30 gennaio 2016 18:18 Tradizioni di Leo Caputo

L’annuale ricorrenza del Carnevale, in passato particolarmente attesa e celebrata da molti sannicandresi, va sempre più perdendo quella caratteristica di vera e propria festa con delle usanze molto originali e coinvolgenti per tutta la popolazione.

Le origini possono essere fissate a qualche centinaio di anni fa, in base alle testimonianze scritte esistenti nella cultura locale; la durata si estendeva dal 17 gennaio - commemorazione di Sant’Antonio abate  con i tradizionali fuochi davanti alle chiese e nei quartieri più popolosi (come attesta il proverbio “A Sant’Antòn, masckur’ e son’) – alla  Prima Domenica di Quaresima, con la tradizione della esposizione della Quarantana, pupattola con abiti semplici, simbolo del periodo di “quarantena”, intesa come privazione di taluni cibi e periodo di riflessione spirituale, in preparazione alla solenne festività religiosa di Pasqua.

Ma solitamente, tre sono i giorni in cui si concentrano le attività legate al carnevale, la domenica, il lunedì e il martedì precedenti la ricorrenza delle Ceneri, fissata generalmente quaranta giorni prima di Pasqua. Ed è proprio in questi tre giorni che, solitamente, si manifestavano la spontaneità, un ricco senso di fantasia e la partecipazione popolare nella totale libertà di scegliere, con assoluta e originale “mupìa”,  cosa indossare per ogni giorno della ricorrenza: da una semplice maschera fatta di qualsiasi indumento, indossato magari al rovescio, a costumi tipici come Arlecchino, Pulcinella o altro, ma dando – spesso -  priorità e importanza al tradizionale ed elaborato abito, per la donna, della “pacchiana”, in più versioni – quella ricca e quella di ceto medio, in base ai monili d’oro indossati per ostentare una certa ricchezza – accompagnata dall’uomo – fidanzato o marito o papà o altro parente – con un vestito di velluto da pastore; era indossato il giorno del matrimonio, per ricordare il lavoro più antico e più praticato da tanti sannicandresi, più o meno ricchi, in base al possesso di case e animali d’allevamento.

La formazione di gruppi musicali organizzati da tempo o spontanei, in abiti zingareschi, in giro per il paese, era un’altra caratteristica tipica del carnevale sannicandrese, cioè divertirsi insieme senza limiti, fra balli, danze e concertini, nelle piazze principali, per dimenticare i problemi quotidiani legati alla povertà e alle preoccupazioni, intingendo volentieri, in un buon bicchiere di vino locale, il dolce preparato per l’occasione, u’ pupurat’.

A questi gruppi si aggiungevano altri, specializzati nell’interpretare i ditt’, storie, episodi del proprio vissuto quotidiano, spesso scritti da contadini, per lo più analfabeti, ma dotati di estro, fantasia e talento per cui erano conosciuti ed apprezzati più di tanti intellettuali dell’epoca, abili in altre attività letterarie.

Nel tempo, la fantasia, l’originalità e la “mupìa” dei sannicandresi si sono sviluppate, tanto da richiamare curiosi e ammiratori anche da altri centri garganici e di Capitanata, specialmente grazie ad alcuni  concittadini che sono diventati l’emblema del carnevale, dei veri e propri personaggi ispirati a episodi curiosi o avvenimenti legati alle condizioni economiche del momento e che hanno sempre raccontato con brio e ironia: il duo “Tr’petta e Cusumickj’, i fratelli Angelo e Nicola Campanozzi, insieme all’amico Giovanni Vocale “Camatedda”, con scenette divertentissime e  costumi sgargianti, anche piuttosto costosi (la mupìa è anche questo!), Matteo del Gargano con le sue rime per interpretare la vita quotidiana, Michele Grana, uno dei pochi sannicandresi ancora capaci di destare curiosità, interesse e spunti di riflessione,  un perfetto  “cantastorie”, senza maschera, con le sue interpretazioni satiriche fondamentalmente dirette a colpire la politica locale o episodi di una certa rilevanza, quasi sempre recenti.

A parte questi personaggi, dei quali, però, solo alcuni hanno continuato a partecipare per lo più costantemente e attivamente in questi ultimi anni, non si vede più quella partecipazione massiccia né l’originalità del passato sia perché manca la fantasia e l’iniziativa e anche perché la popolazione si è ridotta notevolmente per mancanza di nascite o perché, a causa della crisi occupazionale, molte famiglie hanno dovuto spostarsi altrove, nel Nord o all’Estero.

Per quanto apprezzabile, per un certo periodo, l’iniziativa di organizzare sfilate con carri allegorici e gruppi sorti spontaneamente, allo scopo di rendere coinvolgente e partecipato l’evento, come facilmente accade altrove, a San Nicandro non c’è stato l’esito sperato, perché questa forma di divertimento e intrattenimento collettivo non fa parte della tradizione locale, ma soprattutto perché  nessuno, per questi tre giorni di assoluto divertimento in maschera, si è mai sognato di imbrigliare la fantasia di una popolazione con delle regole e dei concorsi a premi; come a “voler deviare un fiume in piena, lasciando che l’acqua scorra nel suo alveo secolare” scrive, a tal proposito, in uno dei suoi libri, Enzo Lordi, apprezzatissimo storico e scrittore locale.

Certamente un doveroso omaggio va alle associazioni “Esperanza” e “La un Fenice” che, negli anni più recenti, si sono distinte per l’impegno e l’originalità dei progetti realizzati con carri, costumi ed animazione. Bisogna, però, cancellare l’abitudine di sfilare soltanto nel rione Stazione, lungo via Gramsci e terminare a piazza IV Novembre, senza passare per il corso principale. L’ideale sarebbe creare dei carri adeguati alle strade strette del centro (via Roma, Corso Umberto I°, Corso Garibaldi), per poterci sfilare animando anche le traverse normalmente spopolate e silenziose, pur trovandosi a ridosso dei luoghi più affollati.

Inoltre ciò che ha fatto letteralmente scomparire l’essenza del carnevale paesano è stato il fenomeno dei veglioni, organizzati da ristoratori o parrocchie o associazioni, proprio nel periodo della ricorrenza. Per carità, non sono contrario alle feste e alle iniziative di gruppo, che ritengo indispensabili se ci si vuole divertire, ma quando si parla di carnevale, non è questo il modo di festeggiarlo secondo la tradizione; qualsiasi iniziativa privata deve essere programmata e realizzata in altri momenti e giornate precedenti, in modo che tutti i sannicandresi, in maschera,  possano stare in strada per sfogarsi nel ballo e nel divertimento comune, da protagonisti, girando il paese in lungo e in largo, anche nelle zone periferiche.

Non deve essere soltanto la Pro Locol’Amministrazione comunale, nonostante la crisi economica in atto, a creare iniziative per motivare la gente a rinnovare la tradizione del carnevale. Ognuno deve sentirsi chiamato in causa, anche con una mascherata semplice, poiché basta poco, un pizzico di fantasia, tutti insieme, come tanto tempo fa, quando il carnevale sannicandrese era rinomato e attirava la curiosità di molti forestieri, che ora non vediamo più! Quasi più nessuno contribuisce a realizzarlo, preferendo stare più semplicemente su un marciapiede o dietro una transenna a vedere e, magari, a giudicare la sfilata di quei pochi ardimentosi che, solitamente, sfidano anche il freddo e le intemperie, essendo in pieno inverno.

Potrà questo carnevale riprendere vita come una volta? Dimostriamo tutti, come i nostri antenati ci hanno insegnato, di essere orgogliosi custodi delle nostre tradizioni e di avere tutto il piacere di mantenerle vive e trasmetterle alle prossime generazioni.

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