Mutare il dolore in gesti, ogni generazione ha il suo Giorgio

Siamo ancora tutti scossi dagli accadimenti della settimana scorsa. La morte del giovane Giorgio Pienabarca lascerà strascichi per anni, se non decenni, che resteranno nel cuore di chi lo ha vissuto da vicino. 

A San Nicandro Garganico sembra quasi esistere un filo rosso invisibile che unisce le diverse generazioni: come se ogni stagione della giovinezza sannicandrese avesse il dovere di pagare un pegno per svegliarsi dall'innocenza e diventare adulta all'improvviso.

Purtroppo ogni generazione qui ha avuto il suo “Giorgio”, il suo punto di non ritorno. 

Per i ragazzi degli anni ’80 è stato Michele, stroncato a diciotto anni, in estate, da un tragico incidente stradale. Per i Millennials è stato il fresco maggiorenne Giorgio, strappato alla vita dall'assurdità di un pacco bomba. Oggi, la storia si ripete drammaticamente con la Generazione Z, colpita dalla perdita di un altro Giorgio, vittima di un tragico incidente stradale dopo una festa.

La reazione a questi drammi, però, non è mai stata la rassegnazione e la tristezza. Al contrario, queste ferite hanno forgiato il carattere degli adolescenti sannicandresi, accendendo in loro un forte senso di riscatto civico. 

Il dolore si è sempre fatto propulsore di cambiamento. Pensiamo alla nascita delle associazioni e fondazioni, in particolare per le vittime della strada, o a quel formidabile movimento giovanile per la legalità nato intorno agli anni 2006/2007, culminato con la visita di don Ciotti in Cine Teatro Italia gremito. 

Da quell'energia e dalla voglia di mettersi al servizio del paese sbocciarono esperienze concrete, come la nascita e la crescita di questo portale online. I giovani di allora decisero che l'unico modo per reagire alla morte era fare qualcosa di grande per i vivi.

Oggi questo testimone, pesante e bagnato di lacrime, passa nelle mani della Gen Zeta. Il dolore per la perdita di Giorgio è ancora fresco e toglie il fiato, ma la storia del nostro paese indica una strada chiara: la memoria non è solo pianto, è concretezza.

I ragazzi, i suoi amici, devono trovare la forza di trasformare questo vuoto in attivismo, in impegno e partecipazione. Solo così, trasformando la sofferenza in cittadinanza attiva, potranno preservare la memoria del loro amico e farla camminare per sempre sulle proprie gambe.

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