La felicità non é un’emozione costante ma uno stato mutevole, fatto di momenti e sensazioni. Quando svanisce, alla gioia subentra la malinconia. Per poi tornare nuovamente. Però bisogna preparare l’accoglienza. In che modo? Cercando di scoprire la parte del suo volto invisibile.
Lo spazio della vita viene occupato anche da sentimenti ed emozioni quali dolore, paura, preoccupazione, panico, ecc., per cui la felicità non è quasi mai condivisa pienamente. “La felicità è soltanto il momento in cui l’infelicità si sta riposando”. Pertanto, non si riesce mai a bere fino in fondo il suo calice inebriante: in agguato c’è sempre la solitudine, l’affanno, l’angoscia, l’ansia, la disperazione. Felicità e dolore sono due volti della stessa realtà.
Nella letteratura si esplora una felicità tormentata, raramente durevole. Da un lato viene descritta come contrappunto all’angoscia: è un miraggio, un desiderio irraggiungibile che contrasta con la "vita che chiede conto". Dall’altro lato viene rappresentata come un elemento precario, legato alla quotidianità, capace di incepparsi inaspettatamente di fronte ai tumulti interiori. Le grandi felicità sono come i grandi dolori, sono fatte di pochissime cose. Soltanto che non si fissano nella mente e, chi ha avuto grandi felicità se ne ricorda appena. Si ricorda invece delle piccole gioie, le quali hanno un vantaggio, ed è che si possono avere a tutte le età. In una giornata qualsiasi si possono avere dieci piccole gioie. Essa non ha bisogno di momenti straordinari per manifestarsi. Non serve andare in luoghi esotici, vivere esperienze eccezionali, trovarsi in circostanze speciali. Può benissimo abitare le azioni più semplici, più ripetute, più normali della nostra esistenza. La capacità di trovare la felicità nelle cose semplici è un dono che ognuno di noi deve costruire fin dalla nascita. Siamo abituati a pensare che tutto sia abitudinario e scontato. Invece quando la normalità ci viene sottratta, ci accorgiamo di quanto ci piaceva e ci manca. Proprio a partire dalla sveglia che suona, la schiuma sul cappuccino, una bella passeggiata all'aria aperta, al mare o in campagna, mangiare un gelato insieme agli amici.
Questa ricorrente visione della felicità innestata nel tessuto stesso della vita quotidiana comporta che desideriamo essere felici ma, quando siamo felici, nel presente non ce ne accorgiamo. Si fatica a riconoscerla perché si vive in modalità automatica: concentrati su obiettivi futuri, focalizzati maggiormente sulle difficoltà. “Ho riconosciuto la felicità dal rumore che ha fatto andandosene”. Ovvero, comprendiamo il suo valore solo quando lo abbiamo perso. Esiste infatti un meccanismo psicologico diffuso consistente nell’incapacità di accorgerci del nostro benessere mentre lo viviamo. La mente tende a normalizzare le esperienze positive ed a concentrare l’attenzione su quelle negative: in tal modo proteggiamo noi stessi dai pericoli. La felicità ha due pericolosi nemici, il dolore e la noia. Ciò che più spesso avvertiamo è il dolore. Il risultato è che essa, silenziosa e leggera, rischia di sfuggirci. Non è evidente e non sempre si annuncia con grandi rumori: a volte è un dettaglio, un gesto, un istante. Anche se non è facile, dovremmo riconoscere la felicità mentre accade.
Nel diario intitolato Il mestiere di vivere, Cesare Pavese parla della fatica di esistere. Di come convivere con ciò che ci fa soffrire. Secondo Lui non ci si libera di una cosa evitandola. Poiché continua ad agire dentro di noi, cresce, si rafforza, si radica. Ci possiamo liberare con il coraggio di attraversare quel dolore, quel conflitto. Sicché dovremmo accettare che alcune emozioni fanno parte della vita, affrontando ciò che ci ferisce perché solo così possiamo superarlo. Pavese non propone soluzioni facili ma ci invita a sostenerci nei momenti fragili, a guardare dentro di noi, alla forza emotiva. La felicità duratura é possibile soltanto come risultato del lavoro interiore su sé stessi.
La duplice natura del dolore esprime una contraddizione. Perché soffrire ci farebbe anche un certo piacere, facendoci sentire meno soli nei propri luoghi oscuri. Pertanto, siccome c’è una familiarità con il dolore che ci fa bene, ricerchiamo la sofferenza in quanto memoria anche affettiva, cuccia, calore, compagnia. Non solo una gabbia ma anche una coperta in cui ci si avvolge, una seconda pelle. La convivenza con il dolore fa apparire alcune persone attaccate ostinatamente alla loro infelicità: ma è proprio la vita, a volte, ad essere piena di traumi.
“Per essere felici bisogna smettere di desiderare ciò che non possiamo essere”.
La nostra epoca é dominata da un’esplosione di desideri: vogliamo tutto e subito. Ma c’è un prezzo altissimo di questa rincorsa: desiderare ciò che non possiamo essere ci fa sentire vuoti e insoddisfatti. Questa aspirazione diventa una prigione: il desiderio illimitato non ci spinge verso la realizzazione, ma verso frustrazione e rabbia. Ciò non significa negare il desiderio, ma non lasciarsi dominare da esso. Peraltro, l'ossessiva ricerca della felicità è un desiderio che fa cadere nella "trappola della felicità", laddove si produce l'effetto contrario: più la si insegue, più questa sfugge. La felicità non è una preda da cacciare. Spesso si confonde con uno stato continuo di euforia o piacere, ignorando che la vita richiede sforzo, impegno e inevitabili momenti di sofferenza. Di conseguenza, essere sé stessi rappresenta un passo decisivo per considerare la felicità come equilibrio interiore: nulla è più importante della nostra personalità.
Persino una vita passata alla ricerca del consenso non può renderci felici. Ci siamo mai chiesti quante maschere abbiamo indossato per essere accettati, applauditi, riconosciuti? Quante volte abbiamo cercato l’approvazione degli altri? Siamo spesso concentrati sull’immagine di noi stessi che si riflette all’esterno, sui giudizi degli altri, sul cercare in tutti i modi di piacere. Ma quando cerchiamo di ottenere consensi ci troviamo ad indossare maschere che non ci rappresentano. La sete di consenso si fonda sul passato che guida le nostre scelte, le nostre idee. Quando il nostro sé bambino non si è sentito amato, protetto, difeso, cerca in tutti i modi un posto sicuro nel quale abitare. Ed erroneamente questo posto sicuro è spesso rappresentato per noi dal consenso, dall’approvazione altrui. Sbagliato. Non è cercando di rimuovere pezzi del passato che si innesca la gioia, anzi, è proprio il contrario. La felicità arriva con il coraggio di guardare in faccia quel passato, quando raggiungiamo la consapevolezza che la persona da fare felice nella vita siamo noi stessi.
In buona sostanza, non è il possesso materiale a rendere felici, ma la capacità di spostare il focus dall’avere al dare. Capita spesso che chi possiede tutto si ritrova profondamente infelice. L’antitodo non è accumulare né apparire. Ma coltivare relazioni di qualità, dare solidarietà riscoprendo la bellezza dei gesti semplici, avere spirito di collaborazione ed aiuto reciproco, pronunciare parole che donano speranza. Anche quando si è stanchi o si pensa di avere poco da offrire. Le ricchezze materiali possono svanire, quelle dell’animo restano e continuano a dare senso anche nei momenti peggiori. Nell’era dei social, infine, più si rincorre un ideale di vita perfetta da postare, più si rischia di perdere contatto con il benessere. Non viviamo in una vetrina patinata, perché, ciò che si mostra online può luccicare, ma se dentro c’è il vuoto, resta solo una scenografia: una felicità urlata, spesso più mostrata che vissuta.
Concludendo, alla base dell’essere felici vi è la salute, intesa sia come benessere fisico, ma anche e soprattutto emozionale. Nessuna compagnia potrà mai sostituire o superare la gioia che si prova a stare da soli ma in buona compagnia delle proprie idee e dei propri pensieri. Nessun susseguirsi di gente, feste e divertimenti potrà surrogare la gioia della serenità d’animo. La vita resta imprevedibile, piena di cadute ma anche di opportunità. Per la felicità continuiamo a credere nei nostri sogni, prendiamoci cura di ciò che si ha dentro, accettiamo anche fragilità e sofferenze.
Francesco Sticozzi