Il Coronavirus e 'la morte che non parla'

È giusto che mi presenti: sono Antonio Nardella, meglio conosciuto con il nome di “Tonino”, nato a San Nicandro Garganico, dove ho vissuto la mia fanciullezza e la mia adolescenza.

L’esperienza dolorosa vissuta, giorni or sono, dalla mia famiglia, con l’immatura morte del mio fraterno amico e cugino Raffaele (Pertosa, ndr), seguita dopo qualche giorno dall’ingiusta morte del figlio Matteo, mio caro ed affettuoso nipote, scomparso troppo presto (aveva 54 anni) ha indebolito la forza, la disponibilità all’accettazione cristiana, di un vecchio come me, alla luce di quel corpo segnato da un passato di gioia e dolore.

Ci sono degli eventi, come quelli che stiamo vivendo, del tutto non previsti, quelli non segnati sul calendario, anche se stampati sulla nostra paura – appartengono al destino, all’imponderabile che porta in casa un lutto.

Sappiamo che la morte fa parte della nostra esistenza, anzi è il vero dramma della nostra esistenza, ma non riusciamo ad accettarla. È  difficile accettare il rimanere senza chi avevamo sempre attorno: vero Francesca, vero cara cugina Lucia e care nipoti Marilina ed Anna. Una esperienza dove non esiste più il tu, ma il noi e se muori, anche loro vogliono seguirti perché non sanno stare senza di te.

Sono trascorsi pochi giorni dall’evento luttuoso che ha fermato l’esistenza di persone della mia famiglia particolarmente care – non è possibile e non si dovrebbe accettare che si tale evento distrugge l’uomo determinando il crollo di ogni possibile famiglia – luogo dei legami, dei legami sentimentali.
Un virus che sta contagiando il mondo, come quello che stiamo vivendo, la cui violenza non ti fa nemmeno sentire esistente, che frantuma le tue aspettative, le tue esigenze di essere umano – come se tu non ci fossi.  È il silenzio della voce afona dei sentimenti. La morte che non parla, la morte che non è ancora morte è peggio della morte. Tutto è bloccato, anche l’agonia in attesa di qualcosa che è sempre solo silenzio – che non guarisce, che si fa sempre più tacito e si muore mentre nessuno se ne accorge poiché non si è sentito nulla, nemmeno il lamento della morte.

Nel corso della vita, sofferenza, insicurezza, ansietà non mancano. Tutto è conquista e ogni conquista è fatica, sforzo e dolore. Ognuno presto o tardi subisce una prova drammatica, lacerazione di sé, una separazione dalle persone care. Le parole e i gesti di sollievo umano sono ben poca cosa al cospetto della morte. Soprattutto in questi momenti, il cristiano, già provato dal dolore deve farsi solidale con i suoi cari: la cugina Lucia, le nipoti Marilina, Anna e Francesca, che soffrono affinché la forza redentiva della carità sorregga e dia coraggio solidale alla sofferenza per la perdita di Raffaele e Matteo.

La vita ha per meta la morte: ma è forza o viltà d’animo rassegnarsi a questa certezza. Solo la preghiera può farsi allora umile e confidente fino al supremo dono di sé: 
Padre... non sia la mia, ma la tua volontà. Così Cristo si renda solidale e riceve luce l’enigma del dolore e della morte. 

Antonio Nardella
(Roma, 02 aprile 2020)                                                                                                        

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