PREMESSA. Con la biografia del pittore Michelangelo Merisi, detto ”Caravaggio”, descrivo il 2° personaggio di “Malati famosi” del dott. Pietro Trombetta nel suo libro pubblicato nel 2005, di cui il prof. Raffaele Colucci ha curato la prefazione, definendolo <un viaggio affascinante nel tempo e nello spazio ma, soprattutto, nelle pieghe, molto spesso sconosciute alla maggioranza dei lettori, delle vicende famigliari, dei malanni e delle malattie che hanno segnato la vita e influito sulle azioni dei personaggi famosi di cui egli parla (fra questi, Lucrezia Borgia, Maria Callas, Fausto Coppi, Gabriele D’Annunzio, Edmondo De Amicis, Eleonora Duse, Umberto Giordano, Guglielmo Marconi, Marylin Monroe, Giuseppe Verdi, Oscar Wilde e altri). Essi perdono forse una parte dell’aureola della notorietà o della fama che li circonda ma diventano ai nostri occhi più umani, più veri, più vicini a noi…scendono in un certo qual modo dal piedistallo sul quale li abbiamo collocati…restano uomini e donne eccezionali, ma alla fin fine sono anch’essi soggetti alle insidie dei malanni e delle malattie che affliggono milioni di uomini e donne “comuni”>.
CARAVAGGIO “il pittore maledetto” [Revisione e sintesi a cura di Leo Caputo]
Michelangelo Merisi, nato a Milano nel 1571 da buona famiglia, col padre Fedro, architetto, si stabili a Caravaggio, un paesino vicino Bergamo, per sfuggire ad una epidemia di peste. A 13 anni venne assunto come apprendista nella bottega di Simone Peterzano, noto affreschista milanese e pittore di pale d’altari. Ebbe modo, così, di girare per la Lombardia e di ammirare molte opere di maestri lombardi. Poi raggiunse Venezia, dove ammirò tanto le tele del Giorgione da rimanerne entusiasta per il loro colore. Ma il suo più grande desiderio era andare a Roma, dove trovò rifugio, a 21 anni, perché era ricercato col sospetto della morte di un amico. Senza denaro, mal vestito, piuttosto stravagante, condusse una vita inquieta e difficile, barcamenandosi con lavori saltuari. Volle mettersi a dipingere in proprio, facendo egli stesso da modello ai suoi quadri anche se ammalato di malaria; Il Bacco ammalato è il suo primo autoritratto dal quale ne emergono con sorprendente naturalezza i segni: appare pallido, emaciato, dimagrito con un mezzo sorriso di convalescente. Grazie all’aiuto di qualche alto prelato e qualche nobile fu incaricato di dipingere fiori e piante; venne ricoverato all’Ospedale della Consolazione, per curarsi e qui si pagava il vitto, l’alloggio e le cure col suo lavoro, facendosi apprezzare per il valore artistico delle sue opere, generalmente a carattere religioso. La sua notorietà crebbe e si consolidò, lavorando e guadagnando. Libero finalmente da problemi finanziari, i suoi modelli li cercava fra la gente comune, per le vie di Roma, nelle taverne: zingari, giocatori imbroglioni, soldati che egli dipingeva con una tecnica tutta sua e nuova, con colori oscuri e gagliardi, in camere buie e rinchiuse, facendo cadere la luce a piombo dall’alto sulla parte principale del corpo, lasciando il rimanente del quadro in ombra, creando così i suoi famosi chiaroscuri. Coi lauti guadagni, frequentava taverne e luoghi di malaffare, facendosi seguire da un paggio. Ma nei periodi di magra, lo seguiva un cane nero, detto Cornacchia. Questi suoi strani comportamenti sono stati poi oggetto di studio e definiti psicopatia esplosiva, un difficile aspetto del suo carattere di cui soffriva. Infatti, la ripetizione in molte sue tele di teste tagliate e sanguinanti come ‘La Decollazione del Battista’ rivela in lui l’esistenza di un fondo ‘sado-masochista, come sostengono alcuni psichiatri, anche in conseguenza delle numerose esecuzioni capitali cui assisteva a Roma, tristemente famosa in quel periodo per questo motivo. Dai particolari, si trae la convinzione che non si trattava di immagini della fantasia, ma di vere e proprie rappresentazioni di una realtà vissuta che coinvolgeva emotivamente il pittore impegnato nel riprodurla in ogni particolare, come si farebbe oggi per una foto artistica. Ma il Caravaggio sapeva pitturare anche Madonne chine sul Bambino Gesù, cesti pieni di frutta o colmi di fiori e altro. Poco alla volta, purtroppo, si fece conoscere, a Roma e ovunque, oltre che come pittore, anche come un tipo collerico e attaccabrighe. Lo dimostrano una lunga lista di processi a suo carico per percosse e risse, oltraggio alla corte, aggressione di uno sbirro; addirittura ruppe a sassate i vetri della casa dove aveva alloggiato e che aveva dovuto lasciare con un’ingente somma d’affitto non pagato. Come se non bastasse, durante una partita a pallacorda, commise un fallo che gli imponeva l’esborso di 10 scudi all’avversario Ranuccio Tomassoni, col quale scoppiò una lite furibonda dal momento che gli reclamava ad alta voce di pagare subito; si passò alle armi e Caravaggio lasciò malconci sul campo i giocatori avversari e lo stesso Tomassoni colpito a morte. Dovette rifugiarsi a Napoli e poi a Malta, comportandosi correttamente e circondato da onori, ricchezza e gloria, finché il suo persistente temperamento collerico ed impulsivo lo spinse ad aggredire il Procuratore del Tesoro di quell’isola. Venne rinchiuso nella fortezza di sant’Elmo da cui riuscì a fuggire, cercando rifugio in Sicilia e poi a Napoli. Qui alcuni sbirri maltesi, sguinzagliati alle sue calcagne, nell’ottobre 1609 lo riconobbero e lo ferirono al volto sfigurandolo per sempre e rendendolo irriconoscibile. Il suo ultimo viaggio, travagliato come gran parte della sua esistenza, si concluse nelle Paludi Pontine a Porto d’Ercole, dove fu derubato di tutto ciò che aveva. Colto da violente febbri malariche morì tragicamente, nel giro di 48 ore, il 18 luglio 1610, a soli 37 anni di età, senza soldi, senza cure. Venne seppellito lì vicino e da allora è conosciuto come Caravaggio, dove trascorse la sua adolescenza e come ‘il pittore maledetto’.
Le opere di Merisi-Caravaggio ci trasmettono la grandezza di un uomo che ha pagato di persona, con una vita difficile e randagia, la forza e l’intensità del suo carattere e ci lascia una testimonianza autentica, sofferta e inquietante della nostra condizione umana.