La fiera d’ottobre, dal foro Romano alle strade di San Nicandro

“Dal foro romano alle strade di San Nicandro: le radici nascoste della Festa d’Ottobre”

A San Nicandro Garganico, ottobre non passa mai inosservato. È il mese della festa grande, quella che porta in paese la devozione per San Michele, le luci, la musica, i profumi di dolci appena fatti. Le strade si riempiono di gente e di bancarelle che vendono di tutto, dai giocattoli ai prodotti tipici. Ma se proviamo a immaginare com’era la stessa festa secoli fa, lo scenario cambia: le bancarelle non esponevano zucchero filato o utensili colorati, ma gabbie e recinti con animali da fattoria. C’erano capre, pecore, polli, maiali, conigli. Piccoli animali che erano la vera ricchezza di chi viveva di campagna. E accanto agli animali, i corredi di stoviglie: piatti, bicchieri, pentole, utensili che servivano per la casa o che segnavano l’inizio di una nuova famiglia.

È un dettaglio che può sembrare banale, ma non lo è affatto. Perché ci riporta indietro di duemila anni, al cuore del mondo antico. Nei mercati greci e romani il commercio di animali da allevamento era centrale. Non erano solo scambi economici: comprare una pecora o un maiale significava assicurarsi cibo, lana, latte, uova, forza lavoro. Era garanzia di sopravvivenza. Persino i sacrifici agli dèi spesso non richiedevano grandi tori, ma questi stessi animali comuni, così vicini alla vita quotidiana delle persone. Offrirli era un gesto di ringraziamento, un modo per chiedere prosperità alla comunità.

Allo stesso modo, anche le stoviglie avevano un significato che andava oltre la loro funzione. Nel mondo greco-romano, i piatti e le coppe erano parte della vita domestica, ma anche simboli di status e momenti condivisi. Una coppa per brindare, un’anfora per conservare il vino, un piatto decorato da usare nelle feste: erano oggetti che segnavano la vita familiare e sociale, proprio come i corredi comprati nelle fiere sannicandresi accompagnavano matrimoni e nuove case.

Il bello è che a San Nicandro, senza saperlo, si è continuato a fare la stessa cosa per secoli. La fiera non era solo un momento per fare affari, era un rito collettivo. Comprare un animale significava prepararsi all’inverno, portare sicurezza in famiglia, rafforzare i legami della comunità. Acquistare stoviglie significava invece prepararsi alla vita insieme, dare forma a un nuovo nucleo domestico. E allo stesso tempo era una festa: la gente si incontrava, scambiava notizie, concludeva affari, festeggiava insieme. Esattamente come accadeva nell’agorà di Atene o nel foro di Roma.

Oggi non vediamo più capre, pecore e corredi di piatti in piazza, ma lo spirito è rimasto. Passeggiando tra le bancarelle moderne, tra luci, musica e profumi, non è difficile immaginare che sotto quella vitalità scorra ancora il ricordo di un mercato antico. È come se la nostra festa fosse una grande scenografia che cambia nei dettagli, ma mantiene la stessa trama da millenni: celebrare la vita, ringraziare, sentirsi parte di una storia comune.

E questo è il vero segreto della Festa d’Ottobre. Non è solo una tradizione religiosa né solo una sagra paesana. È un filo che unisce San Nicandro al Mediterraneo antico, alla Grecia, a Roma, agli uomini che prima di noi hanno acceso falò, sacrificato animali, bevuto vino nuovo e pregato i loro dèi. Cambiano i nomi e i simboli, ma il bisogno è lo stesso: festeggiare insieme la fine di un ciclo e l’inizio di un altro. È questa continuità che la rende clamorosa, unica e affascinante. Perché quando le campane suonano e il paese si illumina, non celebriamo solo San Michele. Celebriamo il bisogno eterno dell’uomo di ritrovarsi insieme, di costruire comunità, di unire fede e quotidianità. Celebriamo l’essere umani da sempre, qui e ora, legati alla stessa antica storia.

Buona Fiera d’Ottobre a tutti !.

Jeremy Damaschino.

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