Gentilissimo direttore
Non mi piace recensire libri, film, ecc. Questa volta ho fatto un’eccezione al solo scopo di non far spegnere il dibattito sull'importanza di aprire una sala cinematografica in San Nicandro Garganico, anche utilizzando un locale più piccolo (rispetto a quelli che hanno conosciuto la storia dei cinema del paese) che consenta una gestione economica, quantomeno la digitalizzazione dei proiettori del cinema e l’insonorizzazione del locale.
Come sembra del tutto logico -leggendo il seguente articolo- il film sulla musica rock (appena uscito nelle sale italiane) interessa prevalentemente i giovani i quali, purtroppo, se volessero vederlo dovranno recarsi fuori paese.
Però, la musica di Springsteen attira anche i meno giovani che hanno avuto modo di apprezzare le canzoni di detto artista il quale, all’apice della sua carriera, ha compiuto un percorso esattamente inverso a quello di Bob Dylan, modellando il rock in direzione del folk.
Springsteen - Liberami dal nulla
Nel film il regista Scott Cooper narra la realizzazione di “Nebraska” di Bruce Springsteen, concentrandosi sulla fase depressiva che produsse la nascita di detto Album: un disco grezzo, infestato, popolato da anime perdute. E’ una storia bellissima piena di dialoghi con fantasmi interiori i quali, nel mettere in luce la fragilità umana, rende grande l’artista. “Volevo che la musica fosse come un sogno ad occhi aperti e che il disco fosse commovente come una poesia. Volevo che il sangue fosse percepito come fatale e profetico”. Questo diceva Bruce Springsteen del suo Album più intimo, personale, più oscuro, tormentato e doloroso. Un Album fatto di storie di assassini in fuga che raccontano la striscia di sangue e la sedia elettrica del serial killer Charles Starkweather e di operai destinati a non farcela per uscire dalla loro condizione di povertà e di angoscia. Ma in realtà grande metafora dei più violenti ricordi d’infanzia e del rapporto burrascoso e complicato con il padre alcolista, il quale picchiava lui e la madre. Nel 1982, da solo, in quella casa tra i boschi, Springsteen ripensa a se stesso, a quando, da bambino, avrebbe potuto diventare violento. Così scatta l’immedesimazione con l’assassino e racconta la storia in prima persona. Sta nascendo Nebraska. Lui non fa alcun mistero dei propri traumi, delle proprie insicurezze e dei propri dolori esistenziali. In quelle canzoni mette tutto se stesso. Paradossalmente potrebbe essere un film sulle debolezze e sui dolori di qualsiasi essere umano, perfettamente universale nel suo mettere in scena l’emergere e il radicarsi della depressione come un cappio al collo sempre più stretto con cui necessariamente dovere prima o poi fare i conti anche se si è una delle rockstar più famose e celebrate al mondo.
La storia della nascita di Nebraska inizia nel 1981, dopo il successo del Tour di The River, quando Bruce Springsteen era il futuro del rock (così diceva Jon Landau, allora critico musicale diventato poi più un fratello che un semplice manager), ma certamente non era ancora la rockstar mondiale di Born in the Usa. A quel punto arriva Nebraska. Allorquando Springsteen ha avuto il coraggio di registrare un disco con solo chitarra e armonica. Compiendo un sacrilegio. E dire che Lui non aveva inizialmente intenzione di pubblicare quella musica, ma solo di fissare su nastro qualche idea da riarrangiare e risuonare in studio con la sua band. Infatti, si fece portare a casa un registratore. E mixa tutto con un Panasonic boombox, che, però, si è bagnato e non funziona bene. Cosicché le canzoni sembrano uscire in maniera sbagliata. Sono più lente, più oscure. Sembra musica in arrivo dal passato. A volte, però, sbagliare può essere un bene. La stesura delle dieci tracce di Nebraska è un duello personale in cui Springsteen deve lottare contro la depressione: il riaffiorare dello sguardo del padre, il suo rincasare malinconico, le liti con la moglie, la bottiglia di whisky, il pestaggio. Sembrava un arrangiamento incompleto, ma poi non si è voluto portare a termine perché, nella sua incompiutezza, esprimeva già tutto. Di getto decise di inviare a Landau le canzoni registrate su nastro, con la condizione obbligatoria di fare arrivare nei negozi d’America quella cassetta con tutte le imperfezioni del caso. Ma anche con l’intenzione di non pianificare alcun tour a supporto del disco, né di farlo accompagnare da note per la stampa, né tantomeno di mettere la sua faccia in copertina. Tutto quello che per lo show business (ragioni commerciali) è una bestemmia, Bruce Springsteen l’ha preteso perché Nebraska doveva essere una terapia. "Le cose sbagliate mi sembrano giuste", dirà Springsteen ai discografici che vorrebbero esecuzioni pulite e facilmente riproducibili, quando per lui il ritmo rallentato, le distorsioni, l'eco che sembra provenire dalle profondità della sua anima, sono sacri e vanno tutelati ad ogni costo.
Nella sua autobiografia uscita nel 2023, ovvero nel libro Born to Run, racconta il vero motivo per cui i concerti con la sua E Street Band durano oltre le tre ore «Quando sono sul palco è l’unico momento in cui ho il controllo di quello che sta succedendo, delle mie emozioni, del mio stato d’animo. Durante quelle ore sono libero da me stesso, tutte le voci che affollano la mia testa fortunatamente spariscono». Praticamente, Springsteen sta dicendo che non ha problemi a stare 4 ore su un palco, ma quello che gli fa paura sono le altre 20. Perché quell’ombra minacciosa di suo padre, sempre presente, si fa più lunga. E quel “cane nero” (la depressione) morde sempre più ferocemente.
Liberami dal nulla mette a fuoco dunque la causa del «mal di vivere» del cantautore americano: il rapporto col proprio padre, Douglas Springsteen, anche lui in preda a depressione. Il padre è una figura intimidatoria, capace di violenti scoppi d’ira. Tanto che, nell’autobiografia Bruce dice «l’unica cosa che volevo fare nella vita era non finire come mio padre»; irascibile, amareggiato dalla perdita del lavoro e dalla passione per la musica del figlio che non riesce ad accettare. «A casa mia c’era solo una cosa più impopolare della mia chitarra: io». Destino ha voluto che la casa in affitto trovatagli dal manager fosse non lontana da quella della sua infanzia, così da poterci passare davanti in macchina (nascondendosi a debita distanza) prima di tornare a casa per scrivere le impressioni di quelle visioni giovanili. Semplicemente un uomo che tenta di stabilire una connessione col passato per cercare di guarire. Ecco perché Springsteen ricorda le parole del suo terapeuta (davanti al quale, nelle scene finali del film, il trentenne Bruce scoppierà in un pianto struggente e liberatorio): «Mi disse che con quella canzone tentavo di tornare indietro, sapendo che era successo qualcosa di brutto. In quel modo speravo di recuperare certe cose, “girandole” per il verso giusto. Qualcosa era andato storto e io continuavo a tornare davanti alla casa di mio padre per vedere se fosse possibile risolvere il problema. Il dottore aveva visto giusto: senza rendermene conto era ciò che facevo, così di sera la mia Chevrolet era come se si recasse lì da sola». Nel finale del film Springsteen farà i conti col padre. Ed il rock sta tutto nel grido Daaaaaaddy! (papà). Un urlo imbarazzante. È il voler dimostrare ai propri padri che i loro figli valgono, che sono degni di attenzione. Comunque, la scena più strana del film è la seguente: dopo aver aspettato il figlio in camerino a fine concerto, l’ormai anziano Douglas, con voce carica di pathos gli chiede di sedersi sulle sue ginocchia. Bruce gli fa notare che «ormai sono un uomo, e in più sudato», e che in realtà «non l’ho mai fatto prima, nemmeno da bambino». Ma dopo un attimo di combattuto contegno, l’acclamata rockstar finirà per sedersi sulle ginocchia del padre, stringendolo in un lungo abbraccio.
In conclusione Nebraska è un disco considerato fra quelli più belli di Springsteen, personalissimo e perfetto proprio nelle imperfezioni tecniche che esaltano il trasporto e l’intensità emotiva della musica. Il film Springsteen. Liberami dal nulla porta con sé una storia potente perché universale. Nonché una delicata e commovente terapia di gruppo. Non una demitizzazione, ma un’analisi acuta e accorata della sua ispirazione, delle cicatrici che stanno dietro a quella magica connessione che ha saputo creare con il pubblico, proprio per la sua semplicità e la sua autentica sofferenza.
Francesco Sticozzi