Premessa. Per Umanesimo si indica un movimento storico il quale, nel XV secolo, teorizzò la rinascita della cultura occidentale attraverso l’affermazione dei principi di dignità e centralità dell’uomo. Umanità come natura dell’uomo, come solidarietà, come genere umano e infine come civiltà. L’essere umano è costantemente in bilico fra il bene e il male. Dotato di libero arbitrio è artefice del suo destino. Pertanto, dipende solo dalla sua volontà indirizzare le proprie azioni verso il bene. Tale movimento si basava su due spinte per certi aspetti contrastanti: da un lato su una visione eurocentrica, che poneva il mondo occidentale al centro del progresso, della cultura e della storia. Spesso a discapito di altre civiltà in quanto, i valori europei si consideravano superiori o più importanti di quelli di altre culture. Dall’altro lato sulla forza di valori comuni a ogni essere umano.
L’Umanesimo contemporaneo, detto altresì Umanesimo planetario, superando i limiti dell’eurocentrismo è orientato a potenziare la componente dei valori comuni, in una più ampia solidarietà umana e interculturale, nel pianeta e per il pianeta.
In nome dell’Umanità. Esiste una rete internazionale di organismi, volti a promuovere pace e cooperazione, che a vario titolo operano in nome dell’umanità (dall’Onu alla Corte internazionale di giustizia, alla Corte europea per i diritti dell’uomo) e che presentano dei comuni principi ispiratori insiti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo proclamata nel 1948 su iniziativa delle Nazioni Unite. Ma c’è una istituzione che ha fatto dell’Umanesimo la propria bandiera, l’Unesco, sorta nel 1946. Comunicazione, conoscenza, formazione sono mezzi per entrare nella città ideale della mente, consapevoli dell’umanità che lega reciprocamente tutti i popoli, realizzando la condivisione, la distribuzione e la valorizzazione del patrimonio mondiale dell’arte e delle culture. Tuttavia, la denuncia dei problemi che vediamo intorno a noi deriva dalle promesse tradite dell’Umanesimo giuridico-politico. Come è possibile che esseri umani compiono cose talmente inumane? Per questo chi s’interroga su come umanizzare la globalizzazione parte dal quesito inverso: come fermare la disumanizzazione? Risposta: con l’impegno a pensare la parola Umanesimo nell’orizzonte della disumanità. Cioè, oggi non si può pensare l’umano senza considerare che esso incorpori una parte di disumanità. Dunque, constatiamo che i confini dell’umano sono stati radicalmente sfondati e lo sfondamento di questi confini porta l’uomo a concepire l’Umanesimo confrontandosi costantemente con il disumano. In sostanza, occorre un impegno continuo nell’umanizzare il disumano. La globalizzazione, infatti, sembra favorire il paradosso per cui aumentano i conflitti, aumenta il disordine mondiale e aumentano i crimini contro l’umanità. In definitiva, le più aspre critiche (sottostante ai diritti umani) si fondano sul fatto che l’ideologia umanistica viene ritenuta antropocentrica, filo-occidentale, pseudo-democratica e pseudo-umanitaria. Essa, se mai operante, favorisce determinati gruppi di interesse, determinate popolazioni e determinati meccanismi di riproduzione del potere. La parola d’ordine, allora, è ristrutturare l’idea di Umanesimo alla luce dei limiti emersi. Ossia non inventare nuovi principi ma trasformare le pratiche con cui si diffondono e fatti valere quelli che abbiamo. Per far emergere un triplice obiettivo: resistere alla disumanizzazione, responsabilizzare i titolari del potere, anticipare i rischi futuri.
Destino planetario. L’Umanesimo planetario è, dunque, il movimento culturale che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli del pianeta, nonché l’umanità intera all’ecosistema globale e alla Terra. Dove si attinge non solo dalle migliori tradizioni occidentali, ma anche di altre culture del mondo. Tale rinnovata concezione dell’Umanesimo porta ad una visione diversa da quella storicamente conosciuta poiché oggi «nessuno si salva da solo» o perché «nessuno è un’isola». Non è più possibile pensare l’umano come entità irrelata e, nel cercare di salvare il pianeta, ogni evento ha un riflesso globale. Non esistono più fenomeni i cui effetti rimangono circoscritti ad un singolo luogo. Oramai viviamo in un pianeta in cui tutto è interconnesso e interdipendente, dove nessun grande problema può essere trattato e affrontato isolatamente e localmente. Questo nuovo sguardo sul mondo necessita di un cambiamento di paradigma, di percezione, di pensiero e di valori. Cioè, l’Umanesimo contemporaneo certamente prende le mosse da quello classico. Solo che si confronta con le problematiche, in parte inedite, del mondo attuale nel quale diventa difficile separare la storia dell’umanità dalla storia del pianeta quando la specie umana, scendendo dal piedistallo, per la propria sopravvivenza affronta i problemi dei cambiamenti climatici dovuti al surriscaldamento della Terra. La crisi ecologica ci pone di fronte al dilemma tra un salto antropologico o il collasso. Cosicché si discute sia dell’impossibilità di una crescita economica senza limiti. Sia di una relazione più equilibrata e più armoniosa con la natura ed il pianeta che ci ospita. Questi sono gli aspetti che danno le cifre più specifiche della nostra epoca rispetto alle altre epoche che l’umanità ha passato. Dalla rivoluzione industriale in poi l’uomo ha vissuto al di sopra delle sue possibilità continuando a prelevare dalla natura le risorse per sviluppare le attività produttive industriali. Senza pensare mai a quello che sarebbe successo alla natura che veniva devastata. Ed all’improvviso
ci siamo ritrovati con una Terra deturpata, ad aver cambiato l’orologio biologico ed aver brutalizzato la natura. Adesso soffriamo perché la natura inizia a ritorcersi. Non perché ce l’abbia contro l’umanità. Ma soltanto perché quando si spezzano determinati equilibri, quando si devasta, la natura non riesce più a trovare il ritmo della vita. Bisognerebbe pertanto superare questa visione di crescita infinita, come se noi non fossimo un pianeta chiuso, dove tutte le nostre risorse sono dentro il pianeta, dall’acqua alla terra, all’aria, ecc. Dunque, l’uomo scopre di aver superato i limiti di quanto avremmo dovuto tener presente. Il cambiamento climatico è la conseguenza nota a tutti, sempre accompagnato da eventi estremi che distruggono l’ambiente, la natura, l’economia, l’agricoltura e che producono morte. Ma è solo la parte che si vede in modo più clamoroso. Perché ci sono anche tanti altri aspetti che pure esistono e sono preoccupanti. Come, per es., lo scioglimento dei ghiacciai. L’influenza umana sull’ambiente è oggi decisiva per il futuro stesso dell’umanità, in quanto sappiamo che ogni volontà di dominare la natura degrada non solo la natura, ma la nostra umanità, che le è inseparabilmente legata, e che dalla natura dipende molto di più di quanto la natura non dipenda da noi. Inoltre, con l’esplosione atomica di Hiroshima e Nagasaki, nel 1945, è suonata la campanella d’allarme del rischio dell’autoannientamento globale. Questo rischio sconosciuto ha trasformato alla radice la condizione umana la quale di punto in bianco è diventata potenzialmente suicida. Da qui nasceva una comunità di destino planetaria poiché il rischio nucleare si è diffuso: anche potenze medie e piccole hanno accesso alle tecnologie della distruzione atomica. Nel tempo, dunque, le potenze di morte si sono rafforzate a tal punto da rendere possibile un suicidio globale dell’umanità. La vera novità è che oggi la solidarietà non è una sola questione di scelta etica. È una questione di necessità di sopravvivenza, addirittura biologica.
La moderna formazione umanistica. A San Nicandro Garganico il professore Gino Di Leo, pensionato, sulla spiaggia di Torre Mileto piantava l’ombrellone vicino al mio. Delle chiacchierate che facevamo mi colpì che, nonostante fosse un professore di matematica (materia astratta e teorica), Gino riusciva sempre ad estrapolare, -incredibilmente, con facilità estrema- gli spetti umanistici di tutti gli argomenti dibattuti, fossero anche i più aridi, tecnici e scientifici. Cosicché gli chiesi quale parte della sua formazione avesse caratterizzato la prospettiva umanitaria. Mi rispose: “Lo so che è molto strano” ma, “dopo la prima laurea, mentre già insegnavo matematica, il pomeriggio frequentavo un corso quinquennale e conseguii una seconda laurea, in teologia, con una tesi sullo Spirito Santo”. Ecco. A San Nicandro abbiamo un antesignano dell’incrocio di saperi specialistici, scientifici e classici, idonei a collegare le problematiche rinascimentali tradizionali con quelle antropologiche e delle scienze naturali emerse nel mondo contemporaneo in tema di Umanesimo. Chiaramente non è che sia indispensabile una laurea in antropologia oppure in teologia. C’è bisogno soltanto di una buona formazione specifica, classica e scientifica insieme. L’umanità può sperare di risolvere i suoi problemi vitali mediante la sfida di una educazione alla complessità. Perciò si domanda: la vecchia formazione umanistica, fondata sullo studio dei classici (testi greco-latini, storia, filosofia, arte, teologia) resta ancora lo strumento idoneo per affrontare tematiche assolutamente inedite? Il pianeta Terra come destino comune dell'umanità è un problema che richiede una novella formazione. Anzitutto dei formatori in quanto, per stare al passo con i tempi, occorre la connessione fra la cultura umanistica, le scienze dell'uomo e le scienze naturali. La cultura umanistica e scientifica hanno le medesime fonti storiche, dalla civiltà greca al Rinascimento. Ma, a partire dall'800, vi è stata la grande disgiunzione, per cui ognuna delle due possiede le sue istituzioni e le sue modalità organizzative. Ciò ha moltiplicato i saperi frammentati, chiusi su sé stessi, monodimensionali (che non comunicano fra loro) generando le figure degli esperti, produttori di conoscenze specializzate. Nondimeno, le scienze dell’uomo non sono più lo studio del nostro passato poiché l’uomo oggi non è più l’uomo del Rinascimento. Genetica, intelligenza artificiale, globalizzazione e mille altre spinte hanno prodotto un uomo nuovo, diverso da quello dell’Umanesimo tradizionale. Lo studio dell’uomo, quando l’uomo è nuovo, a sua voltadeve cambiare.Motivo per cuiattualmente occorre il superamento dell'attuale organizzazione del sapere attraverso la creazione di un pensiero articolato, capace di concepire la multidimensionalità di tutti i problemi importanti che si pongono. Le profonde metamorfosi delle scienze fisiche, cosmologiche, biologiche nel corso del '900 hanno creato le condizioni affinché la stessa scienza ritrovasse le questioni fondamentali che si ponevano gli studi umanistici e, in questa conoscenza complessa l'uomo è riapparso come essere fisico-bio-antropologico-sociale. Così è diventato possibile non solo il dialogo fra le due culture, ma lo stesso superamento della loro grave rottura, che è condizione indispensabile per produrre un sapere all'altezza delle sfide coetanee. Ciò di cui c’é bisogno è una cultura della complementarità, e non della disgiunzione. Speriamo che ai giovani, in futuro, non insegnino più soltanto a separare conoscenze ma anche a sviluppare collegamenti.
In conclusionesi domanda: l’uomo per tornare nei ranghi può fare riferimento a qualche civiltà del passato che abbia affrontato problematiche analoghe alle odierne? La risposta è negativa dato l’emergere di una nuova condizione umana. Una condizione radicalmente differente da tutte quelle che l’hanno preceduta. L’umanità dei nostri giorni deve pensarsi come umanità a partire dal pericolo che lega tutti i popoli allo stesso destino, di vita o di morte. Anche di una morte di tipo nuovo. Poiché nella sfera di vita dell’umanità si è introdotta la possibilità di autoannientamento dell’intera specie. Le crisi ambientali rendono urgente l’educazione a un pensiero complesso: le conoscenze specialistiche, pur avendo apportato progressi, hanno frammentato i saperi e sono diventate un ostacolo alla comprensione degli attuali problemi globali, politici, economici, sociali, spirituali. Per garantire la qualità della vita e la sopravvivenza stessa dell’umanità l’unica condizione (la sfida) è quella di formulare i problemi come costituiti da una molteplicità di dimensioni intrecciate fra loro.
Francesco Sticozzi