Il ridisegno della mappa dei Comuni montani in Puglia non è solo una questione di altimetria, ma un cambio di paradigma che sta sollevando diverse perplessità tecniche e politiche. Come ricostruito in un approfondimento de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, l'applicazione della nuova "legge sulla montagna" (la 131/2025) ha portato a una netta riduzione degli enti classificati come montani nella regione, passati da 54 a 33.
L'intervento, voluto dal ministro per gli Affari Regionali Roberto Calderoli, nasceva dall'esigenza di razionalizzare un elenco che nel tempo aveva accumulato diverse anomalie, includendo paradossalmente anche grandi aree metropolitane come Roma e Bologna. L'obiettivo era dunque "ripulire" le liste per direzionare meglio i fondi.
Tuttavia, il criterio scelto per operare questa selezione è stato di natura puramente altimetrica. Questa impostazione ha creato situazioni di oggettivo contrasto in territori morfologicamente complessi come quelli pugliesi. Molti Comuni del Sud, pur avendo centri abitati in quota, possiedono vaste estensioni di terreni agricoli a valle; questo abbassa la media altimetrica complessiva, facendoli scivolare fuori dai parametri ministeriali. Il risultato è una frammentazione di aree storicamente omogenee, come il Gargano o i Monti Dauni, dove oggi paesi confinanti e con le medesime criticità strutturali ricevono trattamenti normativi opposti.
Dopo una fase di trattativa tra Governo, Regioni e Anci, il numero dei Comuni montani a livello nazionale è stato parzialmente rialzato rispetto alle prime bozze, ma per la Puglia il taglio resta significativo.
Tra i 33 centri rimasti in elenco figurano i nuovi ingressi di Altamura, Gravina e Martina Franca. Restano confermati Biccari, che detiene il punto più alto della regione con i 1.151 metri di Monte Cornacchia, e Volturara Appula.
Escono dalla classificazione 24 centri, tra cui spiccano località di rilievo come Vieste, Peschici, San Nicandro Garganico, Troia, Ruvo di Puglia, Massafra e Laterza.
San Nicandro rischia di perdere parte della propria economia. Fino a oggi, infatti, i terreni agricoli situati nei comuni montani godevano dell'esenzione totale dall'IMU. A San Nicandro, dove la proprietà terriera è estremamente frammentata e molte famiglie coltivano piccoli appezzamenti per autoconsumo o integrazione del reddito, la reintroduzione di questa imposta rappresenta un nuovo onere fisso. Per chi non è un agricoltore professionale ma cura la propria terra "per passione" o necessità, il costo della tassazione rischia di superare il valore stesso della produzione, incentivando l'abbandono dei campi.
Il punto centrale della vicenda non è formale, ma economico. L'esclusione dall'elenco comporta l'impossibilità di accedere alla quota parte dei 200 milioni di euro stanziati dal Fondo Montagna per settori chiave come sanità, istruzione e incentivi alle imprese.
Proprio su questo fronte si sta muovendo l'Anci Puglia. La presidente Fiorenza Pascazio e il delegato Noè Andreano, come riporta La Gazzetta del Mezzogiorno, si sono rivolti al governatore Antonio Decaro per chiedere un intervento correttivo. L'ipotesi sul tavolo è che la Regione Puglia possa intervenire con fondi propri per integrare le risorse mancanti o trovare una formula tecnica che permetta di includere nel riparto anche i comuni stralciati dalla riforma nazionale. L'obiettivo dichiarato è l'istituzione di un tavolo tecnico-politico per gestire gli effetti di quella che viene definita una vera e propria "distorsione" dei criteri geografici.