Dalla malinconia alla felicità

La malinconia. Verso la fine di settembre le persone accusano una specie di tristezza sociale, ovvero una particolare forma di malinconia legata al recente arrivo dell’autunno, almeno da calendario. Può succedere che tale malessere affligga anche noi. Magari in forma più lieve rispetto alla seguente narrazione:

“Questa vita è un ospedale in cui ogni malato vuole cambiare letto. C’è chi vorrebbe soffrire di fronte alla stufa, e c’è chi invece crede che guarirà a fianco della finestra. Non si è mai soddisfatti e sembra quasi di stare bene sempre da un’altra parte. Dove non si è presenti.

La questione del trasloco è un tema che discuto continuamente con la mia anima.

“Dimmi, anima mia, povera anima infreddolita, che te ne pare se ce ne andassimo ad abitare a Lisbona? Là fa molto caldo e tu acquisterai forza come una lucertola. Quella città è sul bordo dell’acqua; è stata costruita in marmo, e la gente odia la vegetazione, al punto tale che strappa tutti gli alberi”. La mia anima non risponde. “Dal momento che ami tanto il riposo, con lo spettacolo del movimento, vuoi venire ad abitare in Olanda, una terra beatificante? Che ne pensi di Rotterdam, tu che ami le foreste degli alberi maestri, e le navi ancorate ai piedi delle case?”. La mia anima rimane muta. “Forse ti piace di più Batavia? In questa città troviamo lo spirito dell’Europa congiunto alla bellezza tropicale”. Nemmeno una parola. Che la mia anima sia morta? 

Sei dunque arrivata a tal punto di torpore che ti compiaci solo del tuo male? Se è così, fuggiamo verso i paesi che sono analogie della Morte. Ho capito la nostra questione, povera anima! Faremo le valigie per Torneo. Andiamo ancora più lontano, fino al limite estremo del Baltico; e se è possibile ancora più lontano dalla vita: installiamoci al Polo. Dove il sole rade la terra solo obliquamente, e le lente alternative della luce e della notte sopprimono la varietà e aumentano la monotonia, questo emisfero del niente. Là potremo prendere lunghi bagni di tenebre, mentre le aurore boreali, per divertirci, ci invieranno di tanto in tanto i loro fasci rosei, come riflessi di un fuoco d’artificio infernale!”.

Alla fine, la mia anima esplose e, saggiamente, esclamando mi disse: “Non importa dove! Non importa dove! Purché sia fuori di questo mondo!”.

Quanto sopra rappresenta uno dei cinquanta poemetti della raccolta “Lo Spleen di Parigi” il cui autore, Charles Baudelaire, attraverso un viaggio introspettivo nella coscienza, sonda sentimenti e abitudini, descrivendo un tratto stravagante del nostro modo di essere. Ovvero un desiderio di fuga da ciò che ci circonda, da una realtà materialista e soffocante. Un grido di ribellione romantica contro la mediocrità ed i vincoli della società moderna. Come lo sono, a San Nicandro Garganico, i lacci e lacciuoli imposti dall’opprimente mondo del lavoro i quali, finite le vacanze, spingono molti sannicandresi a tornare nella città dove vivono e svolgono la loro attività. Rendendo triste anche chi resta. Insomma, l’emblema della condizione moderna é un’anima sensibile e tormentata che, soffocata dalla realtà, cerca disperatamente una via d’uscita. Qualsiasi via d’uscita. Purché la porti fuori dai confini asfissianti del mondo così come è conosciuto e vissuto. Lo spleen é un inno alla fuga, al viaggio come possibilità di salvezza. “Dovunque purché sia fuori da questo mondo!”. Un sentimento che forse, in qualche momento della nostra vita e in misura diversa,  abbiamo provato un po' tutti. In definitiva, si tratta di uno stato d'animo caratterizzato da una profonda malinconia, insoddisfazione, noia o tristezza. Un malessere psichico diffuso che si traduce in ciclotimia, ansia, angoscia, depressione. Senza una ragione precisa che provochi questo malumore. La noia è una insofferenza radicata, una paura -infiltrata nella psiche- che non può essere superata, anche perché si evita di affrontarla. “L’uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita. Arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo”: una frase di Italo Calvino che tocca abissali corde interiori. Nondimeno, quello che oggi ci viene chiesto non è di non avere paura, quanto di essere coraggiosi. Senza prospettare scontri, lotte o cure. Non a caso nella nota canzone “Tristezza per favore vai via”, per la disintossicazione si rivolge una semplice preghiera alla malinconia affinché tale sentimento si allontani il più presto possibile. Come sfuggire allo spleen? Certamente non con la fuga dal vuoto in cui dolorosamente cerchiamo di ritrovare noi stessi. Quando ci relazioniamo con tale demone affrontiamo un sentimento di scoraggiamento laddove il rimedio, ovvero il viaggio, non produce una vera e propria liberazione. Perché il supplizio è dentro di noi e, pertanto, neanche l’alcool, le droghe o l'amore riescono a liberarci definitivamente dallo spleen. Le paure infantili, infatti, non ci abbandonano mai. Sembrano mutare ma si annidano dentro di noi e per superarle bisogna conviverci pacificamente. Tuttavia, l’uomo non sempre é incontentabile poiché, alla fine, si tratta di uno stato d’animo saltuario, transitorio, intermittente. Ed anche qui, a San Nicandro, forse conviene restare momentaneamente inappagati e delusi, magari con un po' di amarezza e scontento. Perché soltanto la Morte ci può liberare definitivamente dallo spleen.

La felicità. In settembre l’allegria che avevamo riposto nella bella stagione vola via. Si vive in un tempo sospeso in cui l’estate sta svanendo e l’autunno meteorologico lentamente si affaccia. Ha un’anima complicata, tagliente. Si ama, si odia. A volte entrambe le cose. Porta con sé la malinconia. Ma è un momento dell’anno che ci fa altresì fremere di desideri, progetti e nuovi inizi. Così, spesso ci rifugiamo nei buoni propositi, pronti a concretizzare sogni che non hanno ancora trovato spazio. In settembre, dunque, coltiviamo il sentimento del contrario, cioè la capacità di cogliere il dolore dietro la leggerezza, e viceversa, la gioia nei momenti di crisi. Questo mese ci insegna a custodire speranza anche nei momenti grigi in quanto la fase di oscurità e cambiamento non é mai definitiva, ma prepara il terreno alla rinascita. C’é una poesia, intitolata “Settembre”, nella quale Luigi Pirandello descrive l’importanza di curare la nostra vita interiore:

Le speranze se ne vanno - come rondini a fin d’anno:  torneranno? …………… vaghe rondini, se mai - con i rai del mio Sole tornerete, - le casucce vostre liete      troverete.

Si tratta di un invito a credere nel ritorno della felicità anche quando sembra lontana, proprio come la natura ci insegna con il ritmo ciclico delle stagioni. Il Sole é la metafora della forza interiore: per rinascere (facendo rifiorire ciò che è stato perduto) dobbiamo guardare senza timore dentro un luogo impervio: dentro sé stesso. Fermentando l’energia vitale che sta al nostro interno. L’atmosfera comunque è magica. Anche se lo stato d’animo è irrequieto perché la vita non garantisce più la necessaria gioia quotidiana, facendo subentrare una struggente nostalgia. Fin quando è estate tutto è rigoglioso, pieno di vita e di colore. Le rondini che migrano a fine estate, invece, raffigurano le gioie che si allontanano. Riportando gli umani alla vita di tutti i giorni, lasciando un senso di vuoto e straziante paranoia. La domanda “torneranno?” è un dubbio universale, che tutti ci poniamo nei momenti di criticità. Come uscirne? Le fasi di luce e felicità possono allontanarsi, ma mai svanire del tutto. La felicità, infatti, viene presentata come stagionale: destinata a partire e forse, un giorno, a tornare. A queso punto il Sole che alberga in noi diventa strumento di resilienza in quanto il cuore (inteso come sede dei sentimenti e delle passioni) non si indurisce nonostante la tristezza. Resilienza significa resistere. In che modo? Costruendoci una parte intima, di resistenza ma anche di conforto, con cui ripartire davanti a quella che è la nostra quotidianità.

Per concludere, il mese di settembre, con il suo equilibrio fragile tra luce e ombra, diventa simbolo di tutte le fasi di transizione della vita, quando ci sembra di perdere qualcosa di prezioso e restiamo in attesa. Però la felicità non torna per forza, automaticamente: dobbiamo essere capaci di accoglierla. Confrontandosi con la propria interiorità, coltivando l’intimità. Quindi, occorre ritagliarsi alcuni minuti in cui ci concentriamo su noi stessi. Perché la felicità non è un dono esterno, bensì una fiamma che custodiamo ed alimentiamo noi medesimi al nostro interno, frutto di una resistenza emotiva e spirituale. Una lezione di forza silenziosa. In altri termini, con  senso di fiducia, mediante un dialogo con il proprio io, possiamo tranquillamente superare il periodo malinconico senza lasciarci schiacciare. In attesa di una più luminosa rigenerazione esistenziale. In attesa della bellezza che tornerà. 

 

Francesco Sticozzi 

Menu