16 gennaio 2016 18:45 Tradizioni di Leo Caputo

Il culto dei fuochi in onore di Sant’Antonio abate ed altre tradizioni a San Nicandro Garganico

Il 17 gennaio di ogni anno, a San Nicandro Garganico, si celebra una tradizionale ricorrenza in onore di Sant’Antonio abate, ricordato quel giorno  nel calendario cristiano.

Rimasto orfano a  diciotto anni, decise di ritirarsi nella lontana terra africana, nei pressi del fiume Nilo; nella totale solitudine, dedito alla preghiera e al lavoro per sostentarsi, scrisse le regole  per quei religiosi che imitarono il suo esempio. Aveva doti di guaritore, spesso  invocato per combattere il fastidioso bruciore causato dall’herpes zoster, grave malattia della pelle che la cultura popolare chiama devotamente “fuoco di Sant’Antonio”. 

Gli antichi la curavano agevolmente applicando del lardo di maiale sulla pelle malata; ecco perché il santo viene raffigurato con un maialino accanto, secondo una tradizione contadina molto diffusa nelle campagne, dove il suino veniva trattato con ogni cura e attenzione da tutti. Col tempo, in conseguenza dell’urbanizzazione e del progresso tecnologico, questa abitudine è stata modificata e quasi del tutto dimenticata.

Inoltre sant’Antonio abate viene festeggiato col culto dei fuochi, numerosi falò che vengono allestiti, verso il tramonto, in  vari quartieri cittadini e in piazza Fioritto, fra la Chiesa del Carmine, dove è custodita una statua del santo abate, e la Chiesa dei Morti. Un rituale, misto fra sacro e profano, che si perde nella notte dei tempi, legato a motivi antropologici che si celano nei fuochi e si intrecciano nella rievocazione di un evento spettacolare che, sebbene siano mutati i tempi, conserva ancora un suo carattere particolare, in quanto appartiene a tutti. Il fuoco coinvolge nella festa, fa socializzare spontaneamente chi decide di partecipare, in un trionfo di allegria e puro divertimento: tanti, infatti, si riuniscono attorno a questi grandi fuochi e si divertono fra balli e canti, mangiando ceci, carne o salsiccia arrostita con del buon vino, come si faceva tanto tempo fa, per invocare benedizioni e raccolti abbondanti, nell’anno nuovo, dal duro lavoro della terra, da sempre la maggior occupazione degli abitanti.

Le fiamme del fuoco bruciano ciò che di male ha portato l’anno precedente, in una metafora della vita che deve necessariamente cacciar via gli aspetti negativi della stagione fredda e spingere a credere in una prospettiva di rinnovamento che coinvolge direttamente le attese di ognuno. La luce del fuoco custodisce gelosamente questo antico ricordo che, in questo modo, si rinnova quasi immutato nel tempo. In questa ricorrenza si inaugura anche il carnevale,  come citato nel proverbio  sannicandrese “A sant’Antòn, masckura e sòn”: le strade e le piazze  del paese si animano con persone in maschera che vanno in giro festose, anticipando la ricorrenza che arriverà ufficialmente circa un mese dopo.

Per anni si costituiva una gara fra i tanti fuochi per decretare quello più interessante, più accogliente, in quanto l’ospitalità rappresentava  un valore fondamentale della ricorrenza, radicato nel gruppo, nel vicinato, sempre pronto ad offrire ad ogni passante i prodotti più genuini dell’alimentazione contadina, riscaldati da quel fuoco simbolo di rispetto ed amicizia. Lo stesso rito si ripete dopo tre giorni, nella ricorrenza liturgica del santo martire Sebastiano, venerato allo stesso modo del santo abate Antonio.

Il 3 febbraio, san Biagio, il terzo e conclusivo rito celebrativo di fuochi in onore dei santi ricordati in questa rassegna di tradizioni sannicandresi. Oggi, molte di queste sono per lo più conservate, ma occorre l’impegno di tutti per farle conoscere alle nuove generazioni, affinché non dimentichino le comuni radici di una popolazione prettamente contadina e con principi sani dal punto di vista sociale e religioso, in una ritualità col sapore di antico e genuino che, per fortuna, resiste nel tempo.

A cura di Leo Caputo

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