San Giuseppe, il rumore delle marmitte e il rito della collina

C’è un’eco che torna ogni 19 marzo, un ronzio che attraversa i ricordi di chi ha vissuto la San Nicandro degli anni Duemila. Non è il suono delle campane, ma quello più marcato, degli scooter truccati. Per noi, la festa di San Giuseppe non è mai stata una ricorrenza da calendario liturgico, ma il confine esatto tra l’inverno dei banchi e la libertà della primavera. 

Tutto cominciava a Portone Perrone. Bastava un cenno, quel codice muto tra compagni di classe che significava una cosa sola: oggi si fa “n'dacc” andiamo a San Giuseppe. Non era una fuga, era una conquista. La salita verso la collina era una sfilata di carene e marmitte truccate: i Gilera Runner che mangiavano l’asfalto, l’estetica affilata degli Aprilia SR, il fascino intramontabile dei Malaguti Phantom. Una carovana rumorosa che lasciava i cancelli dei licei alle spalle per arrampicarsi verso l'eremo, dove l'aria diventava più leggera e il mondo sembrava finalmente alla nostra portata.

Chi non aveva il motorino arrivava a piedi a San Giuseppe attraverso il sentiero nel bosco che dal quartiere 2 pini porta fino alla collinetta. Anche la scarpinata era qualcosa di magico, un momento di allegria e spensieratezza. Il bosco si riempiva di rumori e colori degli zaini “seven” delle varie compagnie che ridendo cercavano di raggiungere l'eremo. Lassù, all’ombra della chiesetta, il tempo si fermava. Non servivano programmi. Bastava la carbonella di una griglia improvvisata, l’odore della carne che cuoceva e il rito spartano dei panini preparati nello zaino un pallone sgonfio e qualche sigaretta (e non solo) da fumare insieme. Tra i pini del parco attrezzato abbiamo consumato le nostre prime sbornie, quelle sfrontate che ti facevano ridere per nulla, e abbiamo scoperto il peso di certi sguardi.

Su quella collinetta sono nate le prime cotte, amori acerbi masticati insieme a una birra divisa in due, mentre il sole del Gargano scaldava le nostre prime grandi promesse puntualmente disattese. Erano giornate di una bellezza disarmante, fatte di fumo, risate e quella sensazione di invincibilità che solo gli anni dell'adolescenza sanno regalare. Oggi, da questa scrivania, nonostante figli e famiglie, quel rumore di motorini sembra lontanissimo, eppure è ancora lì, sottopelle. Perché forse non abbiamo mai smesso di cercare quella stessa libertà, quel senso di appartenenza che trovavamo solo lassù, tra un sentiero di polvere e il panorama che dava sull'istmo del lago di Lesina che si apriva davanti a noi. Buon San Giuseppe a chi, almeno una volta, ha scelto la collina al posto di una lezione o di un'interrogazione.

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