C’è una frase che sentiamo ripetere così spesso da non metterla più in discussione: non conviene riparare.
La diciamo con leggerezza, come fosse una legge di natura, non una scelta economica e politica.
Si rompe un frigorifero, una lavatrice, un forno. Prima ancora di capire cosa non funziona, la sentenza è già emessa: si cambia. Nessun appello.
Non perché sia inevitabile, ma perché ci hanno insegnato che è normale.
Che è efficiente.
Che è moderno.
E invece no.
Se non fosse stato per un amico — uno di quelli che non ti dice “compra il nuovo”, ma “proviamo” — probabilmente avrei ceduto.
Non per mancanza di soldi, ma per mancanza di tempo.
Che poi è la moneta più cara di tutte.
Questo frigorifero è stato riparato.
Con una spesa minima, qualche decina di euro e tempi non immediati — sì, tempi scomodi, non compatibili con la frenesia del consumo.
È ancora in funzione dopo due anni.
Anche se smettesse domani, avrebbe già dimostrato una verità cruda: la riparazione era la scelta economicamente più sensata. Non solo perché ha evitato una spesa di centinaia di euro, ma perché ha rimandato nel tempo un acquisto importante, liberando risorse per altro.
Tutto il resto è propaganda.
Perché la cultura dell’usa e getta non nasce dal progresso tecnologico, ma da un modello economico preciso: uno in cui conviene che le cose durino poco, che si rompano in fretta, che non siano pensate per essere aggiustate.
Non è un limite tecnico, è una strategia.
Nel frattempo, abbiamo smantellato un pezzo intero di economia reale.
I piccoli riparatori hanno smesso di lavorare.
I negozi di ricambi hanno chiuso perché “non c’era più domanda”.
Le competenze manuali e tecniche si sono estinte non perché inutili, ma perché rese inutilizzabili.
E quando un mestiere muore, non muore da solo.
Muore l’indotto.
Muore il sapere che si tramanda.
Muore la possibilità, per un territorio, di essere autonomo, anche solo per un po’.
Non è un caso che oggi si parli sempre più spesso di diritto alla riparazione.
Non come battaglia ideologica, ma come risposta a un sistema che ha reso difficile — quando non impossibile — aggiustare ciò che si possiede: manuali introvabili, pezzi di ricambio negati, componenti sigillati, software che blocca interventi non autorizzati.
Non è il mercato che decide, è il progetto.
Il paradosso è evidente: mentre a parole si invoca la sostenibilità, nella pratica si ostacola chi vuole far durare le cose.
Si parla di libertà di scelta, ma si costruiscono oggetti che possono solo essere sostituiti, non compresi.
Il diritto alla riparazione nasce proprio da qui: dal tentativo di restituire alle persone il controllo su ciò che acquistano.
E mentre questo dibattito fatica a diventare reale, qualcuno paga comunque il prezzo.
Ci lamentiamo della crisi economica, della mancanza di lavoro, dei giovani che non trovano spazio, ma continuiamo a scegliere sistematicamente l’opzione che elimina lavoro locale e concentra la spesa altrove.
E lo facciamo convinti di essere pragmatici.
Ci hanno detto che riparare non conviene.
Ma non ci hanno mai spiegato a chi non conviene.
Non conviene alle grandi catene, perché un oggetto riparato non genera un nuovo acquisto.
Non conviene ai produttori che progettano per il ciclo breve.
Non conviene a un sistema che vive di ricambio continuo, non di durata.
Ma conviene alle famiglie.
Conviene alle piccole imprese.
Conviene all’economia locale, quella vera, che tiene in piedi i territori e non finisce in un algoritmo di distribuzione globale.
Riparare richiede tempo, certo.
Richiede pazienza.
Richiede la scomodità di non scegliere la via più veloce.
Ma è proprio questa scomodità a renderla una scelta politica, nel senso più concreto del termine.
Quel frigorifero che oggi funziona non è un’eccezione.
È la prova che l’alternativa esiste, ma viene sistematicamente scoraggiata, ridicolizzata, resa invisibile.
Non conviene riparare, ci dicono.
Forse perché, se lo facessimo davvero, smetteremmo di credere che l’unico futuro possibile sia comprare, buttare e ricomprare.
E a quel punto, qualcuno dovrebbe spiegare perché abbiamo chiamato progresso ciò che ci ha resi più poveri, più dipendenti e meno capaci di aggiustare perfino le cose più semplici.