Alla nascita di San Nicandro Garganico, intorno all’anno 1000-1100, il seppellimento nei sotterranei delle Chiese era in assoluto l’usanza più diffusa. Il regno dei morti si trovava sotto la navata dove esisteva un vero e proprio cimitero. Naturalmente, anche le nostre parrocchie svolsero la funzione di accogliere le spoglie degli antichi concittadini sannicandresi.
Inizialmente c’era la Chiesa di S. Giorgio che, pur essendo impossibilitata ad accogliere molti defunti, era l’unico suolo sacro volto al seppellimento dei residenti. La presenza sia di tombe all’interno che di un cimitero esterno testimoniano la presenza, nel Borgo della Terravecchia, di un piccolo sepolcreto limitrofo. Erano caverne e/o grotte le quali venivano svuotate quando si raggiungeva la massima capienza. Oppure venivano chiuse e sigillate con massi o pietre. Durante i lavori di restauro sono emersi resti ossei e cavità sotterranee.
Successivamente, tra il 1500 ed il 1700, allorquando vennero erette le Chiese (Chiesa Madre, Chiesa dei Morti, Convento dei Frati Minori, Chiesa dei Murtucidd, Chiesa di S. Biagio, Chiesa di S. Giovanni), non erano solo un luogo di preghiera, ma uno spazio condiviso tra vivi e morti. La cripta, progettata e realizzata in ambienti sotterranei, era la norma. Da notare la similitudine tra la struttura della Chiesa dei Morti e della Chiesa Madre. Entrambe hanno una scalinata all’ingresso ed il pavimento della navata posto ad un piano rialzato rispetto al livello stradale. Quando furono costruite, cioè, vennero erette con l’intento di creare, sin dall’origine, delle cisterne sotterranee onde realizzare un sepolcreto. Inoltre, la tipologia costruttiva “ad atrium” del cimitero, prevedeva alte mura di cinta, di cui un lato con grosse arcate addossato alla Chiesa per accogliere tumulazioni e fosse comuni. A volte sotto la navata si eseguivano vasche riempite di terra dove venivano calati ed ammassati i corpi. Spesso il pavimento delle Chiese era costellato di lastre di marmo o botole di legno che nascondevano l’accesso alle cripte. Oggi troveremmo l’atmosfera di una Chiesa del 1700 (metà del 1800) irrespirabile. All’epoca si lamentavano per i miasmi che risalivano dalle fessure del pavimento durante le funzioni estive e, sovente si interveniva sulle coperture delle cripte per effettuare una doppia chiusura. Ovvero, sulle botole incernierate a un telaio, si collocavano delle altre coperture di legno, più sigillanti, al fine di ridurre le esalazioni che si sprigionavano dalle tombe. Tuttavia, il problema dei miasmi era particolarmente grave per le Chiese piccole, sempre affollate e prive di ventilazione, soprattutto durante i periodi più caldi e le ore notturne, con le finestre chiuse. Durante le messe, l’odore della decomposizione era una presenza costante, coperta a fatica dall’incenso. Per i fedeli dell’epoca, però, quell’odore non era solo sporcizia, ma l’odore della santità e, nel contempo, un monito della vanitas, cioè della caducità della vita. Ad ogni decesso i seppellitori aprivano la botola ed il corpo veniva adagiato sul carnaio. In queste fosse collettive (che potevano ospitare centinaia e centinaia di corpi), larghe e profonde parecchi metri, erano accatastati i cadaveri, avvolti solo in un lenzuolo, senza bara. “Si vuole nella stessa comune lurida fossa confondere le spoglie di vergini figliuole o di pudiche consorti a quelle di ladroni, ribaldi e dissoluti”. Si seppelliva in un semplice sudario perché l’obiettivo era quello che i corpi si dovevano decomporre il più presto possibile, onde svuotare e contenere un numero crescente di morti in fosse piccole. Quando una fossa era piena, la si chiudeva, e qualora non si disponesse di ulteriore spazio, se ne apriva e utilizzava una più vecchia. Oppure veniva svuotata da operai che si calavano nelle fosse con pale e secchie, dove a volte erano colti da malore e addirittura qualcuno moriva a causa degli effluvi malefici. Erano camere di decomposizione nelle quali i corpi giacevano per qualche decennio. Delle volte non si raggiungeva la completa decomposizione, ed i tessuti del corpo pervenivano solo ad una mummificazione parziale: gambe, braccia, piedi, mani; talora brandi di viso si scarnificavano lasciando però la pelle inturgidita; ciò non accadeva mai per il torace sempre totalmente decomposto. L’utilizzo di calce viva accelerava la putrefazione e l’incenso copriva gli odori. Per far spazio ai nuovi ospiti, mediante la esumazione, le ossa, raccolte alla rinfusa e ripulite sommariamente, finivano ammucchiate in ossari ricavati negli scantinati delle cappelle cimiteriali o facevano frequentemente bella mostra nelle medesime Chiese. Ogni camera-ossario veniva colmata fino a raggiungere la bocca della botola. La pratica della riesumazione rappresenta uno degli elementi di maggiore originalità del sistema funerario cristiano, dato che le altre religioni proibiscono il dissotterramento dei morti. Insomma, durante il medioevo e per quasi tutta l’età moderna, la gran parte della popolazione sannicandrese trovava riposo eterno nelle grandi fosse comuni. Le inumazioni collettive (senza iscrizioni, senza cognomi) era una prassi che non creava nessun problema ed era accettata pacificamente da tutti.
La congestione e l’anonimato dei più. La distinzione di pochi. In paese il popolo finiva nei carnai della Chiesa Madre, della Chiesa dei Morti o dei Morticelli. Mentre i nobili ed il clero venivano sepolti in sarcofagi o cappelle gentilizie, come nel Convento dei Frati Minori o in San Biagio. Di fronte all’inevitabile oblio di tanti umili sannicandresi destinati alle fosse comuni emergeva, per contrasto, il duraturo ricordo di individui e famiglie notabili che vedevano ribadita “in eterno” la centralità del proprio ruolo all’interno della comunità. Difatti, famiglie facoltose finanziavano la costruzione di altari minori, laterali, nella Chiesa superiore per avere il diritto di essere sepolti nella cripta sottostante. Le cripte del clero e delle Confraternite invece garantivano ai propri membri una sepoltura in vani comuni delle camere sepolcrali. Comunque, c’era una gerarchia anche nel sotterraneo: più si era vicino all’altare maggiore, più il posto era considerato prestigioso e spiritualmente vantaggioso. Perché si faceva? Per una scelta teologica. La vicinanza della salma ai santi o la presenza in cripta, all’epoca erano percepite come forma di salvezza dell’anima. Essere sepolti sotto il pavimento delle navate, significava riposare in suolo consacrato in attesa della Resurrezione. Significava avere la Terra Santa sotto i piedi: i defunti dormienti tra le sacre mura di una Chiesa si sarebbero svegliati dal sonno della pace per entrare nelle celeste Gerusalemme. Concludendo, la comunanza tra la città dei vivi (sopra) e la città dei morti (sotto) era diventata parte integrante della vita quotidiana sannicandrese: uno spazio vissuto e partecipato senza nessuna remora. Tutta la vita pubblica del paese si svolgeva in questo spazio dove i bambini giocavano, dove i morti con l’ossame e la capucciedda (sporgente da qualche nicchia) erano sempre presenti. Chiesa e sepolcreto si sovrapponevano e si intersecavano in una stravagante armonia, influenzandosi reciprocamente.
La Confraternita della Pietà custode della morte. Le Confraternite (o Congregazioni) giocavano un ruolo centrale nella gestione della morte. Non erano solo gruppi di preghiera, erano vere e proprie società di mutuo soccorso. La Confraternita della Pietà o della Morte vestiva di nero, il colore del lutto e della penitenza, ed aveva il compito pietoso di recuperare i cadaveri, anche quelli dei poveri o di chi moriva in solitudine, per dare loro degna sepoltura nelle cripte o nei carnai. Si occupavano di prelevare la salma, vestirla con il saio della confraternita e trasportarla a braccia. L’igiene era quasi assente. I corpi venivano calati nelle cripte con delle funi ed ammassati gli uni sugli altri. Nei sotterranei della Chiesa dei Morti, i confratelli praticavano la scolatura, cioè un particolare processo di mummificazione. Il colatoio é una stanza di dimensioni ridotte, lungo le cui pareti sono scavate delle nicchie provviste di particolari sedili in muratura (cantarelle) con un ampio foro centrale. Dopo lavati, i corpi dei defunti venivano seduti nelle cantarelle, mentre sotto il foro veniva posto un bacile; sul cadavere venivano praticate le schiattature (cioè bucati mani, piedi e collo per mezzo di un punteruolo) per favorire la fuoriuscita dei liquidi corporei durante la decomposizione, i quali scolavano attraverso il foro e finivano nei recipienti sottostanti. La permanenza del corpo nel colatoio durava fino alla completa decomposizione dei tessuti molli, allorquando le ossa venivano raccolte, lavate e trasferite nella sepoltura definitiva. Poco fuori dal colatoio sono presenti teschi sopra delle mensole. La pratica della scolatura era quasi esclusivamente riservata a frati, monache e sacerdoti, oppure ai membri della Confraternita. Essa rispondeva a precise idee religiose: il continuo modificarsi dell'aspetto esteriore del cadavere rappresentava visivamente i vari stadi della purificazione affrontati dall'anima del defunto nell'aldilà, fino alla completa redenzione. Pertanto la cura del colatoio e dei corpi in esso ospitati era vista come un'opera pia. In alcune cripte si sono conservati resti mummificati che testimoniano ancora oggi quanto fosse stretto il contatto fisico con i defunti. A San Nicandro Garganico, il legame con la morte e le Confraternite è inciso profondamente non solo nella Storia, ma anche nell’architettura stessa del paese. Tassello fondamentale dell’identità locale. Durante la Settimana Santa, ancora oggi l’eredità delle Confraternite emerge nei riti della Passione, dove il nero delle vesti richiamano il compito di “custodi della morte” che rivestivano nel XVIII secolo.
La Chiesa Madre di Santa Maria del Borgo risale al 1550 circa. Sotto il pavimento della navata vi sono diverse camere sepolcrali collettive dove venivano adagiati i defunti. Una dedicata al clero: sacerdoti e membri delle Confraternite venivano sepolti in aree specifiche della cripta. Un’altra per i morti, maschi e femmine, sopra i sette anni. Un’altra ancora per i bambini con meno di sette anni. Ciò perché si riteneva il fanciullo fino a sette anni una creatura che avendo vissuto in modo ridotto, doveva essere sepolta con un rito rapido quanto la breve vita vissuta. La Cattedrale custodisce ancora i resti di questi antichi spazi sottoterra ed, in passato, le botole che conducevano alle cisterne interrate erano visibili. Tali cripte ed ossari rappresentano un vero e proprio archivio storico della popolazione sannicandrese dei secoli scorsi.
Chiesa del Buon Consiglio o Chiesa di Murtucidd. Era un luogo destinato alla sepoltura degli appartenenenti alla Confraternita. A differenza di altre Chiese dove si seppelliva solo sotto le navate, qui c’era un chiostro (recinto) che fungeva da vero e proprio cimitero “privato”. Difatti, nei documenti si parla di cappella o di cimitero extramurario dove, a seguito degli svuotamenti periodici delle fosse, venivano portati i resti dei defunti sepolti nelle Chiese. Per i bambini che morivano non battezzati in alcuni posti c’era l’usanza di seppellirli in cantina. La cosa fa rabbrividire, ma a lungo è stato così. Allora, in maniera avanguardista da parte dei sannicandresi, il luogo fu utilizzato soprattutto per deporvi i corpicini dei bambini morti senza battesimo. Perché c’era il problema –di natura religioso- dei non battezzati e dei suicidi. Ed altresì dei boia (che venivano inumati insieme ai giustiziati). Queste persone, nel passato considerate sacrileghe, non potevano essere seppellite in terra benedetta, nelle Chiese. Tale discrimine terminò con la nascita del cimitero comunale nel 1841: da ora in avanti dovevano essere sepolti all’interno del camposanto in maniera discosta dalle altre tombe. Comunque, la dizione Murtucidd deriva dal prevalente seppellimento di bambini e ragazzi.
Convento di Santa Maria delle Grazie ex Convento dei Frati Minori. Un ospizio fuori le mura, fondato nel 1612. Grande fu il ruolo svolto nel campo delle sepolture dai Frati francescani che erano riformatori di comunità, direttori di anime. Per due secoli, i seppellimenti nel Convento furono molto concentrati. La Chiesa ed il chiostro erano diventati quasi un Pantheon di uomini illustri del paese. Entrati nella Chiesa, all’ingresso vi è una scalinata che porta giù ad una seconda cappella, la quale fungeva da cimitero dei Frati poiché le sepolture avvenivano dentro il Convento, nel luogo in cui i Frati vivevano e pregavano. All’interno della Chiesa venivano tumulati soltanto gli ecclesiastici di alto rango oppure i nobili più importanti. I nobili di rango inferiore venivano seppelliti nel chiostro del Convento, mentre le sepolture semplici venivano effettuate dentro fosse comuni nel cortile del chiostro, oppure nei terreni adiacenti l’edificio. Dal corridoio dell’ingresso, salendo, si giunge al piano superiore dove c’era l’ospedale: i morti nel sanatorio venivano anche loro sotterrati nel terreno del chiostro o nelle campagne limitrofe. Con la nascita dei cimiteri fuori dal centro abitato avvenne lo sgombero delle aree di sepoltura urbane, con trasformazone degli spazi vuoti in piazze e parchi pubblici. L’area attualmente occupata dalla Villa comunale non è stata resa edificabile per rispetto della destinazione (la santità del luogo) che ebbe in passato. Ancora fresca nella memoria dei cittadini, venne abbellita con fiori ed alberi, i quali sono stati piantati senza stravolgere il fondo del terreno. Scavando soltanto i fossi indispensabili per la piantagione, senza rimuovere molta terra per non toccare gli ossami. Così il vecchio cimitero fu trasformato in giardino pubblico.