Tra dialetto e storia, quando il sud parla francese (e non solo)

Quante volte, mentre parliamo il nostro dialetto, ci sembrano parole inglesi, francesi o spagnole? Ci rifletto certe volte su alcune parole, per capire se sia solo una coincidenza o, a volte, se sia proprio una discendenza delle parole. Sappiamo che la nostra lingua deriva dalle lingue romanze (o neolatine), derivando ufficialmente dal latino parlato nell'Impero Romano.

Le altre che ne discendono sono lo spagnolo, il francese, il portoghese e il rumeno, sviluppatesi poi ognuna con le sue forme e regole grammaticali. La parola in questione è "Maison", in francese, che pronunciandola lo scriveremmo "mè-zon"; sappiamo che significa casa, abitazione. Ascoltando un giorno una frase che diceva: "Jam o'masciòn", il che significava "andiamo a ritirarci", ho scoperto che, nell'ambito dell'allevamento di galline, usato più dai carpinesi, era riferito al pollaio dove la notte andavano a rifugiarsi e a riposare.

Molte sono le parole dialettali simili alla lingua francese, molto probabilmente influenzati dalla dominazione normanna (XI secolo), quando conquistarono il Sud Italia e lo governarono per circa 150 anni. L'utilizzo della parola "masciòn" viene diminuito in "masciunedda", termine che sentiamo dire ancora oggi per indicare una casetta piccola, situate sotto l’abitazione e utilizzata come una sorta di ripostiglio. Incuriosito da questo termine, ho avuto la forte curiosità di andare a ricercare altri termini francesi che assomigliano al nostro dialetto o agli altri dialetti del Sud Italia, e ho trovato: Boîte, pronuncia: Bwuat - in dialetto sarebbe "U Buwatt", esempio: "U buwatt di p'mdora". Sparàgn: deriva dal verbo épargner, pronuncia: épargné - (risparmiare) es: "Aia sparagnà stu mes". Paravènt, in francese Paravent, pronuncia: Paravà, es: "Mitt nu paravènt". Sciarabbà: char-à-bancs (un carro, una carrozza con più panche per i passeggeri) pronuncia: Scia-ra-ban, es: "Pigghia nù sciarabbà". Mesale, cioè la tovaglia da pranzo che in dialetto diciamo: U m’sal, es: “Mitt u m’sal”. Se il sud Italia parla, francese o spagnolo, il mondo parla dialetto poiché subito dopo l’Unità d’Italia fino agli anni venti del XX secolo, molti italiani emigrarono all’estero, in quegli anni gli Stati Uniti era la meta preferita, ma anche Brasile e Argentina, solo che dagli anni 20 fino agli anni 30 misero molte leggi restrittive per evitare l’arrivo di massa. Noi abbiamo portato, sicuramente, allegria, arte culinaria, arte musicale, il saper vestire, e molto altro ancora, e inoltre abbiamo portato dei termini italiani mescolati all’inglese ad esempio gli americani ancora oggi usano dire la parola “Capìscj”, come affermazione per chiedere se hanno capito o no. L’automobile che conosciamo come “Car”, gli italiani dicevamo “U Carr”, che noi chiamiamo anche “U Carr’ttedd”, “u carrucc”. Cumpà / Goombah, per indicare un caro amico, Tutto ha un inizio, ma certe cose non finiscono mai. Le tradizioni della nostra lingua e del nostro dialetto si tramandano di generazione in generazione; il bello è proprio questo: un giorno ricordarci chi eravamo, chi siamo e chi saremo.

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