23 ottobre 2017 09:13 Attualità di Federico Giagnorio

    Eravamo seduti su una panchina di parco San Michele, tra una chiacchiera e una risata stavamo godendoci gli ultimi scampoli di sole, prima che l’autunno volga sempre più verso l’inverno, lasciandosi alle spalle un’estate ormai andata.     C’era Enza intenta a raccogliere la foglia giusta per la sua lezione di botanica a scuola. Le parole sono come grilli, saltellano di argomento in argomento senza neanche accorgertene, tant’è che ci siamo ritrovati a parlare di cinema e consigliarci film, più lei a me in verità, focalizzando l’attenzione sul “compito” che dovrebbe avere un lungometraggio: lasciarti qualcosa. Uno spunto di riflessione, un quesito, un insegnamento.

    Più passa il tempo e più mi diventa difficile trovare qualcosa che vada in armonia coi miei gusti in materia di film. Il mercato cinematografico è saturo di americanate, di imitazioni di americanate e di commedie di basso rango, quelle da cinepanettone, che ormai hanno monopolizzato il cinema italiano portandolo sempre più in basso. Saranno gusti, ma proprio non le digerisco, non ne guardo uno dai tempi delle medie, quando con l’intera classe andammo a vedere Tifosi al Cinema Italia.

    Non credo di essere l’unico, ma il più delle volte, terminata una pellicola, ho come l’impressione di averla già vista un milione di volte. È vero, cambia il contesto, gli attori, lo scenario, il periodo storico, ma trita e ritrita la storia è sempre quella. Questo perché le dinamiche che smuovono una storia sono sempre le stesse. C’è l’eroe, il protagonista, c’è il suo obiettivo e gli ostacoli nel mezzo. Su questi tre semplici punti si basano nove storie su dieci, per essere generoso. Che sia un romanzo, una commedia o una serie tv, la regola è sempre valida.

    La prima cosa da fare è instaurare un legame tra lo spettatore e il protagonista delle vicende, creare empatia, cosicché si tenda a tifare dalla sua parte; porgli un obiettivo, che sia materiale o meno non ha importanza; collocare ostacoli lungo il suo percorso, il più delle volte impersonati da un antagonista. 

    "Tutto qui?” 

    “Tutto qui!”

    La vera differenza sta nel “come” racconti quella storia. Se la racconti bene e la rendi interessante, la tua sarà una bella storia. Se infrangi tutte le regole e continua ad essere interessante, allora hai fatto un capolavoro.

    In quanti si sono chiesti come mai La grande bellezza abbia vinto l’oscar? Be’, forse potranno rivalutarla con un occhio diverso da ora. Io invece mi chiedo come mai in alcuni casi tifo più per il “cattivo”. Io, la stessa persona che invita gentilmente un geco a uscire di casa, invece di schiacciarlo.

    Negli ultimi anni, due sono i villani che più mi hanno segnato, e insegnato, seppur inseriti in generi poco ortodossi. Il personaggio di John Kramer in Saw - L’enigmista e Negan, nella fortunata serie televisiva The walking dead, tratta dall’omonimo fumetto. Parlare dell’uno o dell’altro credo non sia il caso, tuttavia voglio soffermarmi un attimo sul “creatore” del secondo antagonista, che risponde al nome di Robert Kirkman.

    The walking dead ha nulla di originale, eppure è tra le serie di maggior successo degli ultimi anni. La figura dello zombie, seppur già esistente nella cultura folkloristica di alcune popolazioni, si è fatta spazio nell’immaginario collettivo in età moderna grazie al compianto George Romero che, a metà degli anni Settanta, ha trovato la sua fortuna grazie ai morti viventi. Da lì in poi è stato un susseguirsi di interpretazioni personali di scrittori e sceneggiatori che hanno dato vita a opere più o meno di successo, fino agli anni Duemila, quando Kirkman rimescola le carte in tavola e decide di porsi e porci delle domande: il vero pericolo sono loro o la società che ci circonda? Cosa accadrebbe se gli equilibri della società così come la conosciamo, venissero a mancare?

    Ed ecco come una bella storia può diventare un capolavoro, anche senza inventare nulla di nuovo, solo dando una chiave di lettura diversa. Quando il protagonista e l’antagonista non esistono più ed esiste solo la prospettiva da cui guardiamo le cose. Quando il percorso non è solo quello materiale, ma anche quello interiore. Quando non conta più di tanto il raggiungimento di un traguardo, se la strada percorsa interiormente ti ha portato a crescere e vincere ancor prima di aver scritto la parola “fine”, ma prima di scriverla anche a questo articolo: parlando di autunno e foglie, mi sono ritrovato a parlare di zombie passando per i grilli e, cosa più strana di tutte, siete arrivati a leggere fino alla fine.

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