L’eccesso di informazioni rende difficile, nell’era digitale, trasformare i dati in vera conoscenza, generando più dubbi che certezze. Ogni giorno la quantità di dati da noi acquisiti supera la capacità di assimilarli, elaborarli, ed utilizzarli in modo efficace. Si tratta di un problema titpico della società iperconnessa, dove la tecnologia ed i dispositivi smart ci offrono un accesso immediato ed illimitato ad un’infinità di conoscenza. Basta una ricerca, un click ed otteniamo in pochi secondi tutte le informazioni che cerchiamo. Una delle caratteristiche principali del sovraccarico informativo è il paradosso che rappresenta: anziché facilitare le nostre scelte e decisioni, la sovrabbondanza di dati può ostacolarle. Difatti, le informazioni spesso ci arrivano in modo frammentario, disorganizzato, contraddittorio e, in un mare di contenuti si naviga a vista, passando da un concetto all’altro senza un obiettivo preciso da perseguire. Cosicché, si riduce la capacità di concentrazione e memoria, ed il cervello fa fatica a trattenere le informazioni realmente importanti poiché risulta complicato attenzionare i dati essenziali. In sostanza, sicuramente siamo più informati, ma spesso meno capaci di orientarci in quanto si verifica una povertà di attenzione. Ciascuno di noi, per trascorrere troppo tempo a valutare ogni dettaglio disponibile, viene sopraffatto dalla mole di dati e si trova in difficoltà a decidere in modo razionale e ponderato.
Si evidenzia come questo fenomeno si verifica in modo del tutto inconsapevole e, la prima vittima dell’ipertrofia informativa è il sottoscritto. Per cui ad un certo punto si sente il bisogno di fermarsi, di capire, di dare un senso a tutte le informazioni a nostra disposizione. La conoscenza oggi non è più una questione di quantità. E’ diventa questione di qualità.
Come si gestisce il sovraccarico informativo e la relativa complessità?
Mediante il lavoro della dimenticanza. Attraverso la capacità di collegare, semplificare, scegliere. L’intuito è il filtro che rende utile la conoscenza. Un tempo chi sapeva più cose era considerato più preparato. Oggi non basta più. Perché sapere tanto, senza la forza di distinguere il rilevante dal superfluo, porta solo confusione. E’ notorio che la memoria è fondamentale per la vita individuale. Senza memoria si ha minore personalità, si vive di meno. Umberto Eco aggiungeva però che non sarebbe utile né funzionale conservare ogni cosa. Dimenticare è importante quanto ricordare poiché ci sono anche i rischi della memoria. Borges, nella sua raccolta di racconti Finzioni, narra di un personaggio chiamato Funes il memorioso, dotato di una memoria portentosa, non dimentica niente: ogni parola, ogni sensazione, ogni immagine vengono registrati nella sua mente che si sovraccarica di particolari, senza tregua. Ricorda ogni foglia di ogni albero che lui ha visto nella sua vita, ogni cosa che gli è successo in qualsiasi istante. Ricorda tutto, ha una memoria totale. Ed è praticamente un imbecille. Perché non ce la fa. E’ come il web. Se noi di colpo dovessimo sapere tutto quello che c’è nel web, diventeremmo pazzi. Ciò per significare che la seconda virtù della memoria -la prima è conservativa- è quella che filtra. Guai se la memoria non facesse giorno per giorno decimazione e buttasse via quello che non vale la pena o che è troppo complicato ricordare. Saremmo tutti come Funes il memorioso. La memoria è un sistema dinamico: seleziona, rielabora, dimentica. L’oblio, pertanto, non è una mancanza, ma una necessità. Va sottolineato che non dimentichiamo solo perché passa il tempo, ma anche perché impariamo altro. Ed è proprio questo “altro” ad interferire. Cioè le nuove, sopraggiunte informazioni, producono interferenza, sollecitando la memoria a cancellare le superflue. Inoltre, senza dimenticare non potremmo scegliere cosa ricordare. Saremmo intrappolati nei ricordi, incapaci di andare avanti. In definitiva, il vero potere della mente non è ricordare tutto, ma discernere cosa lasciare andare. L’intelligenza, dunque, sta nel saper scegliere dove porre l’attenzione. Saggezza non è aggiungere, è sottrarre. È dire: questo mi serve, questo no. Chi sviluppa questa abilità ha un enorme vantaggio. È più focalizzato, più veloce, più chiaro. Quindi, oltre ad accedere alle informazioni bisognerebbe fare chiarezza. Meno stimoli ma più selezione. In un mondo che ci chiede di sapere sempre di più, ciò di cui si ha bisogno é mettere ordine nella mente.
Per contro, a San Nicandro Garganico si dice che per essere più felici è meglio non sapere niente. Tuttavia, davvero della conoscenza si può farne a meno? E chi accresce il sapere é meno felice? Come si può stare, cosa si può fare senza conoscenza? Eppure molte persone lo fanno e, ciò che si dice, ha un senso perché contiene un amaro fondo di verità. Se viviamo in un Paese democratico conseguiamo conoscenza quotidianamente in virtù della quantità di nuove informazioni su noi stessi, l’ambiente che ci circonda, gli altri, la politica, l’etica, la religione, la scienza, l’arte. Da una parte sappiamo che non si può limitare la conoscenza. D’altra parte, conoscere, sapere, è molto spesso fonte di dissidio, dissapore, di lacerazione tra noi e la vita. Tra noi ed il mondo. Seguiamo i giornali, la radio, la Tv, internet, ecc. Accediamo alle fonti di informazioni e ciò che ne ricaviamo è molto limitato. Per certi aspetti, soprattutto per la nostra salute mentale, è meglio non sapere quello che succede a Gaza. Perché ci pesa. Ci viene rabbia, ecc. E quello per Gaza vale per l’Ucraina, l’Iran, Crans Montana e tante altre cose. Ma proprio qui sta il punto: le informazioni che ci arrivano sono quasi sempre negative poiché la fisiologia, ciò che è sano, ciò che è normale, non fa notizia. Non se ne parla. Non è che uno prende la macchina e arriva a casa. Ma il fatto che non torna a casa, che fa notizia. Ovvero, ciò che fa notizia è l’anomalia, la patologia, il dramma, la tragedia. Se poi passiamo allo studio e seguiamo la Storia, le cose peggiorano. Perché pensare a tanto sangue, tante ingiustizie, tante angherie, presenti non solo nella Storia. Inoltre, quando si pensa a tanti diritti che vengono affermati è perché qualcuno ha pagato di persona, col proprio sangue. Poi passiamo alla filosofia, che ci dà consapevolezza. Non tanto studiando la storia della filosofia, ma facendola da sé medesimo, in prima persona. Tentando di rendersi consapevole della propria vita, di chi è, di cosa sarà di lui. E cosa ottiene? Prendere coscienza di “essere per la morte”. Immaginiamo la vita come un tapis roulant, che scorre. E camminiamo. Magari vogliamo andare indietro. Ma il tapis roulant va sempre avanti. All’inizio andare avanti significa diventare più grandi, più forti, più intelligenti. Perché quando sei giovane non si vede l’ora di esserlo. Però andare avanti significa anche decrescere. Perdere ciò che prima si è guadagnato. Prima crescere, crescere. Dopo decrescere. Morire. E si dice: anch’io dopo la morte dovrò degenerare ed il mio corpo piano piano si dissolverà. E ci si dispera. Per certi aspetti era meglio non saperlo. E tutto ciò viene dal pensiero. Dal pensare. Tu pensi la conoscenza. E, nel capire cosa succederà, si diventa triste.
Ciò nonostante, dedichiamo tutta la vita al sapere. Sin da bambini. Ci viene naturale, istintivo. L’amore estremo per la conoscenza, ma anche l’amore per la vita, per la gioia di vivere. Per cui c’è questo conflitto dentro ognuno di noi. E tuttavia molti fanno una vita spensierata. Non vedono il telegiornale. Non prendono in mano un libro. Sono contenti così. E si guardano bene dal cambiare prospettiva. Alla conoscenza non aspirano perché comporta fatica e travaglio. Non credo che questa sia la strada giusta. Occorre invece comporre queste due esigenze che ci sono al nostro interno. Il bisogno di conoscere ed il nostro desiderio di felicità. Quindi non conviene trovare scappatoie ma, forse sarebbe meglio indagare ed approfondire questo spazio che chiamiamo gioia interiore.
Concludendo, avvertiamo che la conoscenza delle notizie -e di quello che proviene dal mondo attorno a noi- compromette il nostro benessere psichico e ci distoglie dalla spensieratezza. Dalla paura della conoscenza nasce turbamento poiché essa comporta sensazioni, sentimenti, pensieri spiacevoli e ci obbliga a guardare le cose in profondità. Chiedendoci di compiere un lavoro interiore per raggiungere la serenità necessaria a tacitare percezioni, emozioni, pulsioni vorticose. Ecco perché le persone amano guardare le fiction: hanno bisogno di finzione per poter evadere da ciò che le circonda.
Francesco Sticozzi