12 febbraio 2018 08:21 Attualità di Federico Giagnorio

    Mi hanno raccontato una storia. Un aneddoto. Una parabola. Uno di quei brevi racconti che hanno lo scopo di darti un insegnamento morale, usando parole e nozioni semplici per spiegare concetti molto più grandi.

    Mi hanno raccontato una storia e, mentre stavo lì ad ascoltare, la mente mi ha riportato all’attenzione parole e avvenimenti vissuti in prima persona. D’altronde è proprio quella l’intenzione di una parabola, invitare a fare confronti e similitudini tramite allegorie, come conferma l’etimologia stessa del sostantivo.

    Mi hanno raccontato una storia, ma io voglio raccontarvene un’altra: la mia. Quella che il racconto in questione ha estrapolato dai ricordi, portando al presente un episodio ormai dimenticato, o quasi. Non c’è da mettersi comodi, sarà breve, di poche righe; né ci saranno colpi di scena in stile western, ciò di cui leggerete va ben oltre le semplici parole.

    “C’erano due amici, tra di loro si conoscevano appena. Avere degli amici in comune era l’unico motivo per cui si frequentassero a stento. Non avevano nessun legame e niente che potesse accomunarli in qualche modo, anzi, si era insinuata una certa antipatia reciproca dettata da sensazioni e pregiudizi che l’uno aveva nei confronti dell’altro e viceversa.

    I loro pensieri li avevano confidati a uno degli amici comuni. L’avevano fatto entrambi, in momenti diversi. Pensavano che non scorresse buon sangue, ognuno per colpa dell’altro. Ognuno credeva di trovarsi nelle antipatie altrui. Ognuno con motivazioni diverse.

    Entrambi ricevettero la stessa risposta, che si stavano sbagliando, che era stupido precludersi un’amicizia solo per una sensazione o un dubbio fondato sul nulla. L’amico disse loro questo, lo credeva veramente, anche se in fondo non poteva averne certezza, ma lo fece comunque.

    Un consiglio, un semplice consiglio, e da quel momento il loro approccio cominciò a cambiare. Cominciarono a guardarsi con occhi diversi, mettendo da parte la convinzione di non essere nelle grazie dell’altro. Anche se non ne avevano certezza, perlomeno cominciarono a prendere per buona l’ipotesi di una propria valutazione sbagliata in precedenza.”

    I pregiudizi sono come porte. Fin quando ne hai uno, non sai mai cosa stia succedendo là fuori. Avere pregiudizi significa chiudersi ermeticamente in sé stessi, restando completamente ignari della vita che ci circonda e, anche se alla fine il giudizio può corrispondere al pregiudizio, è stupido non provare ad aprirla quella porta per paura di averne la certezza. O forse, quello di cui abbiamo più paura, è una smentita? D’altronde, anche aprendo una porta, restiamo sempre in casa finché non mettiamo un piede fuori.

    “Col tempo i due ragazzi sono diventati ottimi amici, scoprendo di avere molto in comune ed avere una visione dell’esistenza simile, fondando un’amicizia che ha solo potuto donare quanto di meglio la vita può offrire.”

    Vi ho raccontato una storia, semplice, potrebbe essere compresa anche da un bambino. Una storia comune che ognuno di noi potrebbe raccontare, avendola vissuta in prima persona o conoscendo situazioni analoghe.

    È una storia elementare, ma che spesso dimentichiamo perché proiettati in faccende che hanno maggiore priorità, dettate da pregiudizi e convinzioni radicate nel tempo. Conosco gente che si affida molto alle proprie convinzioni, sensazioni ed esperienze. Fondiamo intere esistenze su questi principi e, a volte, ci risulta difficile scostarcene. Anche se dieci volte su dieci, un pregiudizio, si rivela essere corretto, non significa che lo sarà anche l’undicesima. Se cento volte su cento, non è scontato che lo sarà anche la centunesima.

    Ogni persona che conosciamo è un potenziale amico. Ogni esperienza vissuta è maestra di vita. Dietro ogni volto potrebbe nascondersi l’anima gemella o la migliore relazione lontanamente immaginabile.
    Un po’ come lo spirito del Carnevale: nel momento in cui indossiamo una maschera, ci spogliamo di noi stessi. Ci scrolliamo di dosso tutto quanto abbiamo edificato per anni, una gabbia che ci costruiamo attorno e difficile da aprire, una gabbia che ci sta stretta, ma che continuiamo a tenere chiusa per paura. La paura di scoprire cosa accade fuori, la paura di ammettere che ci stavamo sbagliando, la paura di non essere più noi stessi.

    La maschera l’abbiamo con o senza un travestimento?

    Laddove c’è un giudizio sbagliato, non nasce niente, come accadeva per i due amici. Gli è stato detto che stavano sbagliandosi e, forti di quelle parole, hanno cominciato a viverla diversamente. Chissà, potevano anche aver ragione inizialmente, ma cambiando visione delle cose, hanno proiettato attorno a loro ciò che si aspettavano e desideravano da quella situazione.

    Gli occhi sono ricettori o proiettori?

   Indossando una maschera siamo liberi di essere chi siamo, ma anche chi non siamo e che forse siamo.