01 gennaio 2018 08:28 Attualità di Federico Giagnorio

    Quale migliore occasione per regalare un po’ di buon umore? E allora cominciamo il nuovo anno con un bel sorriso.

    Il titolo, palesemente sbagliato, ha una triplice funzione: qualora non l’aveste notato, cosa che dubito fortemente, è un indizio a quanto sta per seguire; funge da esca per chi è curioso di scoprire se si tratti di uno scherzo o di un redattore un po’ “distratto”; in ultimo, la mia preferita, un buon metodo “anti-sgamo” per smascherare chi commenta e giudica un articolo soffermandosi al solo titolo.

    Dopo “I 10 modi di dire sannicandresi da non usare in Italiano” (per chi l’avesse perso, è consultabile a questo link) ecco una carrellata di “traduzioni fatte male” dal nostro dialetto alla forma italianizzata che, di Italiano, hanno ben poco. La raccolta di quanto segue ha preso vita in modo autonomo, mi sono solo adoperato al fine di farne una raccolta ripescandoli tra i commenti all’articolo summenzionato e aneddoti raccontati oralmente al sottoscritto. Chissà che ne seguiranno ancora altri o sia presente lo strafalcione segnalato da voi stessi.

  1. Partiamo con un evergreen, come è stato definito dalla  stessa segnalazione di Adriana, di un modo di dire sannicandrese italianizzato male. «Sali la valigia» e «Scendi la spesa», o nella forma più complessa: «Salile sopra» e «Scendimele giù». Ci siamo cascati un po’ tutti in questa forma verbale alquanto incomprensibile, almeno una volta con ogni probabilità, il problema è chi continua a usarla con convinzione.
  2. Sempre tra le vostre segnalazioni, un invito molto simpatico: «Al di fuori dei nostri confini, non andate a comprare le “chiuche”, non vi capirebbero.» Come dare torto a Silvia? A meno che, per “ciuca”, non intendiate la femmina dell’asino. A questo punto però, vedo difficile riuscirne a trovare in un negozio di generi alimentari o dal tabaccaio, oltre che impossibile poterle trasportare in tasca.
  3. Restando in tema di ciuchi, da cui deriva il nostro sostantivo dialettale ciuccio, mi hanno raccontato di quella volta, in Emilia Romagna, quando alla domanda del commesso: «Vi serve una busta?» Maria ha risposto prontamente: «Sì, grazie, che siamo carichi come ciucci.» Probabilmente il commesso avrà pensato ai ciucci per bebè, chissà, ma quando Maria è stata avvisata dell’errore, ormai era troppo tardi.
  4. Lucia ci ha parlato invece, di quella volta in cui ha chiesto un permesso per assentarsi da lavoro per un appuntamento dal dentista. Motivo? «Devo tirarmi un dente.» Tra le risate delle sue colleghe, ha poi dovuto spiegare che non aveva intenzione né di allungarlo, né di lanciarlo a qualcuno, solo che avrebbe dovuto asportarlo con un’estrazione dentaria.
  5. Cose strane accadono in quel di Roma a casa della figlia di Rosanna, quando un giorno, le stoviglie, hanno preso vita e fatto una precisa richiesta: un po’ di igiene. «Questi piatti vogliono essere lavati», è stata la frase incriminata. Risposta ovvia delle sue amiche: «Perché, te l’hanno chiesto loro?» Miscredenti, a volte può succedere!
  6. Sannicandresi ovunque, questa volta ci troviamo a Bologna. Matteo ci racconta di un piccolo intoppo: un nostro compaesano alle prese con un cancello che non ne voleva sapere di chiudersi. Gira e rigira, finalmente è stata individuata l’origine del problema. «Il cancello non si chiude, si è rotto il maschietto.»
  7. In paesi piccoli c’è sempre buona probabilità di conoscere qualcuno e scoprire di avere un certo grado di parentela. I parenti stretti solitamente li conosciamo tutti, e bene, poi ci sono i parenti lontani. Laura ha espresso tutta la sua felicità al suo collega di lavoro dicendogli: «Ma lo sai che siamo stracciaparenti
  8. Mentre Laura ci invita a non dimenticare le foglie miste, verdure locali a volte anche un po’ confuse, c’è la professoressa Angela che ha spesso ragazzi che si assentano a scuola per motivi di salute. Niente da ridire, di questi tempi è facile prendere freddo e cadere malato. Ma lo immaginate uno che cade malato? Oltre il danno, la beffa.
  9. Poi c’è l’amico, l’amica o la zia mentre parla al telefono. Oltre all’immancabile “Prondo?” e l’introdurre del discorso con parole tipo “Essendi…” (proprio così, con due “S” e la “D”), è capitato proprio al sottoscritto di chiedere all’interlocutore una semplice cosa: «Non riesco a capire bene quello che dici, sento molto eco», la risposta ha dell’assurdo a pensarci bene: «Sto nel portone». E sì, c’è gente che ha la capacità di stare proprio “dentro” il portone, tra le fibre di legno o nello stipite di pietra.
  10. In ultimo la mia preferita, aneddoto che mi è stato raccontato non più di qualche giorno fa. Immaginando la scena ho letteralmente pianto dalle risate. C’era questa nonna in trasferta per la laurea della nipote che, in vista dell’evento, ha pensato bene di accompagnare con un bel mazzo di fiori il regalo destinato alla neo-laureanda. Constatando preoccupata che la fioraia stava abbondando troppo nella composizione, l’ha fermata di netto dicendole a gran voce: «Scema, scema…» La reazione della venditrice, secondo le testimonianze, si attestava in una via di mezzo tra l’essere incredula e l’essere stizzita, di buon ragione direi. Adesso vaglielo a spiegare che la nonna stava semplicemente usando la voce del verbo scemare.

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