19 febbraio 2015 09:39 Tradizioni di Leonardo Caputo

L’annuale ricorrenza del Carnevale è ancora piuttosto sentita e festeggiata, da gran parte dei sannicandresi, con usanze molto interessanti e, in un certo modo, coinvolgenti, ma non per tutta la popolazione, come oramai da anni si sta verificando.

Le origini possono essere fissate a qualche centinaio di anni fa, in base alle testimonianze scritte esistenti nella cultura locale; la durata si estendeva dal 17 gennaio - commemorazione di Sant’Antonio abate con i tradizionali fuochi davanti alle chiese e nei quartieri più popolosi (come attesta il proverbio “A Sant’Antòn, masckur’ e son’) – alla Prima Domenica di Quaresima, con la tradizione della esposizione della Quarantana, pupattola con abiti semplici, simbolo del periodo di “quarantena”, intesa come privazione di taluni cibi e periodo di riflessione spirituale, in preparazione alla solenne festività religiosa di Pasqua.

Ma solitamente, tre sono i giorni in cui si concentrano le attività carnascialesche, la domenica, il lunedì e il martedì precedenti la celebrazione delle Ceneri fissata, generalmente, quaranta giorni prima di Pasqua.

Ed è proprio in questi tre giorni che, solitamente, si manifestano la spontaneità, un ricco senso di fantasia e la partecipazione popolare nella totale libertà di scegliere, con assoluta e originale “mupìa”, cosa indossare per ogni giorno della ricorrenza: da una semplice maschera fatta di qualsiasi indumento, indossato magari al rovescio, a costumi tipici come Arlecchino, Pulcinella o altro, ma dando – spesso - priorità e importanza al tradizionale ed elaborato abito, per la donna, della “pacchiana”, in più versioni – quella ricca e quella di ceto medio, in base ai monili d’oro indossati per ostentare una certa ricchezza – accompagnata dall’uomo – fidanzato o marito o papà o altro parente – con un vestito di velluto da pastore, indossato il giorno del matrimonio, per ricordare l’antico e più praticato lavoro di tanti sannicandresi, più o meno ricchi, in base al possesso di case e animali d’allevamento.

La formazione di gruppi musicali organizzati da tempo o spontanei, in abiti zingareschi, in giro per il paese, ha visto svilupparsi fino a qualche decennio fa, la caratteristica fondamentale del carnevale locale, cioè divertirsi insieme senza freni, tra balli, danze e concertini, nelle piazze principali, per dimenticare i problemi quotidiani legati alla povertà e alle preoccupazioni, intingendo in un buon bicchiere di vino locale il dolce preparato per l’occasione, u’ pupurat’, con vari ingredienti, nel tempo sempre più modificati per renderlo più saporito.

A questi gruppi si aggiungevano altri, specializzati nella drammatizzazione in dialetto di <ditt’> storie, episodi del proprio vissuto quotidiano, spesso scritti da contadini, per lo più analfabeti, ma dotati di estro, fantasia e talento che li distingueva anche al di sopra di tanti intellettuali dell’epoca, abili in altre attività letterarie.

Nel tempo, la fantasia, l’originalità e la “mupìa” dei sannicandresi si sono sviluppate, tanto da richiamare curiosi e ammiratori anche da altri centri garganici e di Capitanata, specialmente grazie a taluni personaggi che sono diventati l’emblema del carnevale, ispirandosi a episodi curiosi o avvenimenti legati alle condizioni economiche del momento, raccontati con brio e ironia: il duo “Tr’petta e Cusumickj’, i fratelli Angelo e Nicola Campanozzi, insieme all’amico Giovanni Vocale “Camatedda”, con scenette divertentissime e costumi sgargianti, anche piuttosto costosi (la mupìa è anche questo!), Matteo del Gargano con le sue rime per interpretare la vita quotidiana, Michele Grana, uno dei pochi sannicandresi ancora capaci di destare curiosità, interesse e spunti di riflessione, da “cantastorie”, senza maschera, con le sue interpretazioni satiriche sulla politica locale o episodi di un certo scalpore.

Da oltre un ventennio, però, appare molto evidente che il carnevale sannicandrese non rispecchia più la tradizione di un tempo, sia perché la popolazione ha subìto una drastica riduzione nelle nascite e di molte famiglie che, per mancanza di lavoro, hanno dovuto cercarlo altrove, nel Nord o all’Estero, quindi sono in pochi quelli che lo vivono da protagonisti, mentre tanti fanno da semplici e curiosi spettatori.

Il tentativo di ridare una certa vitalità alla manifestazione, introducendo l’usanza dei carri allegorici, con alcune associazioni sorte per la circostanza, ma non come altrove, per creare divertimento e attrazione perché fanno parte del programma di sviluppo di specifiche realtà geografiche ed etniche, si è rivelato assolutamente fuori luogo per San Nicandro, dove nessuno si è mai sognato di imbrigliare la fantasia di una popolazione con delle regole e dei concorsi a premi, a carnevale; come a “voler deviare un fiume in piena, lasciando che l’acqua scorra nel suo alveo secolare” scrive Enzo Lordi in uno dei suoi libri, a tal proposito. A ciò si aggiungano i veglioni organizzati da ristoratori o parrocchie o associazioni, proprio nei tre giorni dei festeggiamenti principali che hanno fatto finire drasticamente l’essenza del carnevale paesano.

Per carità, non sono contrario a questa iniziativa, ma ho sempre sostenuto che vanno inseriti in altri momenti e giornate in prossimità della ricorrenza, in modo che tutti i sannicandresi, in maschera, possano andare in strada per esibirsi, sfogarsi nel ballo e nel divertimento comune, da protagonisti del Carnevale, girando il paese in lungo e in largo, anche nelle zone periferiche; chi vuole fare la sfilata partendo dalla stazione per proseguire lungo via Gramsci e terminare a piazza IV Novembre, lo faccia pure, ma di propria iniziativa, senza interferire con altri gruppi e iniziative per dare libero sfogo all’allegria del momento.

Inoltre, gli stessi numerosi partecipanti dei carri (un doveroso omaggio va alle associazioni “Esperanza” e “La Fenice”), lasciati a parcheggio i carri, potrebbero sfilare in gruppo per corso Garibaldi, corso Umberto, le vie del centro ed altre che sono spopolate e silenziose, a poche decine di metri dai luoghi più affollati.

Per mantenere vivo e rinnovare il senso della festa non bisogna aspettarsi soltanto iniziative da parte della Pro Loco, come bene ha fatto anche quest’anno, con animazione e danze popolari con ospiti specialisti e un concorso a tema libero e vari premi, invitando tutti gli interessati a presentarsi presso la sede in corso Garibaldi e, dopo aver lasciate le proprie generalità, farsi fotografare.

E la grande assente di quest’anno, l’amministrazione comunale, che aveva dato addio al dissesto con caratteri cubitali e che ora deve spiegarci dove e per quale “impegno istituzionale” (il solito modo di scusarsi- pardon di prendere per i fondelli, che la buona gente oramai conosce benissimo) è andata a nascondersi a Carnevale, senza neanche dare un cenno della propria esistenza e impegno nel rinnovo della ricorrenza tradizionale più sentita a San Nicandro, dove, diciamo la verità, gridandola senza timore, basta poco, cioè stare tutti insieme, per divertirsi liberamente, consapevolmente e apprezzabilmente, con niente, né tantomeno denaro o altro, per rinnovare e trasmettere il carnevale di una volta, ammirato anche dai forestieri, che da tempo non vediamo più!

E che difficilmente riprenderà vita come una volta!

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