Premessa. E’ improbabile che il libro elettronico sostituisca completamente quello cartaceo in un imminente, prossimo futuro. Nonostante la crescita del digitale -attestata intorno al 10% del cartaceo- a tutt’oggi il libro fisico rimane il prodotto editoriale principale. Dimostrando una convivenza piuttosto che una sostituzione. Pertanto, al momento non ci sono indicazioni che il formato cartaceo scomparirà. Nondimeno, si sta diffondendo sempre di più l’opinione che un mostro infernale piomberà nottetempo sulle librerie, nella scuola, sulle biblioteche pubbliche e private, nelle case, minacciando: “E’ la fine”. “E’ l’ora”. “I libri cartacei fanno la fine dei giradischi e dei dischi”. Tuttavia, quando ciò avverrà, non è dato saperlo. Ma prima o poi la belva deforme arriverà poiché, in aggiunta al digitale, abbiamo altresì una spinta ecologica, un movimento innegabile verso "l’essere green" (immaginiamo quanta carta viene utilizzata e quindi quanti alberi abbattuti per realizzare il cartaceo). Pertanto, Gentile Direttore, faccio questa previsione apocalittica nella speranza che il mostro bituminoso irrompa nell’universo-mondo il più tardi possibile.
Diagnosi. Gentilissimo Direttore, sono affetto da neuropatia. Quando passo davanti ad una libreria entro, acquisto libri e li accumulo per leggerli. Non subito. Rimando la lettura a dopo. Sono un compratore ossessivo-compulsivo poiché, pur avendo a disposizione abbastanza volumi per placare la sete di lettura, non sono capace di bloccare il mio impulso nel fare nuovi acquisti. La neuropatia, pertanto, é causata da un eccesso di compere rispetto al tempo che dispongo per leggere. E non sò se effettivamente riuscirò mai a leggere i libri accatastati in quanto, ne accumulo così tanti da rendere impossibile leggerli tutti. Eppure continuo a comprarli e ad ammassarli nella libreria.
Tuttavia, parlando sia con professionisti non solo sannicandresi (presidi, professori, medici, avvocati, giornalisti, commercialisti, ecc.), sia con gente comune, sono in molti a sostenere che, pur avendo acquistato (o ricevuto regalato) dei libri, malgrado avessero intenzione di leggerli non disponevano del tempo necessario per farlo. Pertanto i libri giacevano in casa accantonati da qualche parte. Ora, in base al principio “mal comune mezzo gaudio”, questa ammissione avrebbe dovuto rassicurarmi. Invece no. Perché in casa esistono cumuli di libri che restano ammucchiati per mesi, forse anni. Vengono riposti sugli scaffali ed abbandonati in attesa di iniziare la lettura.
Che altro potrebbe essere l’ansia di possedere sempre più libri senza avere alcuna possibilità reale di leggerli? Direttore, mi aiuti Lei a trovare una risposta. Tutti volumi che entrano a far parte della “pila della vergogna dei libri non letti” insieme ai precedenti e a chissà quanti altri ancora. E così via. Insomma, sebbene evitavo che la passione per i libri creasse dipendenza patologica, ciònonostante la pila degli ammassati é diventata un totem della frustrazione. Un ricordo quotidiano di ciò che non si riesce a fare. Inizialmente associavo l’accumulo di libri alla scarsa lettura. E l’ansia e l’insofferenza mi torturavano lentamente. Era deprimente.
Prognosi. All’improvviso, però, arrivano i giapponesi ad abbattere questo tabù. Ho scoperto, Direttore, che rispetto al fenomeno dell’accumulo, la popolazione nipponica –la quale custodisce tradizioni molto radicate- parla di Tsundoku il quale rappresenta una prassi estremamente diffusa e sana. Che riflette una profonda passione per il desiderio di esplorare nuovi mondi attraverso la lettura. L’ammasso di testi non letti, cioè, sarebbe simbolo della nostra sete di sapere. In questa luce, la pila degli accumulati non viene vista come fonte di turbamento, ma come l’emblema del nostro amore per i volumi e della nostra continua ricerca di conoscenza. Lo Tsundoku é una forma di fiducia nel futuro, una progettualità a lungo termine. Ammassarli non significa dimenticarli, né rinunciare a leggerli: vuol dire lasciarli lì, in attesa del momento giusto. Che sia domani, tra un mese o sei mesi. Un modo per dire: adesso non è il momento, ma lo sarà.
Anche nelle case dei sannicandresi i libri si accumulano ovunque. Non solo sugli scaffali della biblioteca personale, che sarebbe il loro posto, ma dappertutto, in particolare sul comodino. Soprattutto bisogna non portarli in cantina. Perché non si hanno mai troppi libri. E se cominciamo a pensare che ne abbiamo troppi, nella nostra testa qualcosa sta cominciando a non funzionare. E’ come pensare che abbiamo troppi ricordi, troppi sentimenti, troppa vita. Inoltre, siccome quasi tutti gli oggetti di casa servono a qualcosa, si dirà che il libro serve a leggere e, se non si legge, non serve a nulla, perché la sua funzione principale –leggere- non viene svolta. Sbagliato. Un libro non serve. Agisce. Agisce anche fermo, anche chiuso. Quante cose, quanti ricordi ritroviamo in quei libri chiusi! Comunque devono stare in casa, da qualche parte. Lo spazio ogni persona lo sceglierà come e dove preferisce. Lo spazio più giusto, in verità, il libro se lo trova da solo. Ogni libro messo da parte oggi potrebbe essere quello giusto tra un anno, durante una crisi, un trasloco, un momento di noia o una pausa inaspettata. A volte è il libro che trova il lettore, non il contrario. Tu sai di averli questi libri. Ma non dove siano. E non puoi trovarli a tuo piacimento. Ti capitano fra le mani nei momenti più impensati. A volte si nascondono, poi ricompaiono, poi vanno a sistemarsi insieme agli altri. Creando catene.
Spesso per i lettori possedere più libri (di quanti sia possibile leggerne in una vita intera) è sinonimo di umiltà poiché i testi non ancora letti ci rendono consapevoli di ciò che dobbiamo scoprire o imparare di nuovo. E questo è costruttivo. I veri lettori non abbandoneranno mai il principio della socratica certezza che “sapere di non sapere”, è sapere. Non leggeranno per vantarsi, ma per imparare, condividere e scoprire. È qualcosa che si fa per se stessi, non per apparire. Pertanto, non si può ridurre lo Tsundoku a semplice accumulo perché esso costituisce una forma di tensione culturale e persino esistenziale. Per questo, Direttore, senza angosciarmi per averli comprati, forse non dovrei pensare allo Tsundoku come ad una patologia. Non dovrei sforzarmi di smaltire la pila. Meglio tenerla lì, visibile, in ordine sparso, come un archivio di futuri possibili. Ma, Direttore, mi dica: pensa anche Lei che i Samurai abbiano ragione?
Ricapitolando. Quando entriamo in una libreria le dita immediatamente iniziano a sfogliare le pagine di qualche libro. Subito però subentra la convinzione che, nemmeno volendolo, ci sarà il modo ed il tempo per leggere tutte le parole in essi contenute. Tuttavia, la considerazione di quanto in teoria ci sarebbe da conoscere, da immaginare, ci fa capire che nei libri di casa c’é l’infinito poiché l’uomo può raggiungere soltanto una conoscenza parziale, limitata. La conoscenza assoluta è irraggiungibile. E così accumuli, stipi libri ovunque. Sperando –ma la speranza sarà vana– di trovare, un giorno remoto, il tempo per leggerli. Un giorno che non arriverà mai. I libri, con la loro presenza ci ricordano, tra l’altro, l’idea del tempo che passa. Della vita troppo breve per leggere solo una parte di tanta oceanica bellezza. L’amara coscienza che non si possa far nulla per fermare i giorni, i mesi, gli anni (che rotolano via rapidi, inesorabili) e la rassegnazione di fronte a tutti quei volumi che resteranno su quei scaffali, nondimeno, svaniscono di fronte alla spinta vitale che ogni libro racchiude. Ed è una sensazione inebriante. Perché l’acquisto di più libri è un tentativo dell’anima per illuminarsi d’immenso e, pur non potendoli leggere, la presenza dei testi posseduti produce una forma di estasi. Avere in casa dei libri, guardarli, toccarli, annusarli, sentirne il profumo è una specie di rimedio alla tristezza. Per chi li ama sono una cura per le piccole, grandi ferite quotidiane, regalata da uno speciale e unico senso di attesa che si nasconde tra le pagine sconosciute.
Francesco Sticozzi