27 novembre 2017 08:28 Attualità di Federico Giagnorio

    Un giorno come tanti, una serata come tante.

    «Posso offrirvi una tisana, un posto al caldo e guardiamo delle foto?» ci diceva Nicola non più di qualche giorno fa.

    Perché no?

    Ho sempre amato guardare fotografie. Tra tutte le arti è quella più affascinante, la più universale di tutte. Non esiste casa senza ricordi immortalati in una fotografia. Possono mancare libri, dipinti, ma le foto proprio no.

    Parlano, ti raccontano un momento e lo fanno in assoluto silenzio. La fotografia è un input, una chiave che apre cassetti segreti nella memoria di ognuno. Un passe-partout, un cardine in comune con tante porte, a ciascuno la sua, a ognuno il ricordo legato a quell’istante che, anche se vissuto insieme, ha un liaison differente.

    Riconosci il periodo in cui è stata scattata dai colori, dai modi di vestire, dalle acconciature, dai segnali stradali, dall’arredo. A volte anche da chi: dai modi di interpretare e immortalare il proprio punto di vista su pellicola. Poi ci sono quelle in bianco e nero, quando la tecnologia ancora non prendeva il sopravvento nella nostra quotidianità.

    Amo le foto di San Nicandro in bianco e nero, ne ho una discreta collezione e – come tutti – mi piace fare parallelismi, trovare le differenze tra il “com’era” e il “com’è”, quello che mancava ancora e quello che invece non c’è più. Non scarseggia neanche quel pizzico di curiosità nello scoprire che volto aveva un conoscente anni o decenni prima.

    Proprio non riesco a immaginare mia madre da piccola a colori. Nella sua infanzia era in bianco e nero, i colori gli sono stati dipinti addosso col passare del tempo, così come al resto della città. 

    Già, il tempo, ritorna sempre il tempo, col treno delle immagini; in un modo o nell’altro, alleggeriscono il fardello dalla memoria, ti lasciano solo il perno a cui fare presa per riavvolgere il nastro.

    Fotografia. Foto-grafia. Phos come “luce”, graphis come “scrittura”. “Scrivere con la luce” è l’etimologia della parola. Scattarne una significa collaborare con il Sole, lo stesso che consente la vita sulla Terra.

    Un tempo se ne scattava solo una nell’arco dell’intera esistenza, forse due. Il fotografo il più delle volte era pittore: il risultato su carta andava ritoccato, andava reso “reale”. Non a caso i nostri nonni dicono di “farsi un ritratto”. Era un momento unico nella vita, oramai accessibile a tutti, non solo ai pochi benestanti che potevano permettersi un vero ritrattista.

    Dal momento in cui si apre l’otturatore al momento in cui si chiude, trascorre una frazione di secondo e, in quel preciso istante, bisogna essere perfetti. L’espressione migliore, l’abito migliore; schiena dritta a sorreggere volti solenni che lasciano il segno visivo del loro passaggio sulla Terra, non più solo ricordi tramandati oralmente.

    Guardo le foto a mezzo busto dei miei avi, erano uomini e donne. Poi guardo le foto delle nostre gite scolastiche, del Battesimo, dei pomeriggi a giocare e delle occasioni speciali. Si comprava il rullino da 24 o da 30, più quello di scorta. Ogni foto era scelta con cura, solo il meritevole andava a imprimersi su pellicola. Non si poteva sbagliare, bisognava razionare.

    Fino agli anni Novanta prendevamo in giro i Cinesi che, ovunque andassero, avevano al loro seguito una macchina fotografica. Li prendevamo in giro per questo e perché ne facevano a bizzeffe, ritraevano tutto, anche ciò che era insignificante dal nostro punto di vista. Proviamo oggi a farci scattare una foto di gruppo, indipendentemente da chi sia l’artefice avremo minimo tre o quattro copie della stessa immagine, “per sicurezza”. Quando ci troviamo di fronte il bel monumento o il bel paesaggio, ne facciamo solo una? Meglio abbondare “per sicurezza”. Sarebbe meglio dire che siamo insicuri, e fin troppo.

    A volte mi chiedo se erano i Cinesi ad essere avanti o noi a tornare indietro. Mi chiedo se non sarà l’ennesima arte a diventare qualcosa di scontato, qualcosa che non susciterà più lo stesso stupore e ammirazione dai posteri.

    Sempre più foto intasano le nostre memorie digitali, così tante da non volerle più guardare. Fotografiamo persino il cibo e i palchi dei concerti a centinaia di metri di distanza. Non sarà più interessante sfogliare quegli album. Foto tutte uguali senza un’anima. Foto che perdono di significato.

    I momenti vanno vissuti, non sperperati.

    Il nostro primo bacio, il concerto fuori dall’ordinario, il Natale in famiglia; non saranno mille foto a tener vivi i ricordi speciali. Poche saranno più che sufficienti, la mente farà tutto il resto. Poche che non ci priveranno di viverli appieno quegli istanti. 

    Loro suggeriscono. Suggerire è creare, descrivere è distruggere. Un giorno lontano ne avremo nuovamente bisogno, di una fotografia, di una chiave in grado di riaprire qualche cassetto nella memoria.

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