17 gennaio 2015 13:28 Tradizioni di Packy Caruso

Nel calendario dei sannicandresi, "U foche" del 17 gennaio era il primo vero evento dell'anno. Il primo di una serie di fantastici momenti di festa e di trame che affondano le proprie radici nella storia, intrecciando sacro e profano, antico e moderno.

Era un momento speciale per l'intera comunità. Lo era ancor più per me perché, quasi tutti gli anni, ne approfittavo per "bissare" la festa del mio compleanno (sono nato il 16 gennaio).

L'atmosfera era quella dei giorni di festa. Folclore, socializzazione, divertimento, emozioni, musica, profumi, birra e buon vino, dolci e metri (o chili) di salsiccia erano il piacevolissimo pot-pourri di quella fantastica serata.

Come tutti i ragazzini, mi piaceva esplorare la Miosfera fino al suo angolo più isolato e buio, alla ricerca dei "foche de Sant'Antone": da Tarantone, al Boschetto, ai 2 Pini. Chilometri di passeggiate, fatti di chiacchierate, scherzi, racconti, entusiasmo, curiosità, spensieratezza. E a mo' di personalissimo "registro del folclore", con gli amici, contavo i falò, dal più piccolo e isolato a quello con decine di ceppi ardenti e tanta gente intorno.

Era una notte quasi magica con un fascino indescrivibile, tanto che, persino il giorno dopo, a scuola (per chi ci andava) il leitmotiv della mattinata erano proprio "i foche": quanti ne avevi visti, quale era il più divertente o quello con più gente...

Si passava dalla musica dance di quelli organizzati da noi ragazzi, a tarantelle e canti popolari dei falò degli adulti. Ricordo, in particolare, alcuni falò in cui c'era musica dal vivo, karaoke, tastiere e chitarre. Spesso si ballava, ed era proprio la musica popolare a fare da piacevole collante per gente di età diverse. Erano un fantastico ritrovo, oltre che una sorta di sfida simbolica per il quartiere poco distante...

Ad ogni falò un incontro, un bicchiere di birra o vino in più, un pezzo di pane (e se si era fortunati anche duje zauzaridde e nu pezze de sauciccia), ma anche ceci o dolci, quattro chiacchiere con qualche amico o conoscente, giusto il tempo di scaldarsi un po' davanti al fuoco, incrociare lo sguardo delle ragazzine della nostra età e si andava oltre, alla ricerca di un nuovo falò, di altra gente, altra musica, altri profumi (e qualcos'altro da bere!).

C'era voglia di stare insieme, di vivere il nostro meraviglioso angolo di mondo, c'era rispetto per le tradizioni e c'era anche chi aspettava impazientemente l'arrivo de "U foche de Sant'Antone", tanto da cominciare la raccolta della legna e la questua tra i partecipanti per l'acquisto di pane e companatico già una settimana prima dell'evento.

Ricordo ancora lucidamente - e con tanta nostalgia - il 17 gennaio di ogni anno passato nella Miosfera. La gente - tanta gente di ogni età - l'acquolina in bocca ad ogni falò che visitavi, l'allegria che si respirava per le strade del paese, l'atmosfera magica creata dal calore dei ceppi ardenti e dall'entusiasmo.

Inevitabilmente, la mia mente vola veloce a quegli anni. Sembrava bastasse poco per tenere viva la tradizione dei fuochi e approfittarne per socializzare. Erano tempi in cui la Miosfera non era ancora una terra triste e dissestata; anni in cui il tuo sguardo innocente di ragazzino filtrava e catturava tutti gli attimi di gioia ed allegria della comunità, imprimendoli per sempre nella mente.

Ho conservato gelosamente tutti quei momenti e mi piace tirarli fuori, di tanto in tanto, da quel cassettino nella mia memoria. Al suo interno c'è ancora di tutto, persino la puzza di fumo e le tasche piene di ceci che riportavo con me a casa, quella notte.

I "foche" sono stati delle vere e proprie fucine rappresentative: una sorta di laboratorio culturale a cielo aperto. Giorni di festa e culto, una fantastica unione di tradizione e modernità, un rito di rivisitazione autentica della memoria della nostra comunità. Tanti piacevoli momenti fatti di profumi (che quasi annullavano la puzza del fumo della legna che bruciava!), sapori e spirito d'unità che resteranno incastrati, per sempre, nella serratura del nostro substrato culturale, lì nella Miosfera. Sotto quella scorza dura, che oggi rappresenta il nostro passato e che è un tratto significativo dell'identità della nostra terra. Oggi è passato, appunto, ma domani potrebbe tornare ad essere presente - e futuro.

Mi piace definirlo "catalogo di emozioni" che abbiamo volutamente lasciato lì, in bilico, tra ricordo, tradizione e nostalgia. In attesa di giorni migliori e di chi, un giorno, avrà forza e voglia di far rivivere la nostra terra tramite le sue tradizioni e il fascino di alcuni riti quasi dimenticati.

Mi piace anche pensare che quell'angolo piccolo piccolo di mondo che oggi ha quasi rinunciato a tramandare, conservare e valorizzare la propria identità culturale - e che vive senza infamia e senza lodo - sappia dare un senso al proprio presente ponendo tradizione e folclore come filtro. Per noi e per il futuro della Miosfera. Per noi e chi verrà dopo di noi...

Numero di volte letto: 1261