22 febbraio 2017 10:15 Tradizioni di Leo Caputo

L’annuale ricorrenza del Carnevale, in passato particolarmente attesa e celebrata da molti sannicandresi, conserva, per certi aspetti, la caratteristica di una vera e propria festa, basata su usanze molto originali, consolidate nel tempo e coinvolgenti per tutta la popolazione. 

Le origini possono essere fissate a qualche centinaio di anni fa, in base alle testimonianze scritte esistenti nella cultura locale; la durata si estendeva dal 17 gennaio - commemorazione di Sant’Antonio abate  con i tradizionali fuochi davanti alle chiese e nei quartieri più popolosi (come attesta il proverbio “A Sant’Antòn, masckur’ e son’) – alla  Prima Domenica di Quaresima, con la tradizione della esposizione della Quarantana, pupattola con abiti semplici, simbolo del periodo di “quarantena”, intesa come privazione di alcuni cibi e periodo di riflessione spirituale, in preparazione alla solenne festività religiosa di Pasqua. Ma solitamente, tre sono i giorni in cui si concentrano le attività legate al carnevale, la domenica, il lunedì e il martedì precedenti la ricorrenza delle Ceneri, fissata generalmente quaranta giorni prima di Pasqua.

Ed è proprio in questi tre giorni che, solitamente, si manifestavano la spontaneità, un ricco senso di fantasia e la partecipazione popolare nella totale libertà di scegliere, con assoluta e originale “mupìa”,  cosa indossare per ogni giorno della ricorrenza: da una semplice maschera fatta di qualsiasi indumento, indossato magari al rovescio, a costumi tipici come Arlecchino, Pulcinella o altro, ma dando – spesso -  priorità e importanza al tradizionale ed elaborato abito, per la donna, della “pacchiana”, in più versioni – quella ricca e quella di ceto medio, in base ai monili d’oro indossati per ostentare una certa ricchezza – accompagnata dall’uomo – fidanzato o marito o papà o altro parente – con una giacca di velluto marrone, gambali di pelle da pastore, scarpe grosse, una camicia bianca e un berretto pure di velluto marrone con nappina; era ciò che si indossava il giorno del matrimonio, per ricordare il lavoro più antico e più praticato da tanti sannicandresi, più o meno ricchi, in base al possesso di case e animali d’allevamento.

Oltre 50 anni fa, a carnevale, “il pastore” andava a casa della “pacchiana” su un cavallo, senza basto e bardato per l’occasione, con una bisaccia a tracolla, ampia e piena di confetti che lanciava a caso, per la gioia e la fame di tanti ragazzi che, affamati e divertiti, seguivano “il pastore”. Si racconta pure che qualche giovane innamorato approfittava di questa circostanza per entrare di sorpresa nella casa dell’amata e baciarla; questo gesto significava che i due erano uniti per sempre da reciproco amore e, quindi, dovevano sposarsi.

La formazione di gruppi musicali organizzati da tempo o spontanei, in abiti zingareschi, in giro per il paese, era un’altra caratteristica tipica del carnevale paesano, cioè divertirsi insieme senza limiti, fra balli, danze e concertini, nelle piazze principali, per dimenticare i problemi quotidiani legati alla povertà e alle preoccupazioni, intingendo volentieri, in un buon bicchiere di vino locale, il dolce preparato per l’occasione, u’ pupurat’.

A questi gruppi si aggiungevano altri, specializzati nell’interpretare i ditt’, storie, episodi del proprio vissuto quotidiano, spesso scritti da contadini, per lo più analfabeti, ma dotati di estro, fantasia e talento per cui erano conosciuti ed apprezzati più di tanti intellettuali dell’epoca, abili in altre attività letterarie.

Nel tempo, la fantasia, l’originalità e la “mupìa” dei sannicandresi si sono sviluppate, tanto da richiamare curiosi e ammiratori anche da altri centri garganici e di Capitanata, specialmente grazie ad alcuni  concittadini che sono diventati l’emblema del carnevale, dei veri e propri personaggi ispirati a episodi curiosi o avvenimenti legati alle condizioni economiche del momento e che hanno sempre raccontato con brio e ironia: il duo “Tr’petta e Cusumickj’, i fratelli Angelo e Nicola Campanozzi, insieme all’amico Giovanni Vocale “Camatedda”, con scenette divertentissime e  costumi sgargianti, anche piuttosto costosi (la mupìa è anche questo!), Matteo del Gargano con le sue rime per interpretare la vita quotidiana, Michele Grana, uno dei pochi sannicandresi ancora capaci di destare curiosità, interesse e spunti di riflessione,  un perfetto  “cantastorie”, senza maschera, con le sue interpretazioni satiriche fondamentalmente dirette a colpire la politica locale o episodi di una certa rilevanza, quasi sempre recenti.

Un apprezzamento speciale va a Rosetta DonnannoBuono, una sannicandrese che vive a San Severo ma che, ogni anno, durante il Carnevale,  si reca nel suo paese natìo,  naturalmente in maschera, accompagnandosi con la fisarmonica e la sua voce possente e inconfondibile per mantenere vivo il Carnevale, dimostrando attaccamento alla propria terra natale, alla sua cultura e alle belle tradizioni di una volta.  Mattatrice di grande esperienza artistica, da sempre domina la scena, coinvolgendo tutti i presenti con la sua inesauribile simpatia e voglia di spensieratezza, come nella nostra più vera tradizione, senza far intravvedere gli acciacchi immancabili di una ultraottantenne 

Certamente sarà in mezzo a noi anche quest’anno, mascherata, ma ancora forte e briosa regina della festa, titolo che le è stato attribuito lo scorso anno dall’associazione “L’allegra cumpagnìa”. Eccetto questi personaggi, dei quali, però, solo alcuni hanno continuato a partecipare per lo più costantemente e attivamente in questi ultimi anni, non si vede più quella partecipazione massiccia né l’originalità del passato sia perché manca la fantasia e l’iniziativa e anche perché la popolazione si è ridotta notevolmente per mancanza di nascite o perché, a causa della crisi occupazionale, molte famiglie hanno dovuto spostarsi altrove, nel Nord o all’Estero.

Per quanto apprezzabile, per un certo periodo, l’iniziativa di organizzare sfilate con carri allegorici e gruppi sorti spontaneamente, allo scopo di rendere coinvolgente e partecipato l’evento, come facilmente accade altrove, a San Nicandro non c’è stato l’esito sperato, perché questa forma di divertimento e intrattenimento collettivo non fa parte della tradizione locale, ma soprattutto perché  nessuno, per questi tre giorni di assoluto divertimento in maschera, si è mai sognato di imbrigliare la fantasia di una popolazione con delle regole e dei concorsi a premi; come a “voler deviare un fiume in piena, lasciando che l’acqua scorra nel suo alveo secolare”  ha scritto, a tal proposito, in uno dei suoi libri, Enzo Lordi, apprezzatissimo storico e scrittore locale e indimenticato amico.

Certamente un doveroso omaggio va alle associazioni “Esperanza” e “La Fenice” che, negli anni più recenti, si sono distinte per l’impegno e l’originalità dei progetti realizzati con carri, costumi ed animazione. Bisogna, però, cancellare l’abitudine di sfilare soltanto nel rione Stazione, lungo via Gramsci e terminare a piazza IV Novembre, senza passare per il corso principale. L’ideale sarebbe creare dei carri adeguati alle strade strette del centro (via Roma, Corso Umberto I°, Corso Garibaldi), per poterci sfilare animando anche le traverse normalmente spopolate e silenziose, pur trovandosi a ridosso dei luoghi più affollati.

Inoltre ciò che ha fatto letteralmente scomparire l’essenza del carnevale paesano è stato il fenomeno dei veglioni, organizzati da ristoratori o parrocchie o associazioni, proprio nel periodo della ricorrenza. Per carità, non sono contrario alle feste e alle iniziative di gruppo, che ritengo indispensabili se ci si vuole divertire, ma quando si parla di carnevale, non è questo il modo di festeggiarlo secondo la tradizione; qualsiasi iniziativa privata deve essere programmata e realizzata in altri momenti e giornate precedenti, in modo che tutti i sannicandresi, in maschera,  possano stare in strada per sfogarsi nel ballo e nel divertimento comune, da protagonisti, girando il paese in lungo e in largo, anche nelle zone periferiche. Non deve essere soltanto la Pro Loco né l’Amministrazione comunale né l’iniziativa privata di qualche associazione, nonostante la crisi economica in atto, a creare occasioni per motivare la gente a rinnovare la tradizione del carnevale. Ognuno deve sentirsi chiamato in causa, anche con una mascherata semplice, poiché basta poco, un pizzico di fantasia, tutti insieme, come tanto tempo fa, quando il nostro carnevale era rinomato e attirava la curiosità di molti forestieri, che ora non vediamo più! Non tutti i residenti contribuiscono a realizzarlo; preferiscono piuttosto vedere e, magari,  a giudicare la sfilata di quei pochi ardimentosi che, solitamente, sfidano anche il freddo e le intemperie, essendo in pieno inverno. Potrà questo carnevale continuare ad avere vita come una volta? Come i nostri antenati ci hanno insegnato, dobbiamo sentirci orgogliosi custodi delle nostre tradizioni e impegnarci in ogni modo per mantenerle vive e farle conoscere alle giovani generazioni, affinché seguano il nostro esempio.

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