I luoghi dell’infinito. Spiritualità e trascendenza

Spiritualità. Ogni essere umano è venuto al mondo ponendo a chi era già nel mondo delle domande, dei perché e, successivamente, ponendo domande a sé stesso. Attraverso, quindi, una ricerca interiore e personale, per dare un senso all’esistenza nasce in ciascuno di noi la vita spirituale. Affrontando domande sulla vita, la morte ed il proprio ruolo nell’universo. Interrogandosi sulla propria natura, sui legami intimi con il cosmo. Si precisa che si tratta di domande a cui la filosofia da millenni non ha saputo trovare risposte unanimi. Per cui é un mero processo mentale, un percorso del pensiero dove importante è porsi le domande per cercare risposte, senza necessariamente trovarle. Ma quando detto cammino inizia, si verifica un distacco del proprio io da sé stesso. Tale distacco produce l’emersione in superficie dell’anima, la quale si manifesta senza farsi vedere. E’ invisibile. Ma proprio questa separazione consente di intavolare un dialogo, facendo nascere una relazione fra noi e noi. Atteggiamento fondato sull’introspezione e sull’autoriflessione. È possibile vivere una vita spirituale senza credere in Dio? Esiste una spiritualità naturale? La risposta è Sì, la vita spirituale è un’esperienza che appartiene a ogni essere umano. Non è monopolio dei credenti o dei cristiani. Anche chi non crede può avere una forte spiritualità. Peraltro, non è contrapposta alla vita materiale, alla nostra esistenza quotidiana: la vita interiore rappresenta un completamento ottimale della nostra esistenza. Tuttavia oggi viviamo in un mondo ormai dominato dalla logica dell’apparenza e del consumo che determina un eccessivo attaccamento a beni materiali quali automobili, case, terreni, arredi e computer. Inoltre, tante volte si cura benissimo la propria immagine, si è molto attenti alle apparenze per fare bella figura davanti agli altri. Ma la saggezza sta altrove: nel curare quello che non si vede, nel curare il cuore. Altrimenti l’inquietudine cresce ed il bisogno di spiritualità aumenta. Da qui nasce il maggior rilievo attribuito alla cura dell’essere, coltivando l’intimità, cercando di raggiungere la bellezza interiore. Cosicché, mediante lo sviluppo della dimensione immateriale si può trovare senso e significato. Il senso della vita è dentro di noi e non fuori. Il dialogo con sé stessi determina unificazione e sintonia tra le due diverse dimensioni, materiale (corpo) e psichica (emozioni, sentimenti, passioni). Quando mettiamo in atto momenti di unificazione, di fusione di sé con sé, armonia tra mente e corpo, emozioni e pensieri, la nostra natura gioisce. Quando  la luce della mente sale, raggiunge la dimensione più alta dell’essere umano: il momento dello spirito. Capace di esaminare e controllare sia il corpo, sia, cosa molto più difficile, la dimensione emotiva e sentimentale. Ed il senso della vita spirituale, della cura di sé, consiste nell’accogliere le emozioni senza farsi turbare. 

Trascendenza: alla ricerca del Dio nascosto.  Il più grande tesoro dell’uomo, la sua divina insoddisfazione, non è altro che sete di trascendenza. Ovvero la tendenza che hanno gli umani di uscire da sé oltrepassando i propri stessi limiti. 

L’esperienza trascendentale fa cadere in estasi l’uomo, allorquando il proprio io pone il baricentro completamente fuori dal corpo e sballa. Dopo bisogna recuperare l’assetto, però all’inizio, nell’innammoramento per esempio, si dà sempre l’esperienza che apre al trascendente, vale a dire entrare nella dimensione di qualcosa che avvolge, coinvolge, sconvolge. Irrompe una tempesta travolgente che ci fa naufragare. C’è questa dimensione al nostro interno, l’esperienza della dipendenza da qualcosa di più grande di noi. Come d’altronde avviene ascoltando la grande musica classica di Mozart o di Bach, di Bruce Springsteen, ammirando un dipinto di Caravaggio o Botticelli, osservando la grande bellezza della Natura. In breve, sommandosi alla vita spirituale ed alla vita etica, anche l’esperienza estetica (che si dà ai sensi) è rivelatrice di trascendenza, come partecipazione a quella dimensione che si chiama Dio nascosto, dimensione che fa trascendere il nostro ego, spingendolo al di là del gene egoista. Dio, ma dove sei? Dove ti nascondi? Nondimeno, “il punto che noi cerchiamo non si lascia mai possedere, anzi arretra mentre ci avviciniamo e ci conduce sulla soglia dell’interiorità”. Dio non è morto, anche perché Dio non conosce la morte. Ma sempre che esista, non è qualcosa di visibile o tangibile. Per cui alla trascendenza può ambire soltanto la componente spirituale. L’inclinazione alla trascendenza (un avvicinamento a Dio, per chi ci crede, una piena realizzazione, per gli atei), accomuna tutte le persone le quali, nella pratica di vita, cercano il bene ed il senso di giustizia. Questa inclinazione forse non può mai essere compiuta adeguatamente. Se però rimane incompiuta sotto un certo limite, si sprofonda nell’inquietudine. In sostanza, solo lavorando sulla nostra interiorità (per fare risalire l’anima dagli abissi in cui è confinata) saremmo in grado di acquisire consapevolezza della profondità di quello che siamo. Perché trascendenza significa scavare dentro di sé, comprendendo che esiste qualcosa di più grande. Significa andare al di là del nostro mondo individuale, oltre il nostro piccolo io.  

I luoghi dell’infinito. Come possiamo coltivare una forma di spiritualità? Ognuno la cerca a modo suo. Non esistono metodi o strumenti preconfezionati uguali per tutti. Esistono dei percorsi di ispezione interna personali, mirati alla continua riscoperta del senso di sé. Le relazioni armoniose con gli altri, il volontariato, la preghiera, la meditazione, lo yoga, ad esempio, sono metodi molto praticati. Qui si intende sottolineare la connessione con la Natura, perché è proprio quella estetica l’esperienza più generale, più coinvolgente delle altre dimensioni, rivelatrice del trascendente. Essa include la frequenza dei c.d. luoghi dell’infinito, luoghi dell’uomo che ricerca il divino. Don Giancarlo e Don Peppino, d’estate, ai fedeli che partecipano alla messa domenicale celebrata nella Chiesa di Santa Maria del Monte Devio, fanno vivere un’esperienza sublime. Spalle alla Chiesa, infatti, possiamo scrutare gli spazi dell’elevazione, laddove la mente trova i pensieri che la terra non consente. Gli orizzonti che dal Monte Devio un sannicandrese può godersi, più di ogni altro paesaggio, pongono il problema del rapporto con il cielo ed il mare, del rapporto con il divino. Non a caso nel Medio Evo sono stati i monaci grandi frequentatori dei luoghi dell’infinito poiché, nel tentativo di relazionarsi a Dio, hanno eretto monasteri, abbazie, conventi, chiese. Aspettando un segno dal cielo. Orizzonte, raccoglimento, contemplazione, solitudine, silenzio, ma anche storia e arte. Sono posti che evocano un senso di illimitatezza e bellezza dove un umano, esplorando la dimensione psichica, scopre che il proprio io si spinge in avanti, oltrepassando i limiti del paesaggio. Questa meraviglia ci lascia estraniati perché, nel creare un certo distacco dal mondo terreno, ci fa immergere in un mondo sacro ed eterno. Il divino sta nell’uomo che contempla gli elementi della Natura, sta nel pensiero dell’uomo che conosce la sua precarietà, la sua finitudine e, purtroppo, “l’essere per la morte” spaventa l’uomo che si fa divino. In definitiva, detti orizzonti evocano l'infinito in quanto, la vastità del mare e del cielo amplificano le prospettive, spingendo l'immaginazione a concepire spazi e tempi illimitati. Allorquando, in un silenzio sovrumano -che non sembra appartenere a questo mondo- l’alba, il giorno o il tramonto ci avvolgono, dove i boschi, i laghi, il mare ed il cielo ci incantano e ci accompagnano nell’immensità dell’universo. Trascendere qui implica la capacità dell'immaginazione di superare i limiti della realtà umana. Con la vista che guarda lo spazio e immagina -inoltrandosi al di là dei confini- ciò che potrebbe vedere oltretremiti, oltre i limiti del visibile. L’udito invece si domanda: esiste un Dio del silenzio? Il silenzio …… uno strumento che acuisce le sensibilità, che cerca l’infinito in ciò che non si può vedere fisicamente. Allora diventa normale abbandonarsi alla contemplazione perdendo la cognizione del reale, dello spazio, del tempo. E non ci importa più se si sta facendo tardi. L'infinito è un desiderio inafferrabile, irraggiungibile. Ricercato ma soltanto percepito. Quando ciò avviene ci sentiamo piccoli perché si scopre un universo infinitamente gigantesco rispetto al quale sperimentiamo un senso di inadeguatezza, un senso di soggezione. Perciò l’infinito, rendendo sublime l’immaterialità ultraterrena, è collegato a quello di eternità. E non è questa una Natura ultraterrena? Un ponte tra il terreno e il divino? Tutto ciò favorisce calma mentale, benessere, senso di radicamento.

Francesco Sticozzi

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