16 ottobre 2017 08:51 Attualità di Federico Giagnorio

    Conosco una miriade di gente, chi più e chi meno, di sesso ed età differenti, conosco il forestiero, il prete, l’impiegato…e se c’è una cosa che accomuna tutti, ma proprio tutti, è l’essere “figli”. Tutti siamo figli, di una madre e un padre, anche se a volte non li conosciamo. Figli biologici o d’adozione, poco importa.

    Sfogliavo qua e là le pagine dell’etere, alla ricerca di un argomento che non è tardato ad arrivare. Una citazione.

    «Non si fa un figlio perché si “deve” fare o per dimostrare al mondo di essere “funzionante”. Non si fa un figlio se non si è nemmeno in grado di prendersi cura di se stessi.»

    E allora potrei fermarmi qui, cos’altro potrei aggiungere a chi riesce a leggere tra le righe di quelle semplici parole, a chi sa cogliere il vero senso della citazione? Basta guardarsi attorno, è l’esempio di molti.

    La frase è di mia sorella, non ho avuto bisogno di andare lontano, e l’ho fatta mia cercando di darle un senso. A volte penso che se esistesse un manuale sul “Come vivere”, sarebbe tutto molto più facile. Un best-seller, solo di vendite appunto, perché in fondo non lo leggerebbe nessuno: siamo tutti così bravi a stabilire cosa sia giusto fare, nelle nostre vite e in quelle degli altri, soprattutto dei nostri figli.

    Conosco gente così egocentrica che ha figli solo per avere un back-up del proprio DNA. Se sei avvocato, vuoi che tuo figlio faccia l’avvocato; così come il ragioniere, il farmacista, il notaio. Conosco gente sposata a cui l’unica cosa che riescono a dirgli è: “Quando farete un bambino?” Come se avessero bisogno della loro approvazione per decidersi a farlo.

    Non c’è niente di male a dirlo, per carità, ma dovremmo pensare a quanto possa influire quella semplice domanda, anche se pronunciata ingenuamente, nella vita di quella coppia, tanto da spingerla a procreare per sentirsi adeguata alla società, tanto da essere all’altezza delle aspettative e dei desideri altrui. Unico risultato: un completo fallimento.

    Cosa insegniamo ai nostri figli? Insegniamo loro le tabelline, che uno più uno fa due e che Berlino è la capitale della Germania. Insegniamo loro che un giorno avranno il compito di farci diventare nonni. Gli diciamo di non correre, di non sudarsi, di non piangere, di studiare. Li costringiamo a suonare il nostro strumento preferito, a danzare, a dipingere; devono sposare l’uomo che piace a noi, devono, devono, devono…quando insegneremo loro anche che cosa sono? Basterebbe solo quello. Ed ecco che mancano le basi.

    Apri la porta di casa, esci e sentiti inadeguato se a cinquant’anni non hai trovato la tua anima gemella, perché questo mondo non ti appartiene. Questo è il mondo dei genitori che sono più preoccupati a farsi amare dai loro figli che di educarli, più ansiosi di proteggerli che di sopportarne eventuali conflitti. Questo è il mondo dei padri che si limitano ad insegnare solo quello che sanno, delle madri che la loro gioventù era più bella e degna di essere vissuta, e magari era quello che si sentivano dire a loro volta. Questa è una società senza progresso collettivo.

    Non limitarti a insegnare a tuo figlio solo quello che sai tu, perché siete nati in epoche diverse. Non sgridarlo senza spiegargli i suoi errori, se non vuoi crescere un bugiardo. Non umiliarlo in pubblico, se vuoi che un giorno sappia difendersi. Non scegliere sempre per lui, altrimenti non saprà prendere le sue decisioni. Non risolvergli ogni minimo problema, neanche i compiti per casa, se vuoi renderlo forte. Non paragonarlo a nessuno, se non vuoi impiantare in lui il seme dell’invidia. Non creargli problemi senza motivo per sfogare i tuoi insuccessi, se non vuoi che si chiuda in se stesso e si senta in colpa per tutto. Rispetta sempre le tue promesse, altrimenti – per lui – le parole non varranno nulla, perché il primo comandamento di ogni genitore è quello di essere coerente. Ma soprattutto, lascia che tuo figlio se ne vada per la sua strada, se vuoi che rimanga con te.

    E se è vero che non siamo in grado di prenderci cura di noi stessi, possiamo imparare e farlo, da oggi, prima di inserire il prossimo anello alla nostra catena. Ridimensioniamo l’ego e armiamoci di umiltà. Ogni vita vale la pena di essere vissuta, il momento del raccolto arriva per tutti.

    Che tu abbia bisogno del tempo necessario, o se quel momento difficilmente arriverà, poco importa. Alla base della felicità c’è ben altro. I figli non sono la proiezione di noi stessi, non è la continuità della nostra vita attraverso quella di un altro. Ci rendiamo immortali grazie alle nostre azioni, alle nostre parole, e non siamo in debito con nessuno.

    Impariamo a crescere, anche a cent’anni, e facciamolo con la stessa cura con cui cresceremmo un bambino, e amiamoci, prima di ogni altra cosa, il resto sarà solo il risultato delle attenzioni che abbiamo dato a noi stessi.    

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