di Leo Caputo
Nella sua vita,Marie Curieè stata la prima in tutto. La studentessa più brava, una laurea col massimo dei voti, una seconda laurea. La prima donna a vincere il premio Nobel, per la Fisica – nel 1903 – e per la Chimica – nel 1911. La prima a conseguire un dottorato alla Sorbona, la prima insegnante. Una pioniera mai appagata e una guerriera fragile. Una donna complessa. Crescere sapendo di avere grandi capacità. Saper di poter diventare “qualcuno”. Di tutto dubitare, ma mai di questo. Ecco la sua storia. (Stefania Podda).
Nata nel 1867, a Varsavia, in una famiglia dovel’eccellenzaera vista come un compito naturale in una gara virtuosa a raggiungerla, fra i suoi genitori e i suoi fratelli, Maria Skłodowska, ha vissuto una vita straordinaria, avendo una personalità davvero eccezionale, perché, anche se nata in un Paese arretrato come la Polonia – sotto il dominio zarista – che voleva cancellare ogni traccia dell’identità polacca e non concedeva alle donne l’istruzione universitaria né di occupare cariche pubbliche, riuscì a trasferirsi e a realizzare in Francia il sogno didedicare la propria vita agli studi scientifici. Seguendo l’esempio dei suoi genitori (il padre era un uomo di grande valore umano e dalla cultura vastissima, professore di Chimica e Fisica, appassionato di letteratura e di musica; la madre, ammirevole per la forte personalità sul piano affettivo e professionale, fu anche direttrice di un istituto femminile), Maria fece un patto con la sorella Bronislawa, come lei convinta positivista in una società ultracattolica: avrebbe lavorato come governante e istitutrice per sostenere gli studi di lei a Parigi fino alla laurea, ottenuta la quale, sarebbe stata lei a mantenere Maria nella capitale francese dove cambiò il proprio nome in Marie e si iscrisse alla Sorbona. Colpisce profondamente il gran numero di pregiudizi e ostacoli che dovette affrontare, in un mondo, quello accademico, dove le donne semplicemente non eranopreviste. Nel 1894 conobbe il famoso scienziato Pierre Curie, e lo sposò un anno dopo, formando il sodalizio scientifico-familiare più famoso della storia, ma tragicamente interrotto nel 1906 quando lui, scivolato sotto una carrozza mentre attraversava un viale a Parigi, morì. Vedova, con due figlie che non sempre poteva seguire nella crescita fisica e culturale, sebbene molto apprezzata per gli studi pioneristici sulla radioattività, compiuti insieme al marito e riconosciuti nel premio Nobel, Marie era sempre circondata da una società che la guardava condiffidenza perché donna, ma anche perché straniera.
«La vita non è facile per nessuno. E allora? Bisogna credere alla propria vocazione per qualcosa, e bisogna dunque raggiungerlo questo qualcosa. E a qualunque costo» ripeteva, lottando continuamente per conquistare il ruolo che le spettava, come ricercatrice e scienziata ad alto livello, sfidando la sua epoca e il destino che quel tempo le assegnava in un mondo di uomini. <Dopo la morte di Pierre, alla Sorbona prese il posto del marito sulla cattedra di Fisica. Un grande traguardo, assegnato per la prima volta a una donna, ma apparve a molti come “l’eredità dell’illustre vedova” più che il riconoscimento delle sue capacità> (Paolo Virtuani). Inoltre, nel 1910, contro di lei si scatenò un’emblematica battaglia – da parte degli ambienti più conservatori – contro l’ipotesi della sua ammissione all’Accademia francese delle Scienze. I giornali la citavano nuovamente come Maria Sklodowska la polacca, facendo intendere che per essere nata in Polonia potesse averesangue ebraiconelle vene, alimentando, così, odio e disprezzo in una Francia “ancora lacerata dall’Affaire Dreyfus” [a seguito dell’accusa di tradimento e spionaggio a favore della Germania mossa nei confronti del capitano alsaziano di origine ebraica Alfred Dreyfus, il quale era innocente. Il vero responsabile era difatti il maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy].
Ancora difficoltà e rischi per la sua reputazione l’anno seguente, quando scoppiò lo scandalo per la relazione con Paul Langevin, ex studente di Pierre e ora assistente di Marie, più giovane di lei, sposato con quattro figli e una moglie piuttosto violenta e gelosa, che fece di tutto per riaverlo in casa, infangando senza pietà il buon nome della scienziata, definita la “straniera rubamariti” e invitandola a lasciare la Francia. In realtà Langevin era infelice e si confidava con Marie che lo considerava un buon amico e lo accoglieva in casa come un fratello che amò in ogni senso.
Albert Einstein,dopo una vacanza assieme a lei e alle sue due figlie, commentò: «È una donna fredda come un’aringa». Per amor del vero, Einstein stimò molto la Curie e tra i due ci furono confronti profondi. Infatti, anni dopo, nella circostanza dello scandalo con Langevin, le scrisse una lettera di solidarietà, esortandola a non dare retta “alla gentaglia e ai rettili”. Il comitato del premio Nobel tenne in bilico la sua seconda candidatura e le chiese addirittura “spiegazioni” per la sua relazione. La vicenda le causò una crisi depressiva e la rottura definitiva della relazionecon Langevin.
Per essere donna, Marie Curie non fece mai parte dell’Accademia delle Scienze ma, 28 anni dopo, ad una sua allieva toccò questo onore che lo dedicò implicitamente alla sua docente scienziata.
-La sua salute si andava facendo sempre più malferma, per i reni gravemente danneggiati, cui si aggiungevano i tormenti per lo scandalo, la fatica per il lavoro e un forte senso di colpa per aver gettato un’ombra sul cognome del marito. Nessun uomo ebbe più un ruolo nella sua vita. Le due figlie costituivano la sua forza e il pensiero di vivere, nonostante la partecipazione con la Croce Rossa alla guerra, in cui si distinse per il suo forte impegno, utilizzando i raggi X per meglio individuare le malattie ed aiutare i chirurghi ad operare con precisione. Con la fine della guerra, la sua cara Polonia tornava uno Stato libero ed indipendente e ciò la risollevava molto. Lo scandalo Langevin sembrava lontanissimo. Marie riacquistava pienamente la sua reputazione personale e professionale, impegnata nellacura del cancroper salvare milioni di vite, andando in giro per il mondo allo scopo di procurarsi i fondi per le sue ricerche, trascurando la sua salute e il malessere oramai inevitabile. Morì di anemia aplastica, non avendo nemmeno compiuto nemmeno 67 anni, col midollo osseo completamente distrutto per le continue esposizioni alle radiazioni..
Al suo funerale, il 6 luglio 1934, c’erano gli amici di sempre, le due figlie, l’amata sorella da Varsavia, scienziati, politici e personalità da tutto il mondo. Una cerimonia semplicissima. Venne sepolta vestita di bianco, lei che si era sempre vestita di nero. La sua bara fu calata sopra quella di Pierre e ricoperta anche da un pugno di terra polacca, l’ultimo omaggio della famiglia alla cara e adorata Marie Sklodowska Curie.





