mia intenzione mettere alla gogna qualcuno o farne una questione politica, assolutamente no. D’altronde, anche volendo, non si potrebbe dare la colpa a nessuno. Da quando è cominciata la mia esistenza ci sono state amministrazioni di tutti i tipi e colori: centro, destra e sinistra, come ci piace chiamarle. Io ho visto solo persone.

    Come ogni argomento riguardante questa rubrica, lo spunto viene dal quotidiano. La scintilla che ha innescato la miccia è stata leggere un cartello pubblicitario, all’apparenza “normale” e innocuo, che nasconde dietro un’enciclopedia di considerazioni da fare: VENDESI ASFALTO PER BUCHE STRADALI. A primo acchito così strano non è, cosa c’è di male a pubblicizzare un proprio prodotto? Assolutamente nulla, anche io lo farei. Infatti il problema non è chi lo vende, ma perché si vende.

    Ho da poco fatto sistemare le sospensioni della mia auto che, se potesse parlare, mi direbbe di cambiare residenza. Non ci giurerei, ma una volta sembra l’abbia sussurrato per davvero. Vorrei dare la colpa alla strada di casa mia, ma so che stiamo tutti sulla stessa barca. Ognuno di noi potrebbe raccontare di quella volta che ha forato una gomma, che ha spaccato i cerchioni, che ha fatto un capitombolo o di quando si è bagnato fino al ginocchio infilando un piede in una pozzanghera, perché qui, le strade, sono un disastro.

    Lo sono da sempre e, cosa che più fa paura, ce ne siamo assuefatti. Siamo talmente abituati a questo stato di cose che ormai corrisponde alla normalità, così tanto che l’asfalto per sistemare una buca lo devi comprare tu, con tanto di posa in opera e, non dimentichiamolo, rischio di multa. Può sembrare assurdo, ma non potremmo, come risistemare un marciapiedi o tenere un vaso floreale davanti casa. Allora succede che il cittadino si rimbocca le maniche e, a spese sue, deve mettere un po’ di ordine, con i relativi rischi (in cui non incapperà mai). Qualche rattoppo qua e là fino alla prossima pioggia o fino al prossimo scavo della ditta di turno. Ci siamo talmente abituati che quando viene semplicemente svolto l’ordinario, questo fa notizia con relativo passaparola sfrenato:

    «Hai sentito? Hanno tappato i fossi su via Gramsci»,

    «Hanno tagliato le erbacce sui marciapiedi di via Lauro»,

    «Oh, ieri hanno fatto le multe», e arrivederci alla prossima puntata.

    È talmente lontano dalla nostra concezione di normalità che tutto questo fa notizia, mentre noi, cittadini modello senza macchia e senza peccato, sì che sappiamo come ci si dovrebbe comportare e tenere in ordine le cose.

    Mi piace dividere in tre categorie i Sannicandresi alla guida: quelli scellerati e irrecuperabili, che volontariamente o per ignoranza, fanno tutto quello che di sbagliato detta il codice della strada, non rispettano le regole neanche per errore e, anzi, pensano che essere ligi sia declassante; in contrapposizione ci sono gli automobilisti modello, cintura di sicurezza, indicatori di direzione, parcheggi corretti, limiti di velocità…quelli che multerebbero perfino le forze dell’ordine; infine ci sono gli indecisi, quelli che non sanno da che parte schierarsi, sanno come andrebbero fatte le cose, solo a parole, e alla fine scelgono sempre di parteggiare con la prima categoria, perché “tanto lo fanno tutti”.

    Fortunatamente la percentuale di mele marce è la più bassa in assoluto, ma purtroppo sono le uniche che fanno notizia e rendono invivibile una cittadina. Sfortunatamente la mela marcia fa marcire il resto del cesto.

    Alzi la mano chi non ha mai parcheggiato in doppia fila o azionato gli indicatori di emergenza per fare la spesa, come se quelle quattro frecce giustifichino la sosta. Quella stessa persona sa che non potrebbe, si lamenta degli altri che fanno la stessa cosa, e non gliene importa nulla. Quel briciolo di scrupolosità latente lo porta quantomeno a segnalare l’”anomalia”: questo non sistema certo le cose. Adesso immaginiamo di percorrere due chilometri in macchina, tra fossi e lavori in corso da far impallidire la Salerno-Reggio Calabria, inchiodati dietro il tizio in attesa del figlio che esca da scuola, nel mezzo della carreggiata, «Tanto è solo un minuto, puoi aspettare»; di fare lo slalom e infilarci al centimetro tra auto in sosta selvaggia, «Dai che riesci a passare, c’è spazio per un autotreno» è la più classica tra le citazioni del caso; svoltare tre isolati più avanti perché ognuna delle strade precedenti è bloccata da chi ha appena finito di lavorare e ha fretta di comprare il pane, «Tanto puoi fare il giro», poi magari deve passare un mezzo di soccorso e il suo pane è più importante della vita di una persona. Be’, questo non è proprio il mio prototipo di giornata ideale.

    Qualcuno sostiene che il popolo vada istruito, altri che almeno nelle piccole cose dovremmo moderarci da soli: questo è un Uroboro che non ha ragione d’esistere. La città è di tutti, renderla un posto vivibile porterebbe solo giovamento, a nessuno escluso. Non sistema problematiche di maggiore rilevanza, ma di sicuro è un ottimo inizio. 

    Dal canto mio, cerco sempre di tirarmi fuori da quel cesto. Probabilmente nessuno di noi è immacolato, ma una mela è sempre buona finché non marcisce del tutto.

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