Le Mummie di San Nicandro Garganico

Il contesto locale ed europeo. All’inizio del 1800 il rapporto con i morti era di estrema vicinanza fisica: i defunti “vivevano” con i vivi, sotto il pavimento delle Chiese. Le quali erano saturate dall’odore della decomposizione e, nonostante l’incenso, l’aria era insalubre. Ora, cosa succedeva a San Nicandro Garganico prima della riforma cimiteriale varata da Napoleone? L’idea di un cimitero extra-urbano era inesistente o riservata solo agli appestati. In particolare la situazione era la seguente: i nobili ed il clero venivano sepolti in sarcofagi o cappelle gentilizie dentro le Chiese (ex Convento dei Frati Minori, Buon Consiglio –i Murtucidd- San Biagio, ecc.-; i confratelli (come quelli della Chiesa dei Morti) avevano le loro cripte dedicate; il popolo basso finiva nelle fosse comuni scavate sotto il pavimento della navata, denominate carnai. Quando una cripta o una fossa era piena, si procedeva alla riduzione: le ossa venivano spostate in ossari collettivi per far posto ai nuovi arrivati. I medici dell’epoca napoleonica iniziarono a capire che i miasmi delle sepolture in Chiesa causavano epidemie. Perciò la riforma stabilì che i cimiteri fossero costruiti fuori dalle mura cittadine, in luoghi ventilati. A Sannicandro l’innovazione fu accolta con estrema diffidenza. La gente aveva paura che i propri cari, portati fuori al freddo e lontani da Dio, venissero dimenticati o che le loro anime vagassero senza pace. Per questo motivo cripte come quella della Chesa dei Morti divennero luoghi quasi clandestini o di resistenza culturale, dove si continuò a praticare il culto dei defunti, cercando di mantenere quel legame fisico che Napoleone voleva spezzare. Tra l’altro, anche Ugo Foscolo scrisse il suo celebre carme Dei Sepolcri proprio come protesta contro l’Editto napoleonico, sostenendo che la tomba non serve al morto, ma ai vivi per mantenere acceso il ricordo e l’esempio delle grandi persone. 

Si sa che il cimitero di San Nicandro Garganico è nato nel 1841 allorquando, con l’Editto di Saint Cloud del 1804 (esteso all’Italia nel 1806) vietò, per motivi igienici e sanitari, la tradizione di seppellire i morti all’interno delle Chiese. La Confraternita della Morte e Orazione tuttavia fece resistenza, accettando malvolentieri l’idea di abbandonare i propri defunti in un campo fuori paese. Inizialmente ci furono deroghe in favore del clero. Le Confraternite continuarono ad usare le cripte sotterranee ancora per diversi decenni, sostenendo che si trattasse di luoghi privati e non di cimiteri pubblici. Ma, come vennero gestiti i resti che già si trovavano nella Chiesa dei Morti? Il destino delle mummie esistenti, vale a dire dei corpi che erano mummificati (quelli sui sedili di colamento), furono diversi. Molte mummie non vennero rimosse poiché la popolazione le considerava protettrici e la Confraternita continuò a prendersene cura segretamente. Comunque, i resti di molti corpi non perfettamente mummificati o vennero ridotti a sole ossa e ammucchiati negli ossari comuni sottostanti e più profondi (i c.d. carnai), oppure vennero murati all’interno delle nicchie della cripta stessa, coprendoli con lastre di pietra per evitare la dispersione dei miasmi. Liberando spazio nella cripta ma preservando la loro presenza all’interno del perimetro consacrato. 

La nascita del cimitero comunale segnò la fine dell’uso della cripta per le nuove sepolture. Da quel momento la Chiesa dei Morti passò da essere un cimitero attivo ad un luogo di memoria e culto delle anime del Purgatorio. Le mummie di San Nicandro Garganico non sono mai state tutte sfrattate. Parte sono rimaste quali testimoni di un’epoca in cui il confine tra vivi e morti era un sottile pavimento di legno o pietra. La riforma napoleonica ha tolto alla cripta la sua funzione pratica (seppellimento), ma ne ha involontariamente esaltato il valore storico e monumentale.

La Chiesa dell’Addolorata, dei Morti o del Purgatorio. Questa Chiesa è uno di quei luoghi dove il confine tra fede, storia e spettralità è molto sottile. Risale alla metà del XVIII secolo (1740-1750). Qualcuno sostiene che invece fu fondata prima, tra il 1500 e 1600. Venne costruita dalla Confraternita della Morte e Orazione, che aveva il compito di assicurare degna sepoltura a chi non aveva i mezzi per pagarsi il funerale. Scendendo sotto il livello del pavimento, infatti, c’é una cripta le cui pareti sono scavate per ospitare i resti ossei. La cripta non era solo un luogo di sepoltura. Appena varcata la soglia della botola, l’aria cambia: diventa più fresca, ferma e carica di un odore dolciastro tipico dei luoghi di conservazione organica. In molti casi i teschi non sono ammucchiati alla rinfusa, ma disposti con un certo ordine geometrico, quasi a voler ricreare una “congregazione silenziosa”, che continua a vegliare sulla Chiesa sovrastante. I sedili di pietra (colatoi) costituiscono l’elemento più crudo ed affascinante. Sono scranni in pietra dove i corpi dei confratelli o dei cittadini venivano fatti sedere subito dopo il decesso. Un foro al centro del sedile permetteva il deflusso dei liquidi, facilitando il processo di mummificazione naturale o essiccazione. A differenza di altre cripte dove restano solo polvere e ossa, qui l’ambiente ha permesso in passato la conservazione di alcuni tessuti molli. Grazie alle particolari condizioni microclimatiche (ventilazione e umidità controllata), alcuni corpi si sono conservati naturalmente. Oggi sono visibili teschi e resti ossei disposti in nicchie, che creano un impatto visivo molto forte. Alcuni resti conservano tracce degli abiti originali, spesso i camici bianchi o neri della Confraternita della Morte e Orazione, completi di cappucci. Questo dettaglio rende l’esperienza visiva molto più realistica rispetto ad un semplice ossario. Perché i sannicandresi dell’epoca scendevano qui sotto a pregare tra i cadaveri? Risposta: per la dottrina del Purgatorio. Quindi c’era un legame Vivi-Morti. La cripta non era un luogo chiuso e dimenticato, ma una sala d’attesa. I vivi visitavano i propri morti, portando preghiere (i suffragi) per accorciare il tempo di espiazione delle anime in Purgatorio. Si credeva inoltre che i defunti trattati bene dai vivi avrebbero poi interceduto presso Dio per proteggere la comunità da siccità, terremoti o malattie.

In definitiva, nel passato la comunità sannicandrese affrontava il tema della morte non con paura, ma con una familiarità quotidiana e rurale. La Chiesa dei Morti fungeva da ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti, proteggendo le anime nel loro passaggio, durante l’attraversamento. Quando si varca la porta di questa Chiesa si abbandona il mondo dei vivi e si entra nel mondo dei morti.

Tra storia e leggenda. La Chiesa ha generato racconti popolari che si tramandano di generazione in generazione. Come la c.d. Processione dei Morti. Si narra che, in determinate notti dell’anno (sia durante la Settimana Santa sia tra il 1° ed il 2 novembre), le anime dei defunti sepolti nella cripta escano per una processione silenziosa nella navata della Chiesa. Molti anziani del paese raccontano di aver udito, in passato, canti gregoriani provenire dall’edificio a porte chiuse nel cuore della notte. Una seconda leggenda locale parla altresì di un antico membro della Confraternita che scelse di essere sepolto in una posizione specifica per poter sorvegliare i suoi compagni anche dopo la morte. Alcuni ispezionanti sostengono di provare una strana sensazione di sguardo addosso proprio in prossimità di uno degli angoli più bui della cripta.  Tra le storie che circolano una delle più toccanti riguarda la presunta presenza di una giovane donna sepolta con il suo abito nuziale. Si dice fosse morta poco prima delle nozze e che la sua mummia fosse oggetto di particolare venerazione da parte delle ragazze del paese in cerca di marito o di protezione per il proprio matrimonio. Comunque, il nome della Chiesa dei Morti non deriva solo dalla Confraternita, ma anche da una forte devozione popolare legata alle “Anime pezzentelle” (le anime del Purgatorio). Si narra di visioni e processioni che partirebbero proprio da questa Chiesa per attraversare i vicoli del centro storico (Terravecchia). Perciò, ogni lunedì, era tradizione dedicare preghiere specifiche per refrigerare le anime sofferenti. 

Pasqua e Resurrezione. La Chiesa -detta ufficialmente anche Chiesa del Purgatorio- è uno dei luoghi più suggestivi e carichi di mistero di San Nicandro Garganico. Uno dei punti di riferimento spirituali più profondi della comunità sannicandrese. Ciò che stupisce immediatamente è il Portale sormontato da teschi e ossa incrociate che richiamano la transitorietà della vita. I teschi sono simboli per eccellenza del Memento Mori (ricordati che devi morire). Che non vogliono spaventare i cittadini (o, almeno, non solo), ma portano con sé un messaggio sociale e teologico preciso. In un’epoca (dal XVI al XVIII secolo) in cui la vita era estremamente precaria a causa di carestie ed epidemie, la Chiesa utilizzava questi simboli come pedagogia visiva. Ovvero, siccome la maggior parte della popolazione non sapeva né leggere né scrivere, si parlava ai fedeli attraverso le figure, come appunto facevano i teschi. L’obiettivo era quello di ricordare che la bellezza, la ricchezza ed il potere sono transitori perché davanti alla morte siamo tutti uguali, ciò che resta è soltanto lo stato dell’anima. Inoltre, la Chiesa era gestita dalla Confraternita della Morte e Orazione. Per questi confratelli, il teschio non é un segno malefico, ma un distintivo di identità. Essi si occupavano di dare sepoltura cristiana a chi moriva in solitudine, o a chi veniva giustiziato. Esporre il simbolo sulla facciata indicava che quel luogo era un avamposto dedicato alla cura dei defunti e alla preghiera per le loro anime nel Purgatorio. Spesso, nell’iconografia sacra, il teschio si trova ai piedi della croce di Cristo. Le ossa incrociate formano una X, che richiama la lettera greca Chi (X), iniziale di Christos. Rappresenta quindi il corpo che attende il soffio della vita eterna. I sannicandresi chiamavano il teschio “la capuzzella”. Non veniva trattato con orrore, come un fatto macabro, ma con una sorta di affetto devozionale: i fedeli spesso adottavano un teschio della cripta, lo pulivano e pregavano per quell’anima in cambio di protezione o favori celesti. Sembra paradossale, ma in un contesto cristiano il teschio rappresenta anche la speranza nella Resurrezione. Ovvero la Vittoria sulla Morte. 

Entrando nella Chiesa si resta colpiti dal contrasto tra l’esterno ed il calore devozionale che si respira all’interno, quasi a voler proteggere il dolore e la speranza rappresentati dalla Vergine Addolorata. L’interno della Chiesa è a navata unica con altari decorati. Le tele presenti raffigurano il tema del Purgatorio e l’intercessione per l’anima dei defunti. Nondimeno, il pezzo forte è la statua dell’Addolorata, un’immagine lignea di grande impatto emotivo, rappresentativa di una significativa metamorfosi: la Vittoria della Vita eterna sulla Morte. La metamorfosi si manifesta nell’abbigliamento della statua che segue la tradizione delle Madonne vestite con uno stile cambiato radicalmente a seconda del momento liturgico. Il Venerdì Santo, durante la Processione, la Vergine indossa l’abito del lutto, o della sofferenza. E’ l’immagine più straziante e sentita dalla popolazione. Un lungo abito di velluto nero, simbolo di lutto profondo. L’abito ed il mantello sono impreziositi da ricami in oro che formano motivi floreali o simboli della Passione. L’Addolorata porta, stretto tra le mani giunte e tra le dita, un fazzoletto di pizzo bianco per asciugare le lacrime. Una corona di spine o una corona d’argento sul capo sopra un velo nero. Infine, il pugnale d’argento (o sette spade) conficcato nel petto, all’altezza del cuore, a simboleggiare la profezia di Simeone (E a te pure una spada trafiggerà l’anima). E’ importantisima la consuetudine legata alla Settimana Santa in quanto, da questa Chiesa partono o transitano i momenti salienti della Processione dei Misteri del Venerdì Santo. Infatti, per celebrare la Via Matris, la Processione verso la Chiesa Madre muove proprio dalla Chiesa dell’Addolorata, allorquando la statua della Madonna cerca il figlio morto per le vie di San Nicandro. 

Una particolarità della tradizione paesana è il cambio d’abito per la Resurrezione. Quando la Madonna viene spogliata del nero per indossare abiti di colori vivaci, spesso azzurro, bianco o rosso, arricchiti da ori e sete preziose, per simboleggiare l’evoluzione interiore, il passaggio dalla sofferenza alla gioia della Pasqua. La vestizione segue una procedura eccezionale poiché la statua viene trattata con tutte le delicatezze possibili, molto meglio di una persona cara. L’Addolorata, elaborato il lutto, il giorno di Pasqua viene rallegrata dal suono delle campane a festa per il Trionfo sulla Morte della Vita eterna, annunciata dalla Resurrezione del figlio, cioè di Gesù Cristo.

 

                                                                                     Francesco Sticozzi

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