San Nicandro e il suo doppio volto: tra storia, mente e società

Chi vive a San Nicandro Garganico lo sa bene: d’estate il paese sembra rinascere. Il centro storico si anima di voci e colori, i vicoli si riempiono di giovani, turisti, famiglie tornate per qualche settimana. Anche chi è emigrato sente il richiamo delle proprie radici e torna per respirare un po’ della vita di un tempo. Le feste, i mercati, le serate in piazza fanno sembrare San Nicandro un posto vivo, pulsante, dove sembra possibile immaginare un futuro diverso.

Poi arriva l’autunno, e soprattutto l’inverno. Le strade si svuotano, le saracinesche si abbassano, i ragazzi ripartono per le università o per il lavoro in città, e tutto rallenta. Questo alternarsi tra pieno e vuoto non è un dettaglio: segna chi ci vive, condiziona le scelte, l’umore, il modo in cui si guarda al futuro.

Fenomeni simili li vediamo in tanti paesi del Sud, ma qui a San Nicandro è evidente. Non si tratta solo di economia o di posti di lavoro mancanti. La mente umana funziona in modo curioso: non ci limitiamo a osservare la realtà, la trasformiamo in racconto. E così nasce quello che in psicologia si chiama “profezia che si autoavvera”.

Tutto parte da un’idea semplice, ma potente: “qui non c’è futuro”. La si sente a casa, in piazza, a scuola. I giovani la fanno propria, e quando arriva il momento di scegliere tra restare o partire, quella convinzione pesa più di qualsiasi dato. E così partono davvero. La loro partenza diventa la prova che conferma la frase iniziale: “vedi? Qui non c’è futuro, se ne vanno tutti”. E il ciclo si ripete, senza bisogno di aggiungere altro.

C’è poi il ritmo delle stagioni. D’estate tutto è pieno, intenso, rumoroso; d’inverno il vuoto è evidente. Questo alternarsi costante può far sentire i giovani instabili, insicuri. In psicologia si parla di “tempo percepito”: non conta il calendario, ma come viviamo i mesi. Quando il tempo appare frammentato, con mesi pieni e mesi vuoti, il futuro sembra incerto. E allora nasce il desiderio naturale di cercare altrove stabilità: una “fuga dal vuoto”.

Un altro punto chiave sono le relazioni. A San Nicandro i legami familiari e comunitari sono fortissimi, e questo è un grande valore: danno sicurezza, solidarietà, senso di appartenenza.

Ma hanno anche un lato “limite”: spesso restano chiusi, rivolti solo all’interno. In psicologia si parla di bonding capital: un abbraccio che protegge, ma può trattenere. Mancano i ponti verso l’esterno (bridging capital): connessioni con università, imprese, associazioni di altri posti. Senza questi ponti, i giovani non trovano opportunità qui e finiscono per cercarle altrove. Non è che rifiutino il paese: è solo il bisogno naturale di crescere.

Eppure San Nicandro ha tante risorse. Il centro storico, le strade medievali, i paesaggi tra il lago di Lesina e le colline del Gargano, la storia unica della conversione al giudaismo che ha attirato studiosi da tutto il mondo. Ma avere risorse non basta: bisogna saperle trasformare in significato per il presente e opportunità per il futuro. Una comunità che vive solo nel passato rischia di restare intrappolata nella memoria, come una persona che guarda sempre indietro senza mai pensare al domani.

E qui entra in gioco l’identità collettiva. Ogni comunità si costruisce attraverso le storie che racconta di sé. Se il racconto dominante è “siamo un paese che si svuota, senza futuro”, quella storia diventa parte della nostra identità. Ma l’identità può cambiare: servono nuove esperienze, nuove testimonianze. In psicologia si parla di “cambiamento narrativo”. Un giovane che decide di restare, avviare un progetto innovativo, magari nel turismo sostenibile o nell’artigianato, e vede il suo lavoro valorizzato e raccontato, rompe la profezia negativa: dimostra che partire non è l’unica scelta.

San Nicandro, come tanti paesi del Sud, ha davanti a sé una sfida concreta e psicologica insieme. Concreta, perché servono spazi, opportunità, politiche che permettano ai giovani di restare e crescere. Psicologica, perché bisogna cambiare lo sguardo e raccontarsi anche come un luogo che può offrire. I processi mentali di una comunità non si vedono nei dati statistici, ma influenzano le scelte e la fiducia di tutti.

La vera domanda non è “perché i giovani se ne vanno?”, ma “come fare perché abbiano davvero una scelta tra partire e restare?”. Partire non è un male: è giusto viaggiare, formarsi, conoscere il mondo. Il problema è quando partire diventa l’unica possibilità. Se San Nicandro saprà creare condizioni in cui restare sia reale e dignitoso, allora anche chi parte potrà tornare, arricchito dall’esperienza altrove.

Quello che viviamo non è un’accusa al paese, ma una riflessione su come funzionano le comunità come la nostra. Capirlo è il primo passo per cambiarlo. E forse il pensiero nuovo che San Nicandro deve imparare a coltivare è questo: il futuro non è solo lontano, può nascere anche qui, tra le sue strade antiche e le radici profonde.

Jeremy Damaschino

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