Negli anni 50 a San Nicandro Garganico il vino sfuso si vendeva in due modi: dalle famiglie direttamente nelle loro case, oppure in una fitta rete di Cantine che erano sempre aperte e fungevano anche da punti di ritrovo sociale dove si discuteva di lavori nei campi, dell’indigenza vissuta durante l’infanzia, della guerra, di politica. Dunque, era usuale vendere personalmente nelle abitazioni. Di solito si esponeva una bandiera rossa vicino all’uscio di casa per comunicare che era pronto il vino nuovo, ovvero il venditore m’tteva man u’ vin ed iniziava la vendita dell’ultima vendemmia. Prelevato dai tini o dalle damigiane, il vino si versava nei comm’d portati dagli acquirenti, soprattutto carrafuncin e fiaschetti. Una volta la prima bottiglia era proprio il fiasco con l’impagliatura. “U vin bon, cj’ venn a Cavùt”. Un passa parola dell’epoca molto popolare, per significare che nella c.d. Chiazza du Cavùt (Via Nazario Melchionda) un produttore locale vendeva un buon vino artigianale. Il migliore. I sannicandresi, al fine di sfuggire ai controlli sul dazio, si recavano a comprarlo tardi, verso le ore 13,00, allorquando i daz’ist andavano a pranzo. Comunque i genitori, quando mandavano i ragazzi a comprare il vino, si raccomandavano dicendo: “Uagliò, scacchjia l’occhj… s’ vid nu daz’ist… rump u’ carrafuncin n’terra e …. fuj’t’n”.
Le antiche Cantine di Sannicandro svolgevano una funzione simile ai bar (all’epoca pochi), essendo luoghi di aggregazione maschile dove i sannicandresi, dopo una pesante giornata di lavoro, al ritorno dalla campagna si recavano per fumare un sigaro, giocare a scopa e bere qualche l’tranna d’ vin al fine d’ farcj’ passà i cazz n’gap, cioé, le preoccupazioni, i turbamenti, le inquietudini. Senonché, le sannicandresi, nel rivendicare il ruolo primario rivestito dalla donna nella famiglia, sostenevano che quando si beveva un po' di più, talvolta, di quelle cose n’gap ne faceva venire ben altre. E’ vero. C‘era tanta povertà, ma non quella demografica. Tuttavia, non tutt i femm’n sand’l’candris erano accomodanti poiché qualcuna, dotata di forte personalità, si faceva trovare ad aspettare u’ marit k’ lu ntrocc’l sott’a la vandera, ed erano cacchi suoi. Nelle Cantine si andava soprattutto la sera poiché nelle abitazioni scarseggiavano i televisori. Non c’erano solo i r’bbusciat d’ cantina che cj’ facev’n nazza nazza: le persone, munite di damigianette e fiaschi, andavano a comprare il vino poiché in casa non poteva mai mancare. Esso veniva acquistato giornalmente. Solo che t’aviva purtà ‘u comm’d. Quello sfuso un tempo era la tipologia più utilizzata. Anche perché la sua filiera è più corta e senza fronzoli. Un legame diretto tra consumatori era fondamentale: la reputazione e/o la diffusione della notizia giocavano un ruolo cruciale. Così le Cantine diventavano punti di riferimento per la rivendita, per gli aspetti di convivialità e di cultura popolare. Delle volte fuori dalle Cantine cj’ rrustev’n sauciccia o sarde. Altre volte turciunidd, cefali o nu pezz d’ renga. Quindi si poteva mangiare. I coperti erano inimmaginabili ed i tavoli si pulivano passandoci sopra un panno bagnato. Come noto, in quegli anni di assoluta povertà, la pigiatura dell’uva veniva fatta con i piedi nudi nei tini e tutta l’igiene, in generale, era scarna. Un optional. Le comitive usavano festeggiare le ricorrenze portando con sé nu rot chi lampasciun e la carna, nu scamurzon, fav tenn’r, rafanedd e via …. si beveva a volontà. Vero è che si tracannava ma, per bere bisognava mangiare e gli amici -ma pur u’ cant’ner- sfottevano i loro compagni quelle volte che, spronandoli, gli dicevano: “nt’ magnann u’ brod k’ la furcina …. mina n’ganna e …. strafuca!”. U’ cant’ner commerciava anche sul cibo da consumare all’interno della Cantina con “i licj” –le acciughe sotto sale- particolarmente richieste. Il vino sfuso era un bene accessibile a tutti. Noto per essere corposo e da pasto, u’ vin ner d’ Canosa era poco filtrato, nd’rzos al punto che quando lo bevevi cj’ s’nteva u rasp d’ ll’uva. Lasciava il segno nero sul bordo del bicchiere. La produzione si concentrava su vitigni a base di Nero di Troia e Primitivo, i quali generavano un prodotto di elevata gradazione e intensità, frequentemente chiamato u’ n’chiostr, talvolta u’ p’trolj’. Le fiere, le sagre e i mercati locali costituivano occasioni imperdibili: durante l’estate, i Cagnanìs, i Sant’marchìs, i Vicaiul’, i Sans’vrìs, ecc., allorquando portavano a vendere gli animali alla Fiera di Sannicandro (che inizialmente si svolgeva nel mese di luglio), si fermavano a mangiare all’esterno, allorquando trovavano allestiti, fuori dalle Cantine, tavoli e panche. Con le graticole sulle fornacette le quali, nell’emanare un intenso fumo odoroso, creavano un fragrante, originale ambiente di festa, gioia ed allegria. Il quartino, il mezzo litro, il litro e il fiasco erano i contenitori con cui veniva servito. Il quartino (chiamato anche quartuccio), era un’antica unità di misura, corrispondente a due bicchieri di vino. Nondimeno, nelle Cantine non si commerciava solo il vino. Anche l’olio, poiché i vignaioli spesso producevano e vendevano entrambi. Inoltre, siccome i frigoriferi erano una rarità, si vendeva anche il ghiaccio, che veniva fornito a blocchi trasportati sui muli dai Sant’marchis i quali, estratti dai fossati (la neve ammassata, dopo essere stata pressata e interrata nel bosco durante l’inverno, diventava ghiaccio), una volta segato a forma rettangolare, a mò di travi o parallelepipedi, veniva caricato in modo equilibrato su tutti e due i lati del mulo, ricoperto di paglia ed avvolto nei sacchi di pezza (delle olive). Dopo aver venduto il ghiaccio, mangiato e bevuto nella Cantina, a volte i Sant’marchis non si reggevano in piedi: i Sant’l’candris li caricavano sui muli e li rispedivano nel bosco, da dove erano venuti. D’estate, u’ cant’ner rompeva i blocchi e li vendeva a pezzetti che servivano a rinfrescare il vino e l’acqua da bere conservata nelle cucume, nelle conche e nei cic’n (oppure cic’r?). Da notare che i pezzi di ghiaccio acquistati, venivano avvolti nella paglia e ricoperti con un panno. Per conservarlo più a lungo, il ghiaccio si custodiva nel luogo più fresco dell’abitazione. Si rammenta che con l’introduzione del voto alle donne, il processo di emancipazione femminile in Italia era iniziato ma, nelle Cantine, non si poteva parlare minimamente delle mogli. I sant’l’candris erano estremamente gelosi e, se qualcuno osava pronunciare il nome di una delle mogli dei presenti, subito si estraevano i coltelli affinché non si permettesse mai più! Questo atteggiamento autoritario si esprimeva anche nei confronti dei propri figli i quali non potevano assolutamente entrare: arrivati davanti l’uscio della Cantina, si dovevano girare e tornare a casa. Sop’ o D’post, in Largo Gian Battista Vico, ve ne erano tre, con lo spazio circostante sufficiente ad ospitare una marea di gente: la cantina d’ Grifa, la cantina d’ Scaravagghj’ (che poi la vendette a Bamb’nell), infine la cantina d’ Patr’nostr situata di fronte a Paganella. Uno spettacolo faraonico. A fianco la Chiesa del Carmine c’era la cantina d’ Cuscetta. Altra cantina storica era quella di un altro Scaravagghj’, situata in Largo Santamaria, dove c’é una piazzetta. La cantina du M’r’can (Coco), era ubicata invece di fronte all’attuale sede della Guardia di Finanza, allorquando il Viale della Stazione era una strada sterrata ai lati del quale vi erano solo vigneti. Ed i ragazzi, inviati dalle mamme a comprare il vino, avevano paura ad attraversare la campagna deserta. Comunque non si fermavano. Inoltre, la maestosa cantina d’ Gaggian ubicata nella strada fiancheggiante la Lampia d’ P’trella (Via Vittorio Emanuele), dove i ragazzi impazzivano per le prime gassose e granite. L’imperiale cantina d’ Senza-nas, si trovava all’angolo della piazzetta, alle spalle della Chiesa di San Biagio. E poi ancora la cantina di Daniele Greco nella Vigna d’ Brenna. La cantina d’ Tombla, l’altra d’ N’gianna e quella d’ Lidia la Sansvresa. In conclusione, le Cantine erano un’infinità ed hanno costituito un frammento importante di storia commerciale e culturale paesana. Il loro declino ha coinciso con la metà-fine degli anni 60, in corrispondenza del fenomeno emigratorio, allorquando la predetta realtà si é evoluta ed i tavoli all’esterno sono gradualmente scomparsi, insieme alle antiche Cantine che, passate di mano in mano, finirono via via per estinguersi. Conoscendo la morte provvisoria. Ma non quella definitiva, che si verificherà solo quando i sannicandresi non le ricorderanno più. Per adesso la loro memoria è viva e restano ben impresse nella nostra mente, nei nostri cuori.