Il modello cristiano dei cimiteri parrocchiali
Nella storia delle sepolture la morte, per un lungo periodo -che va dall’età classica all’impero romano-, era stata rigettata fuori dalle mura urbane, allorquando era in vigore l’obbligo di seppellire i defunti fuori dal centro abitato. Con la definitiva affermazione del cristianesimo, invece, avvenne il passaggio dalla negazione alla familiarità della morte. Infatti, a partire dal IV-V secolo d.c., iniziò ad entrare all’interno delle città e dei villaggi, quando gli individui venivano seppelliti intra-moenia, nelle Chiese. Questo fenomeno, durò a lungo, sino ad inizio-metà del XIX secolo allorquando, dopo la riforma napoleonica del 1804, vennero aperti i cimiteri extra-moenia (fuori le mura).
La fede nella resurrezione del corpo, associata al culto dei martiri e delle loro tombe, aveva comportato che i defunti -chiamati ora dormienti– potessero essere sepolti all’interno delle mura cittadine, in attesa di una nuova vita nel giorno del giudizio finale. La fede nella resurrezione comportò il ripudio della pratica della cremazione dei morti a favore della loro sepoltura, dal momento che ogni credente in Cristo sarebbe risorto con il proprio corpo, così come Cristo era resuscitato con il suo corpo fisico.
Perché questo avviene? All’inizio avviene anche contro i precetti della chiesa. Esiste una pratica che prende avvio nel culto dei santi dell’Africa settentrionale. Nasce cioé l’idea di seppellire ad sanctos, ovvero nei luoghi in cui si trovavano i resti di un martire. La presenza delle reliquie attirava la dimora definitiva dei morti per il semplice fatto che i martiri, dei quali per il proprio sacrificio era certa l’avvenuta ascesa in cielo, avrebbero vegliato e protetto l’anima dei defunti. Inizialmente queste reliquie dei santi -che erano conservate in luoghi isolati- vengono portati in città. Cosicché, dopo un po' di tempo, per rendere più facile il cammino del defunto verso la rinascita, la pratica di seppellimento vicino alle reliquie diventa usanza comune e si diffuse. A Roma l'avvenimento che avviò in modo massiccio le traslazioni fu l'assedio della città da parte dei Longobardi di Astolfo, quando i cimiteri vennero trasformati in stalle e le tombe dei martiri profanate e svuotate delle ossa. L’edificio in cui fosse esposta la reliquia di un martire doveva considerarsi come una vera e propria sepoltura. Inoltre, siccome nelle chiese si asportavano anche solo una parte del corpo dei martiri, la deposizione di una parte del corpo corrispondeva a quella dell’intero cadavere.
Il trasferimento delle reliquie attivò il processo di trasferimento delle sepolture comuni nelle chiese: esse vennero collocate prima all’interno dell’edificio sacro, poi di là delle sue mura, nelle aree circostanti. Non esisteva l’idea della tomba individuale. Se non per le grandi famiglie le quali, oltretutto, praticano le tumulazioni familiari e non individuali. Sono rarissime quelle individuali, se non quelle dei grandi personaggi o delle celebrità. Tutto il resto viene seppellito nelle chiese, o in prossimità delle chiese, in fosse rigorosamente comuni, dove i corpi venivano accatastati l’uno sull’altro e la visita alla tomba dei propri cari era un atto sconosciuto.
In ragione della presenza del sepolcro, la terra diventava zona religiosa e quelle adiacenti al sepolcro assumevano la caratteristica della sacralità. Stessa cosa valeva per i luoghi delle sepolture concentrati nelle chiese o attorno ad esse. La parola cimitero significa dormitorio, un luogo consacrato dove i defunti dormono in attesa di un immancabile risveglio nella risurrezione dal sonno della morte. Nelle città si creò una sorta di stratificazione: sotto la “chiesa dei morti”, sopra la “chiesa dei vivi”. La funzione cimiteriale cominciava all’interno della chiesa e continuava di là dei suoi muri, nello spazio circostante. Quindi comprendeva tutta l’area che circondava l’edificio di culto. Comprendeva navata, campanile e cimitero. Inevitabilmente si verificò interferenza tra le due realtà e, con il tempo, si arrivò ad un punto in cui non si distingueva più tra chiesa e cimitero. La sepoltura ad sanctos, cioè più vicino possibile alle tombe dei santi o alle loro reliquie, significava che i morti potevano essere sepolti dappertutto: all’interno del recinto, nel cortile, nei chiostri, spesso trasformati in ossari. Ognuno nel testamento precisava il luogo scelto come ultima dimora, secondo le sue personali devozioni e possibilità economiche. Il posto più ricercato e quindi più costoso, che si pagava attraverso lasciti testamentari, era il coro, dietro l’altare maggiore, ovvero vicino al punto in cui sono conservate le reliquie del santo. Erano molto desiderate anche le cappelle laterali con altari minori e in particolare quella dedicata alla Vergine. Dopodiché venivano l’abside; il vestibolo; i muri perimetrali della chiesa; in atrio o più propriamente nella corte della chiesa; sotto le arcate dei portici perimetrali della corte. La scelta del posto restava comunque subordinata all’approvazione del clero, anche se in realtà si trattava di solito di una questione di denaro. Le sepolture nelle aree esterne alla chiesa avvenivano soltanto quando veniva meno la possibilità di sepoltura nella chiesa. I più poveri o i più umili erano relegati nel luogo più lontano, in fondo al recinto, in mezzo al chiostro, in profonde fosse comuni. Periodicamente, oppure all’apertura della fossa per una nuova sepoltura, per far posto, si rimuovevano dal suolo delle chiese e dei cimiteri le ossa appena disseccate per poi ammucchiarle nelle gallerie degli ossari, sotto i fianchi delle volte, o inserirle in buchi inutilizzabili, contro i muri e i pilastri. Le spoglie dei defunti (esclusi quelli sepolti in cripte a volta) poste sotto le lastre del pavimento direttamente nella terra, prendevano tutte alla fine la via degli ossari.
In molte città ci furono dissapori tra le chiese locali e gli ordini monastici per accaparrarsi le sepolture, perché ciò significava lasciti testamentari e denaro, ad es. per messe in onore del defunto. Infatti, i defunti - attraverso delle donazioni alla chiesa con conseguente obbligo del parroco e della parrocchia a tenere messe in suffragio- prevedevano servizi religiosi perpetui per la salvezza delle loro anime. Quasi tutti donavano qualche piccolo importo di denaro alle chiese principali, per la loro conservazione e riparazione, o per l’acquisto di arredi sacri. Inoltre lasciavano qualcosa ai soci delle confraternite alle quali erano iscritti.
In definitiva, per un lunghissimo periodo storico la città accolse all’interno della cerchia urbana la popolazione dei suoi morti. Allorquando la chiesa non si curò soltanto del destino spirituale dei cittadini, ma accolse e conservò i resti umani al riparo dei suoi edifici o nei loro immediati paraggi, senza preoccuparsi di stabilire confini definiti tra lo spazio assegnato alle sepolture e quello frequentato quotidianamente dai vivi. Ad un certo punto le sepolture erano arrivate a occupare ogni spazio, non solo gli atri e i portici annessi alle chiese, ma anche le cripte, i pavimenti delle navate e i terreni che circondavano gli edifici di culto. I pavimenti di chiese e conventi erano perennemente sconnessi e i terreni adiacenti continuamente dissestati per la frequente riapertura delle fosse comuni. Dopo le ultime estese epidemie del 1600 (peste, malaria, vaiolo), nel 1700 ci fu un aumento esponenziale del numero dei morti, creando gravosi problemi sanitari che resero assolutamente ineludibile la riforma cimiteriale napoleonica. La quale decise di non delegare più la gestione amministrativa e sanitaria della morte alla chiesa, passando da un’amministrazione squisitamente religiosa all’autorità civile, cioè al Comune.
In conclusione, il modo di concepire la morte e di praticare le sepolture aveva fatto coincidere i cimiteri con le sue principali chiese e conventi. Con l’Editto di Saint Cloud del 1804, dopo 1400 anni, il cimitero torna a posizionarsi fuori la città, perché l’obiettivo principale è quello di tutelare la salute dei vivi. La costruzione del cimitero fuori dell’abitato sciolse il binomio chiesa-cimitero, liberando il paese da una presenza problematica sotto il profilo igienico, considerata allora come un problema urgente di sanità pubblica. Venne così definitivamente risolta una situazione incresciosa per la città la quale, dopo secoli di decadenza, stava iniziando un periodo di rinascita e trasformazione.
A San Nicandro Garganico il cimitero nasce nel 1841. E prima? Dove sono finiti gli altri morti sannicandresi?
Francesco Sticozzi