27 luglio 2012 09:17 di Packy Caruso

Ascoltavo la mia cassetta preferita, nel walkman. Era sempre la mia preferita, perché su quella, spesso, cancellavo e registravo qualcosa di nuovo. Tanti amici, una “radietta” e duemila Lire (quasi) sempre in tasca. Mi sentivo un ragazzino fortunato - o forse lo ero per davvero. Anche se il mio sogno era avere un Nokia nuovo di zecca, che allora ancora non avevo.

Erano anni in cui con poco avevi tanto e quel poco ti faceva sentire padrone del tuo piccolo grande mondo: la miosfera.

La voglia di studiare era sempre poca. Si faceva il minimo essenziale. Quando alle 4 di pomeriggio ero ancora sui libri, dovevo sentirmi il sermone del resto del gruppo: “Omazz Pa' semp a fa l’ziun sta tu!”. “Ascign jà”. Ma alla fine erano loro a salire.

Spesso, alle 4 ero già in giro - da buon “ragazzaccio” sannicandrese. Prima a piedi, o in bici. Poi arrivarono gli anni dei motorini. Del Bravo o del Califfone del nonno, o del Sì con la LeoVinci del fratello maggiore del tuo amico. Seguiti dagli anni di “passione” per gli scooter. Tutti rigorosamente modificati, tirati a nuovo, rumorosissimi come una Harley Davidson.

Ero sempre con il solito gruppetto di amici. Quei ragazzi, ormai uomini, che, ancora oggi nel rivederli scatenano in me un “pot-pourri” di emozioni: tra la gioia, la nostalgia e l’allegria, se solo ripenso ai tanti momenti folli, allegri e spensierati passati nella miosfera.

Discutevamo sempre sul da farsi. Perché c’era sempre qualcosa da fare: ora una partitella a calcio, per strada o “sott'e campett da tennis”, ora un giro in motorino – sempre in 2 e senza casco – ora una partita al PC, tra una cioccolata calda e tanta, tanta voglia di (non) studiare.

Si studiava solo quando si sapeva di essere interrogati. Poi, alla fila dei 2 presi per non aver studiato, seguiva un 7, o un 8. I prof erano furiosi con me. Settimana sì - e l’altra pure - mia mamma era a colloquio con loro per discutere dei miei alti e bassi.

Non ci si annoiava quasi mai. Né la mattina a scuola durante le spiegazioni - avevamo sempre un modo per non annoiarci - né nei pomeriggi passati a bivaccare su una panchina per ore, tra una Diana blu morbida, rubata nel pacchetto di chissà quale parente, una Dreher, comprata nel primo bar aperto e un pacchetto di Più Gusto da dividere in 3, a volte in 4. Nei giorni “ricchi” c’era spazio anche per qualche gommosa ed uno snack, o il pieno di miscela al 2% nel Bravo.

Eravamo adolescenti, ma ci sentivamo già “grandi”. Nel walkman c’erano sempre gli Articolo 31, Vasco, gli 883, ma anche Aerosmith, Oasis, Red Hot e Metallica. La musica era sempre un piacevole “trampolino” verso chissà quale iperuranio. I pomeriggi li passavamo sempre, rigorosamente, insieme. Come fratelli.

Con il calare della sera cominciava ad esserci gente in giro. Tanta gente. Di tutte le età. Era l’ora in cui i vecchi seduti sulle panchine “sott’e p’dal” tornavano a casa e tanti ragazzi prendevano il loro posto nel ventre del paese.

Erano anni in cui c’erano più siringhe per terra che macchine in giro. Gli anni dei “drogati” e dell’eroina. Quando entrare nella Villa, luogo che catturava e custodiva di tutto al suo interno, era quasi un azzardo per noi ragazzetti.

Noi, però, ci sentivamo quasi attratti dal quel luogo poco illuminato e popolato per lo più da gente molto più grande di noi. Giocavamo a fare i temerari e ci addentravamo, spesso, nella “pancia” buia del paese, finché qualcuno più grande di noi ci faceva chiaramente capire che quello non era il nostro territorio. Allora si usciva frettolosamente, quasi di corsa, tra risate e spavento, per tornare in zone per noi più “sicure” e illuminate della piazza.

Un Blob alla barraccola o un pezzo di pizza al pomodoro al Gambero erano il “must” delle nostre serate al corso. Al Gambero, ci si sedeva quasi sempre al tavolo. Ricordo che era quasi sempre pieno, anche se a consumare erano in pochi. “Na trequart e tre b’cchir” erano la nostra solita consumazione. Di più non ci si poteva permettere.

Nel sorseggiare la birra si cercava lo sguardo delle ragazzine sedute agli altri tavoli. “Pa', lavé quedda, t’spia”, ed io diventavo rosso già al pensiero. O forse era colpa della birra.

Non eravamo ancora pronti alle ragazzine. O forse non lo ero io. Giocavamo solo a fare i duri. Nella miosfera non c’era ancora spazio per loro. Erano “intruse” nel nostro mondo, nella nostra compagnia, che era quasi una confraternita.

Ci si intratteneva un po’ nel locale, giusto il tempo di finire la birra e il trancio di pizza, prendersi qualche buffetto dalle ragazzine e poi via di nuovo… fin su, fino da Iannetta, passando “nanz da Franchin”, sognando un walkman nuovo o la cassetta degli Oasis. Quasi ipnotizzati dalla vetrina del negozio.

Le serate finivano, spesso, in sala giochi, fino a tarda ora. In mezzo ai “grandi”, a fare da spettatori alle loro partite a Tresette o a Briscola.

Ci ho messo un po’ a capire cosa fosse il “pigghia e torna” o il “liscia”. Erano regole che imparavi sul campo: per lo più in sala giochi, osservando i grandi. E noi ci sentivamo un po’ più grandi e, poi, provavamo anche noi a sfidarli. Ricordo ancora la nostra prima partita a Tresette. Perdemmo, miseramente.

Il nostro punto d’incontro per eccellenza era proprio la sala giochi. Quella di Dumin’k. Per noi era diventata una sorta di seconda casa. Passavamo lì i nostri pomeriggi.

Di sera, invece, c’era la Posta che ci accoglieva. Spesso, dovevamo condividerla con altri ragazzi più grandi di noi. E questo ci scocciava, perché quello era il nostro territorio.

Probabilmente, ogni adolescente della San Nicandro degli anni’90 conserverà per sempre il ricordo della Posta di quegli anni – non solo noi cresciuti tra via Coppi, via Donizetti e via Casella.

Se solo quelle strade potessero parlare, quante ne racconterebbero di noi. Di quel gruppetto di ragazzetti facinorosi, dei vetri rotti con le pallonate, dei nostri schiamazzi fino a tarda sera, delle gare con i “carrucce” – che poi vennero sostituiti dagli “skateboard”, del “nascondino”, “palla e mur” e delle pallonate contro tutte le serrande – a volte, lo facevamo solo per far baldoria. E quante “s’cchjttat” d’acqua ci siamo presi! E quanti citofoni abbiamo rotto!

Il giorno, la zona della posta - "u quartier" come lo chiamavano noi - era il nostro “playground”. La sera, diventava un luogo poco illuminato e incredibilmente affollato. Era un crogiolo di profumi, suoni, rumori, emozioni, gente di ogni età…

Non c’era mai posto sufficiente per tutti noi, perché quel gruppetto cresceva sempre di più. Mi ricordo ancora di tutti loro. Tutti instancabili.

Non avevamo Facebook o Twitter, la PlayStation né la Xbox, non c’era nemmeno un PC in ogni casa. Internet era qualcosa di sconosciuto. I cellulari non li avevano nemmeno i nostri genitori. O forse sì. Ricordo di Motorola grandi quanto mattoni, più pesanti e ingombranti di un tablet, oggi.

In pochi avevamo una console. E chi ne aveva una doveva ospitare tornei quotidiani di Fifa alla vecchia PlayStation… Tanti, tanti ricordi. Potrei continuare per giorni...

Quel panta rei della San Nicandro di fine anni ’90 ha sancito però la fine del meraviglioso mondo della miosfera.

Probabilmente, noi stavamo cambiando. Stavamo diventando grandi. Stavamo crescendo e attraversando una delicata fase quasi di transizione nella nostra vita, quegli anni in cui sei piccolo per essere un uomo e abbastanza grande per essere ancora definito un ragazzino.

Prendevamo coscienza che quello che era l’effimero e fantastico background della nostra adolescenza, forse, non era così meraviglioso come noi lo avevamo dipinto fino ad allora. In paese c’erano tanti problemi – la droga, lo spaccio, i furti, la disoccupazione...

Erano anni in cui molti amici erano costretti ad emigrare con le loro famiglie verso lidi più felici, in cerca di lavoro o semplicemente di un futuro migliore. Ogni amico che partiva era come una pugnalata al cuore. Come se una parte di te partisse con lui.

Ciononostante, siamo cresciuti, belli e forti. Vissuto la metamorfosi della miosfera.

Oggi, che di anni ne ho 30, il ricordo di quella che era la San Nicandro degli anni ‘90 mi regala momenti di allegria e nostalgia. Solo il sogno, o i ricordi, con la loro fugacità, ci fanno rivivere quei momenti così intensi. Indimenticabili. Riassaporiamo il gusto di quegli anni mutevoli passati in maniera spensierata, lì, in quella che era la nostra meravigliosa e dannata realtà.

La Posta ed il Crystal Bar, la sala giochi di Dumin’k ed il K2, l’Evergreen e il Gambero, la Villa, la barraccola, i muretti e non solo, resteranno per sempre impressi nelle nostre menti. Così come tutti quei ragazzacci del quartiere cresciuti con me.

Quei nomi, quei luoghi, quei ricordi apparterranno per sempre al fantastico mondo della miosfera.

Fonte foto: gruppo Facebook "C'era una volta San Nicandro"

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