Il bianco e nero nel cinema oggi

 

Premessa. In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, martedì 25 novembre alle ore 21,30 Rai 1 trasmetterà in prima visione l’esordio alla regia di Paola Cortellessi “C’è ancora domani”. Il film in bianco e nero (sei David) -campione al box office, al 10° posto dei migliori incassi italiani di sempre- rappresenta un’eccezione rispetto alla realtà commerciale di queste pellicole. 

Bianco e nero. Togliere il colore dalla fotografia di un film non è una moda ma una scelta stilistica che ha delle finalità diverse da quelle economiche. Poiché sotto l’aspetto commerciale non genera quasi mai introiti rilevanti. 

Il colore era noto già dal 1906 ma fu dagli anni Cinquanta del Novecento che affiancò il bianco e nero definitivamente, per poi soppiantarlo. Per un po' riuscirono a coesistere giacchè il monocromatico continuò a costare meno: certi registi ed alcuni produttori seguitarono a preferirlo. Intorno agli anni Settanta, il colore non è più una scelta ma un obbligo, dato che la scarsità di domanda fa diventare pochi i laboratori in grado di stampare in monocromo e, conseguentemente, realizzare un film in bianco e nero diventa molto costoso. Pertanto, il rapporto di spesa in confronto al colore si rovescia. In Italia il primo film a colori fu Totò a colori (1952). 

Tuttavia il non colore rimane una certezza, dona eleganza, mistero e antichità. Nel nostro immaginario il bianco e nero è collegato alle grandi pellicole del passato. Quando, negli anni Cinquanta e Sessanta, il colore era ormai una tecnica affermata, molti cineasti faticarono ad abbandonare la tradizione, convinti del fatto che la novità togliesse l’aura poetica all’arte cinematografica. Se si pensa a film come La dolce vita, dove Fellini attraverso l’uso dei chiaroscuri era riuscito a restituire un perfetto affresco dell’Italia dell’epoca; o alle tinte dei grigi a cui Visconti nel film Rocco e i suoi fratelli aveva dato vita; oppure a Ladri di biciclette di Vittorio De Sica; a Roma città aperta di Rossellini, si comprende come persino oggi -circa settant’anni dopo- i registi della nostra epoca, nell’omaggiare ed emulare lo stile, le tecniche e l’estetica di detti film, girando in monocromo sperano che anche il loro lavoro possa diventare un classico. Il Neorealismo italiano (massima espressione, insuperata, del Cinema italiano) e la Nouvelle Vague francese, erano in bianco e nero. Ciò significa che i film senza colore tendono a sembrare classici senza tempo perché la maggior parte dei monocromo che abbiamo visto in passato, sono classici senza tempo.  

Recentemente si parla di boom del bianco e nero. Ed attualmente diversi cineasti fanno questa scelta sia per questioni stilistiche, sia per un ritorno all’origine, riscoprendo la scala di grigi e la sua profondità. Molti altri artisti lo scelgono per la sua capacità di distillare una scena nella sua essenza più pura, trasmettendo un’emozione in modo più diretto e potente. Perché? Il cinema contemporaneo è molto meno rigido, più sperimentale, le correnti sono superate. Evadere dal colore dà un senso di libertà ritrovata. È come riassaporare uno stato d’animo pascoliano, qualcosa di nuovo, fresco e innocente ma anche antico. Il colore bianco viene associato ripetutamente a forme di purezza, perfezione, onestà. Invece, nel Settimo Sigillo, di Ingmar Bergman, la Morte ritiene che giocare con i pezzi neri le si addice. Il bianco e nero è gentile, delicato, pulito. Nel più semplice dei livelli permette di rappresentare il bene, il male, ed eventuali chiaroscuri tra l’uno e l’altro. 

Dunque, la decisione di girare la pellicola in bianco e nero riguarda l’estetica e la poetica del film la quale, mediante il monocromatico in molti casi può acquistare una potenza espressiva che una fotografia normale non può dare. Solo che non si tratta di un effetto magico. Non basta rendere un film in bianco e nero per far rivivere un’epoca passata, un genere o uno stato d’animo. Si richiede altresì una meticolosa attenzione alla luce da parte del direttore della fotografia. Comportando un enorme lavoro già in fase di progettazione. Infatti, in vista della successiva traduzione di ogni colore, sul set tutti i costumi, il trucco e le scenografie vengono pensati in funzione della scala del grigio. Inoltre, si deve ben evidenziare i tratti dei soggetti, dal momento che è fondamentale l’espressività e l’interpretazione degli attori. Più la fotografia è curata e meno lo spettatore si fermerà alla superficie dell’immagine e si lascerà travolgere dall’emozione del film. La rimozione del colore forza l’occhio umano di concentrarsi sullo stato emotivo rappresentato dall’attore, consentendo di realizzare degli incarnati densi e rugosi, capaci di farci percepire tutta la porosità della pelle. Al contrario, i colori spesso distraggono l’attenzione dal soggetto in quanto sono meno descrittivi del monocromatico. Ecco perché si dice che il direttore della fotografia, specie nel Cinema d’autore, ha il gravoso compito di “scrivere con la luce”. In buona sostanza, la fotografia in bianco e nero costringe il fotografo e lo spettatore a vedere oltre il colore per scoprire la vera essenza dell’immagine. 

La nostra vita reale è a colori e, quando guardiamo un film in monocromo veniamo messi di fronte ad un effetto onirico che ci fa sentire un po' dispersi. Nel Cinema contemporaneo la fotografia in monocromo riporta alle origini. Per origini si intende l’infanzia del regista o gli albori del Cinema, allorquando il bianco e nero funge da richiamo al ricordo, ad un tempo ormai andato. Quindi, viene scelto per evocare il passato. Perché, sebbene ovviamente nel passato non lo fossero, certi momenti ai nostri occhi e nella nostra memoria sono senza colori. Può quindi succedere che per far viaggiare gli spettatori indietro nel tempo lo si faccia in monocromo. Sinonimo di memoria, di stile e di echi retrò, il bianco e nero può quindi essere il ricordo, il sogno, l’incubo o la fantasia. Inoltre, la rimozione del colore rende l’immagine senza tempo e molti fotografi preferiscono queste immagini per distanziare il soggetto dalla realtà. Tante altre volte si toglie il colore per dare la sensazione di una vita priva di sfumature, quando l’animo del protagonista è grigio. Cercando così maggiore realismo. Lo si usa anche per definire il contesto che è desolante e desolato, come accade nel campo di sterminio di Schindlers List: gli  spettatori nel film di Spielberg non devono assolutamente distrarsi. Il monocromatico, infine, nell’accentuare la luce e l’ombra, formano una composizione drammatica. Di conseguenza, può anche essere una scelta legata al genere di film: è molto facile che succeda nel noir o nei gialli perché i film fanno più paura in bianco e nero. Esistono meno appigli per evitare lo spavento e la tragicità assume un senso sublime. 

Conclusioni. La decisione del monocromatico riguarda l’estetica e la poetica poiché da un punto di vista prettamente commerciale il film non produce mai incassi sostanziosi. Tale  scelta artistica, con il trionfo della varietà dei grigi, è un’eredità degli albori del cinema, tramandata a noi come un bellissimo regalo per farci emozionare. Come succedeva una volta. Da queste considerazioni nasce il giudizio secondo il quale “vedere a colori è una gioia per l’occhio, ma vedere in bianco e nero è una gioia per l’anima”.                                                                                       

Francesco Sticozzi

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