24 aprile 2018 11:30 Attualità di Matteo Vocale

Nei titoli di giornale degli ultimi giorni, riecheggia il verdetto finale su una storica controversia che, secondo alcuni, sarebbe la più antica vertenza confinaria in Italia tra due comuni: quella per la definizione degli usi civici e, solo di conseguenza, dei confini tra i comuni di Lesina e San Nicandro Garganico. Proviamo a spiegarne la lunghissima storia, in modo un po' romanzato e, dunque, senza pretesa alcuna, così da rendere agevole la lettura e la conoscenza dei fatti ai più, prendendo le fonti attualmente a disposizione (invero di numero parziale rispetto quelle esistenti) e il filo logico che ha portato alla definizione della vicenda, qualche giorno fa, dopo secoli di infinite carte giudiziarie.
Occorre però partire da un concetto, quello degli usi civici. Si tratta dei diritti primitivi di una popolazione su un territorio, che consentono di sfruttarne le risorse (legna, pascolo, pesca, ecc.) al fine di trarne il sostentamento funzionale alla nascita e alla vita di quella comunità umana.

Ora, la storia dei rapporti tra Lesina e San Nicandro si perde nei meandri del Medioevo, quando sappiamo dai documenti dell'epoca che Lesina era una potente contea composta di più feudi, di antica derivazione bizantina, come lo era anche Devia; mentre San Nicandro era un suo suffeudo, cioè soggetto a giurisdizione baronale, che dal conte dipendeva. Sin dall'epoca longobarda (VII sec. d.C.), quando assurge a sede vescovile, Lesina diverrà gradualmente e per lungo tempo la più importante contea delle complessive trentaquattro del ducato di Benevento.
E' da dire, perciò, che i diritti di uso civico sul lago di Lesina, città di fondazione pre-romana e addirittura protostorica, devono essere antichissimi, come probabilmente lo erano quelli di altri piccoli insediamenti che costellavano il lago (ad es. Sant'Annea, Caldoli, Porto di Vico ma anche Maletta, solo per citare quelli nell'attuale territorio sannicandrese), oltre a tutte le celle cenobitiche e monastiche. San Nicandro nasce soltanto poco prima dell'anno Mille: con i Normanni era ancora un castrum, cioè un luogo fortificato presidiato maggiormente da soldati.
La parte di lago vantata dai "Nicandrenses", gli abitanti di San Nicandro, cioè quella corrispondente all'attuale Sacca Orientale, dal fiume Sagri al Caldoli (S. Nazario), che poi è il vero fulcro del secolare contenzioso, sin dal VII-VIII secolo era appannaggio dei Benedettini cassinesi, casauriensi, beneventani e volturnesi e viene inglobata nei possedimenti della diocesi di Lucera probabilmente dopo il Mille. Nei documenti feudali dell'alto Medioevo, i possedimenti di Lesina vengono citati sempre insieme al fiume Lauro e alla foce di San Focato (c.d. Focicchia), come se questi ne fossero i limiti e oltre di essi fosse tutt'altra giurisdizione. Tant'è, che poche miglia più ad est esisteva già Devia, con la sua contea. San Nicandro, quindi, fu fondata più tardi, non solo in mezzo alla probabile linea di confine tra le due contee di Lesina e Devia ma, cosa più importante, nacque evidentemente dal graduale abbandono dei citati agglomerati antichi che del lago sicuramente si servivano e, successivamente, anche dall'abbandono di Devia stessa. Con tutta probabilità è qui, a cavallo dell'anno Mille, che si annidano i motivi - ad oggi ignoti per lacune documentali - delle pretese di Lesina su tutto il lago e le sue paludi, come se le antiche comunità più a est, abbandonando i siti originari prope lacum per addentrarsi in San Nicandro e altrove, avessero perso, almeno dal punto di vista lesinese, lo ius piscandi.

Dai documenti dell'epoca angioina, comunque, si sa che anche i Nicandresi esercitavano, di diritto o meno che fosse, usi civici sul lago, in particolare il diritto di pesca, essendo il lago sin dai tempi più antichi la più grande risorsa dell'Apulia, tale da esportare pesce, anguille e cacciagione fino a Montecassino (i monaci avevano delle peschiere sul lago), a Napoli (capitale del Regno), a Benevento (diocesi di cui Lesina era suffraganea), addirittura a Firenze, in epoca più recente.
Già intorno al 1302, Raimondo Berengario d'Angiò ordinò al suo vicario in Puglia di stabilire, sentite le parti, se agli abitanti di San Nicandro "spectet ius piscationis in Pantano Lesinae". Nel 1382 la regina Margherita di Durazzo ebbe in dono il feudo di Lesina, fino ad allora facente parte del demanio regio, come dote per sposare il re Carlo III d'Angiò. Graziata poi da un'epidemia di peste (dichiarò, per intervento della Madonna), Margherita decide di donare tutto il feudo di Lesina alla Casa Santa dell'Annunziata di Napoli A.G.P. (Ave Gratia Plena), un potentissimo istituto religioso. L'atto fu rogato il 6 novembre 1411: è la data convenzionale a cui si fa risalire il più antico contenzioso intercomunale che la storia d'Italia ricordi. Ma, come detto, sappiamo che le controversie risalgono a già molto prima e proseguiranno nei secoli a dar ragione, alternativamente e spesso a seconda delle influenze politiche, a Lesina, ai suoi feudatari e all'Universitas di San Nicandro.

Appena in possesso del feudo, l'A.G.P. vietò agli abitanti di San Nicandro gli usi civici sul lago e sulle paludi circostanti, verosimilmente anche a seguito della nuova suddivisione del territorio di Capitanata in locazioni, operata da Alfonso I d'Aragona con l'istituzione della Dogana delle Pecore nel 1447. Ne scaturisce un primo processo in seno al Sacro Regio Consiglio, che nel 1465 dispone i confini tra i due comuni e, quindi, di chi fossero i diritti sul lago. Evidentemente, la conclusione conferma l'esclusione dei nicandresi dagli usi civici sul lago, tanto che la questione tiene ancora banco e già nel 1502 si ascrive una ennesima "lite de' confini tra l'Annunziata, il principe coll'università di S. Nicandro e il Regio Tavoliere nella Real Camera"; ricorso ripetuto dall'AGP nel 1539 presso il Sacro Regio Consiglio, lamentando che il feudatario ed i cittadini di San Nicandro avessero in continuazione turbato il pacifico godimento del feudo, bosco e lago di Lesina. Il Commissario della causa con decreto provvisorio del 18 ottobre 1546 prescrive che, pendente la lite, gli abitanti di San Nicandro dovevano astenersi dall'esercitare i diritti di pesca sul lago, per tutta la sua estensione fino al territorio di San Nicandro.
Si arriva così al 1597/98, quando il tavolario (tecnico che redigeva mappe accurate) Zuccaretti, nell'eseguire la sua perizia su incarico del Sacro Regio Consiglio, stabilisce un aspetto molto importante: il perimetro del lago è di 40 miglia, 30 delle quali appartengono a Lesina, le restanti 10, poste sulla sponda sudorientale del lago, appartengono a San Nicandro. Nella mappa tracciata da Zuccaretti vengono posti dei punti di riferimento: 1. S. Nazario, 2. procedendo verso est, il fiume Sagri, 3. sopra "un arbore antico segnato coll'arme delli padroni passati di detta terra [San Nicandro], che non si potette vedere per le canne folte e pantano" (in altri documenti, tale albero è detto "oliva cruciata"), 4. la foce (Sant'Andrea).

All'epoca, l'estensione acquitrinosa delle paludi che circondavano il lago era assai maggiore di quella odierna: le "paglie", i canneti e i cutini d'acqua si estendevano fino quasi all'attuale SP 40 Lesina - Piana di Sagri (c.d. via vecchia di Lesina che giunge a Matilde). Su quegli acquitrini (corrispondenti, quindi, all'attuale Sacca Orientale) i nicandresi, da tempo immemore esercitavano, di diritto o meno che fosse, i loro discussi usi civici, pescandovi pesci, anguille e sanguisughe, ricavandovi i giunchi e pascolandovi gli animali. Le conclusioni di Zuccaretti, dunque, assegnando addirittura un quarto delle sponde del lago a San Nicandro, furono accolte di buon grado di nicandresi, perché oltre a ristabilire il diritto su quella fascia di terra paludosa di 10 miglia, davano sbocco diretto al comune di San Nicandro sul lago e, di conseguenza, ammettevano implicitamente il diritto di uso civico anche su di esso, nonostante la proprietà del lago fosse confermata tutta all'A.G.P. Di fatto, secondo il diritto antico nessun feudatario, benché proprietario di un territorio, poteva negare gli usi civici agli abitanti del feudo. Almeno in teoria: questo, in verità, è il più grande problema che afflisse a loro volta i lesinesi nei rapporti con i loro feudatari circa i diritti di pesca.

L'AGP, perciò, impugna queste conclusioni e, a seguito di un ennesimo contenzioso, il Sacro Regio Consiglio emette una nuova, importantissima sentenza il 14 maggio 1622: vi si legge che Lesina e l'AGP restano proprietari di tutto l'ex feudo e dell'intero lago, come ordinato anche nelle precedenti sentenze del 1597/98, ma vi si spiega più volte che tale possesso, dominio, e proprietà si doveva estendere “usque ad viam qua itur ad terram Rhodi, et proprie usque ad locum ubi est spina sancta": la via che "va a Rodi" è la citata attuale SP 40, mentre il luogo "della spina santa" (cosi denominato perché doveva esservi un grande cespuglio di Spina Christi) corrisponde alla localizzazione dell'attuale Lido Centrale (ancora oggi gli anziani chiamano quel tratto di spiaggia "Spina Santa"). Tra il 1622 e il 1625, i regi compassatori Ragonesi e Maggiorella, assistiti dal consigliere regio De Piccolellis e da altri appartenenti al Regio Consiglio, recatisi tutti sul posto, eseguono la titolazione dei confini secondo tale sentenza, installando dei termini lapidei (cosiddetti titoli) nel tratto da Spina Santa fino alle paludi di Lauro, non perdendo mai di vista l'antica strada di Rodi e specificando nel rapporto che tutti i titoli, tranne i primi tre, sono posti sul terreno appartenente a San Nicandro a causa dell'impraticabilità della parte paludosa e limacciosa: cioè vengono messi più o meno spostati rispetto a dove spetterebbe, a causa del terreno inconsistente delle paludi. L'ultimo titolo in pietra fu infisso al molino di Lauro: da li fino al "fiume Apri e taverna di Caldola" (sotto Posta S. Nazario) il confine era costituito dal limite delle paludi stesse "conforme vanno le paglie e cannucce", cioè fino al taglio del lago. Nelle stesse sentenze 1622 e 1625 si prescrive anche la rimozione e distruzione delle paranze esistenti nel Lago "extra os fluminis Sacri", cioè fuori l'imboccatura del fiume Sagri, mentre non si menzionano quelle all'interno dell'imboccatura e lungo il fiume stesso, facendo desumere implicitamente che nella zona del del Sagri, il confine fosse proprio il lago stesso, e così fino al fiume Apri lungo le famose dieci miglia di sponda del lago.

Stiamo parlando di una linea di confine che partendo dal fiume S. Nazario giungeva fin nell'attuale riserva naturale, ma su una sponda del lago che, naturalmente, non poteva essere quella odierna, giacché le paludi all'epoca erano assai più estese proprio nella parte orientale, giungendo fin quasi alla "strada che mena a Rodi" (SP 40), proseguendo verso Spina Santa. Il primo titolo, quello di Spina Santa, riconoscibile dallo scudo coronato con la scritta AGP e la data 1622, è ancora oggi visibile, dopo un fortuito ritrovamento a fine anni '90 in occasione di uno scavo e si trova nel recinto dell'ex ristorante "Il Gabbiano". Un altro, da me visionato ancora qualche giorno fa (probabilmente il decimo dei dodici titoli installati nel 1622), si trova in agro sannicandrese, poco distante dalla SP 40, in località Lauro, coricato al limite di un canale sul fondo Giuliani.
Si capisce come la questione delle dieci miglia di sponda del lago vantate dai nicandresi sia fondamentale in questa lunga storia, perché è il motivo reale del contenzioso. E la titolazione del 1622, proprio per essere in quel lungo tratto condizionata "dai capricci del lago" (a seconda del livello delle acque) e dalla conseguente variabile dei titoli messi sulla terra ferma, probabilmente si presta ad interpretazioni che, soggettivamente parlando, soddisfano le due universitas di Lesina e San Nicandro.

Il 30 luglio del 1627 è il giorno tremendo del grande terremoto, che genera un maremoto tale da far ritirare prima e poi esondare le acque del lago che, secondo le cronache, invasero per due miglia le campagne di San Nicandro: probabilmente alcuni dei titoli vengono spazzati via. Il territorio e le città di San Nicandro e, soprattutto, Lesina, devono fare ora i conti con la ricostruzione, rimandando le questioni confinarie di molti decenni.

Nel frattempo, tutti i beni dell'orfanotrofio AGP passano al Banco AGP, che dopo un primo periodo florido, finisce man mano per indebitarsi a causa dei continui prelievi del re di Napoli, Filippo IV d'Asburgo, per finanziare le sue guerre e per le reiterate truffe dei funzionari stessi del Banco. Nel 1717 l'istituto è dichiarato fallito dal Sacro Regio Consiglio e la sua proprietà, tra cui l'ex feudo di Lesina, pignorata a favore di una miriade di creditori. L'11 e 12 maggio 1729 i creditori del banco, insieme a regi consiglieri, agrimensori e persone interessate di San Nicandro, eseguono nuovamente la titolazione su quella del 1622, con nuovi titoli laddove mancano o scolpendo la data 1729 su quelli già esistenti. Nello stesso anno, il regio ingegnere e tavolario, Donato Gallarano, esegue il primo dettagliato apprezzo dell'ex feudo di Lesina: una sorta di computo, utile a capire il valore del feudo e a quali norme e diritti fosse soggetto.
L'apprezzo, che si conserva tuttora nell'Archivio di Stato di Napoli e che fu pubblicato qualche anno fa dallo storico lesinese Antonio Fernando Lombardi, sembra confermare quanto stabilito nel 1622. Nel 1751, il Sacro Regio Consiglio decide così, conoscendone ora il valore, di mettere all'asta l'ex feudo di Lesina. Che, senza batter ciglio, viene acquistato da uno dei creditori del Banco AGP, il marchese Placido Imperiale, principe di Sant'Angelo dei Lombardi. Imperiale era un feudatario energico, intraprendente e molto determinato e che, a differenza dei precedenti signori del feudo, fece valere duramente i suoi diritti (esazione di decime e tributi) nei confronti dei lesinesi. Con l'intento di spremere al massimo la produttività del lago, applicò la "proibitiva", una pretesa feudale che di fatto impediva gli usi civici ai lesinesi. Ne seguirono scontri e un susseguirsi di multe salatissime ai tantissimi lesinesi che continuavano a pescare abusivamente nel lago per trarne sostentamento. Così Imperiale, per distrarre quegli abitanti dall'uso della pesca, decide di votarli forzatamente all'agricoltura, con un'operazione che dapprima trovò lo scetticismo degli economisti di corte ma presto li fece ricredere: nel 1759 concede ad alcune famiglie del circondario, in qualità di coloni, case, animali, appezzamenti di terreno, masserizie e una porzione di bosco ai margini del feudo, dove inizierà la fondazione di quello che, il 18 gennaio 1816, diverrà il comune di Poggio Imperiale, volgarmente detto, appunto, Terranova. Naturalmente, Imperiale non fu docile tantomeno con i nicandresi, laddove continuavano a vantare diritti di pesca nel lago: ne seguirono ulteriori liti con il comune di San Nicandro, che successivamente, con la dominazione francese di Giuseppe Bonaparte e il passaggio del Regno di Napoli a Gioacchino Murat nel 1806, trovarono l'incidenza delle leggi eversive della feudalità: il feudo di Lesina (come quello di San Nicandro, fino ad allora appartenuto ai potentissimi Cattaneo della Volta Paleologo), perviene nelle mani della Commissione Feudale.
Nella demanializzazione delle terre feudali, si impone chiaramente il principio "ubi feuda, ibi demania" e cioè il riconoscimento degli antichi usi civici vantati dalle popolazioni locali, secondo innovative leggi che furono poi riprese nella Legge n. 1766/1927, tuttora vigente per la liquidazione degli usi civici. E dunque, ritorna energico il problema degli usi civici dei lesinesi contro il loro feudatario e di entrambi contro i nicandresi e, pertanto, continua l'eterno conflitto.

La Commissione Feudale, allora, trovandosi tra le mani la vertenza di lesinesi e nicandresi contro il principe Placido Imperiale, decide di attestarne il fine, emanando una storica sentenza il 13 giugno 1810, notificata alle parti con ordinanza dell'intendente di Capitanata Biase Zurlo: la sentenza sembra confermare quanto stabilito in precedenza (sentenza 1622 e seguenti), tanto che l'ingegnere Paolotti, dopo aver studiato le carte antiche e nel dare esecuzione della sentenza alla presenza del consigliere Tricarico, avrebbe dichiarato: "Dopo questi fatti, così chiari, e così decisi da due secoli, come mai può venire in mente al Principe Santangelo Imperiale il proibire ai Sannicandresi l'esercizio dei proprî dritti sul loro territorio bagnati dal Lago di Lesina?". Ma il pronunciamento della Commissione Feudale resta teoria: nel momento in cui stabiliva l'abolizione della proibitiva per gli abitanti delle terre bagnate dal lago (quindi anche San Nicandro), trovò la conseguente opposizione del feudatario Imperiale, che godeva delle accondiscendenze dell'intendente Zurlo. Il procuratore del re Winspeare, descritto come retto applicatore dei principi napoleonici e amico del popolo, sollecita più volte il ministro per l'abolizione delle multe comminate negli anni addietro da Imperiale ai lesinesi. Nel 1811 si arriva ad una ripartizione del lago tra il principe e i lesinesi, a cui ne fu destinata la terza parte e alla limitazione delle paranze di ognuno.
Dopo pochi anni e a seguito della restaurazione dei Borbone nel 1815, Zurlo riesce a far passare una sua proposta: la parte di lago dei lesinesi viene data in affitto al principe Imperiale e, quando nel 1823 le acque del lago di Lesina sono dichiarate totalmente pubbliche da Ferdinando IV di Borbone, l'affitto assume i contorni di un'alienazione perpetua in favore del principe Imperiale. Lesina diventa una caserma, dove le guardie del principe fronteggiano ogni giorno gli ammutinamenti dei pescatori tra incidenti e omicidi. Nel frattempo, il Imperiale ostacola la creazione di nuove foci per favorire il ricambio delle acque e sbarra quelle esistenti. Lo sbarramento avveniva da settembre alla primavera, per evitare che il pesce uscisse dal lago; nei periodi di pioggia il lago, non avendo sfoghi, ingrossava al punto da allagare parte della città e il cimitero, tanto che spesso non si potevano seppellire i morti. Specie nei mesi estivi, la malaria finì per ridurre Lesina e i suoi abitanti in un villaggio di poveracci, con alta mortalità, arrivando ad infestare anche San Nicandro e le sue campagne.

Siamo negli anni '20 dell'Ottocento e, a questo punto, si innesta nella vicenda un elemento nuovo e devastante: l'emergere rapido della borghesia terriera, che forte del potere politico, si accresce di più o meno opache occupazioni di terre demaniali, usando spesso la forza per imporsi, laddove non arrivasse il denaro corruttore presso le autorità. Saranno loro ad acquisire man mano i diritti sul lago dal principe Imperiale, divenendone praticamente i nuovi padroni. Nel nostro pantano tali sviluppi conoscono i nomi di alcune famiglie ma una su tutte sarà la più vorace: gli Zaccagnino, rappresentati da Vincenzo (nonno del benefattore omonimo) e suo figlio Matteo, entrambi deputati del regno e sindaci, a diverse riprese, di San Nicandro. Gli Zaccagnino, come altre famiglie minori dell'aristocrazia terriera, sono presto i nuovi affittuari del lago, per cui pagano il dovuto al comune di Lesina. Gradualmente acquisiscono tutto il territorio dell'ex feudatario di Lesina, da Ripalta a Lauro e detengono la maggior parte del lago in affitto: la loro conduzione è quella del latifondo pre e post unitario e nei fatti, quindi, lo gestiscono come fossero i nuovi feudatari.

Il contenzioso prosegue. Nel 1834 il Consiglio di Stato, prendendo a fondamento sempre la sentenza del 1622 e confermando una precedente sentenza della Corte dei Conti, nega i diritti ai cives nicandresi sul territorio della laguna. Il 14 maggio 1851 il Decurionato di San Nicandro, sindaco Vincenzo Petrucci, approva una delibera (trascritta qualche anno fa dall'attuale bibliotecario civico Vincenzo Civitavecchia), con la quale si chiede al Capo della Provincia di "far trionfare la Giustizia" contro gli abusi che si commettono, nella porzione di paludi di proprietà di San Nicandro, da parte degli affittuari del lago a danno dei nicandresi che vi pascolano o conducono attività agricole e di pesca. Da questi fatti, traspare con clamorosa evidenza la convenienza per gli Zaccagnino che le paludi vantate dai sannicandresi vengano riconosciute a Lesina: ne potrebbero certificare il possesso in quanto affittuari, come lo sono del lago e neutralizzerebbero le pretese dei piccoli affittuari del demanio sannicandrese.

Qui, per la sponda sannicandrese del lago, inizia il periodo forse più turbolento e nebbioso della ormai secolare vertenza, poiché vi si innestano gli interessi economici di questa aristocrazia terriera, che si porterà dietro anche l'odio, oltre dei pescatori e del Brigantaggio post-unitario, anche delle classi operaie in genere, facendo del lago e delle paludi il teatro delle più aspre lotte di classe del Novecento in Capitanata, al punto da intingere le pescose acque del lago di sangue innocente. E', questo, anche il periodo storico in cui, parallelamente ai primi trattati di agricoltura scientifica e di opere di bonifica delle paludi editi dalle nostre parti e promossi proprio dall'aristocrazia terriera per incrementare resa e produzione, fioriscono rigogliosamente pubblicazioni sugli usi civici del lago da parte dei lesinesi e, di converso, sulla vertenza. Pertanto, non ci si deve meravigliare o, peggio, scandalizzare se ad una più accurata lettura di alcuni di questi libri e opuscoli o, meglio, al loro confronto con le carte antiche originali, alcune delle quali ancora inedite, ci dovessimo un giorno accorgere che essi citano i documenti antichi interpretandoli soggettivamente, nel migliore dei casi, ovvero operando addirittura interpolazioni maliziosamente funzionali agli interessi di potere dei latifondisti.
Nella bagarre generale delle occupazioni intermittenti delle paludi da parte delle classi operaie, sannicandresi in particolare, guidate da anarchici come Emanuele Gualano e Giuseppe Fioritto (zio di Domenico) contro i latifondisti (segnatamente, gli Zaccagnino) si cementano le basi dell'appassionante storia politica di San Nicandro Garganico del Novecento.

Dopo un'ennesima sentenza della Corte d'Appello di Trani, che il 31 maggio 1909 respinge la pretesa degli Zaccagnino di danni alla pesca a causa dell'apertura della foce Acquarotta ad opera del comune di Lesina, nel 1919 ha inizio l'ennesima vertenza giudiziaria tra San Nicandro Garganico, Lesina e Matteo Zaccagnino più altri affittuari e proprietari, sempre sul diritto di uso civico, per cui è investito un nuovo istituto competente, nato pochi anni prima con la legge n. 1766/1927: il Commissario per la Liquidazione degli Usi Civici. Segue nuova sentenza nel 1928, con cui si ammette, stavolta, il diritto dei sannicandresi sul lago. Conseguente il ricorso in appello di Lesina e degli affittuari, si perviene infine a due accordi transattivi, con la rinuncia consensuale a tutti i giudizi pendenti in precedenza: il primo accordo stabilisce di provvedere alla puntuale divisione dell'uso della pesca tra lesinesi e affittuari del lago, cosa effettivamente definita nel 1933. Il secondo accordo, del 1934, demanda la risoluzione delle controversie territoriali tra i comuni ancora al Commissario degli Usi Civici, con il contestuale affidamento a una perizia tecnica di determinare, sulla base di documenti storici, il confine tra i due comuni nella fascia tra Torre Mileto e il molino di Lauro, verificando se vi fossero parti del demanio di San Nicandro possedute con uso civico da eventuali concessionari dell'ex feudatario di Lesina.

La perizia viene affidata al geometra Lapeschi, il quale definisce che i concessionari, cioè gli affittuari del feudo di Lesina, possedevano con uso civico circa 53 ettari del demanio di San Nicandro, mentre gli eredi Zaccagnino e altri, dovevano rispondere dell'usurpazione di circa 52 ettari appartenenti all'ex feudo e, quindi, al demanio di Lesina. Il comune di San Nicandro si oppone alla perizia, eccependo che Lapeschi aveva sbagliato perché non aveva riconosciuto come appartenente a San Nicandro tutto il territorio lacustre compreso tra Spina Santa e il fiume Apri e, di conseguenza, lo specchio d'acqua dall'Apri alla foce Sant'Andrea (cioè quasi metà lago). Siamo nel Dopoguerra, quando al vertice del Comune di San Nicandro, tra i pochissimi casi del Meridione italiano in cui al referendum costituzionale vinse la Repubblica, salgono le forze di sinistra, socialiste e comuniste: sono gli eredi politici dei fomentatori e dei militanti delle lotte di classe che scrissero enciclopediche e preclare pagine di storia qualche decennio prima. In questo importante momento storico, per cause oggettive, San Nicandro si trova orfana di quella classe dirigente secolare, rappresentata dai latifondisti: è un tappo che salta, favorendo lo sfogo antichissimo di quelle classi proletarie che adesso, oltre a chiedere il conto alla storia, fisiologicamente finiscono per oltrepassare ogni logica politica, al punto da avanzare pretese al rialzo.

Il Commissario degli Usi Civici instaura quindi un contenzioso tra i due comuni, nel quale Lesina si costituisce chiedendo di annullare l'accordo del 1934: domanda accolta con sentenza del 31 luglio 1956, a cui però si oppone San Nicandro dinanzi alla Corte d'Appello di Roma, Sezione speciale Usi Civici che, a sua volta, con sentenza n. 15 del 13 luglio-21 ottobre 1961 (confermata poi dalla Cassazione), dichiara valida la transazione del 1934 e, perciò, ristabilisce tutto nelle mani del Commissario degli Usi Civici di Bari: ancora vent'anni di processo buttati a mare.

Intanto, la situazione sociale e territoriale precipita in quello che il regista ligure Elio Piccon, proprio in un noto docufilm degli anni '60, definì "L'Antimiracolo", quando nell'Italia del centro-nord si avviava il miracolo del boom economico: molti braccianti, per rifiuto di far compagnia alla sorte di tanti compagni emigrati in cerca di lavoro in Germania, America e Australia, decidono di occupare le paludi di quella che sarà chiamata di lì in poi Sacca Orientale, perché attigua alla risacca dell'argine sudorientale del lago, bonificandone a mano piccoli appezzamenti di terra, o creandosi da se le "carrare", canaletti di acqua in mezzo alle piante palustri con sbocco nel lago, al fine di installarvi paranze e bertovelli. Stavolta, non troveranno più le guardie dei latifondisti e saranno agevolati anche dalle opere del Consorzio di Bonifica di Capitanata. E' evidente che gran parte delle paludi bonificate, rientrano in quella fascia nella quale già nel 1622 non fu possibile eseguire la titolazione: nascono terre emerse laddove c'erano paludi, vantate dagli uni o dagli altri e si alterano irrimediabilmente i connotati naturali che le antiche carte identificavano come punti fiduciali o limiti di confine.
Il Partito Comunista sannicandrese, indiscussa potenza politica di San Nicandro per circa un trentennio (c.d. "trentennio rosso"), sarà l'animatore e il facilitatore di tale occupazione. Che pochi anni dopo finisce per conoscere una curiosa quanto drammatica propaggine. A metà degli anni '60, mentre nei territori di Rodi, Peschici e Vieste si intravvedevano gli albori dello sviluppo turistico ad opera di grandi investitori, spesso forestieri, le classi operaie sannicandresi ne tradussero ombre oscure, che già guardavano all'Isola, la striscia di terra meglio nota come Istmo. L'impeto mai sopito della "riappropriazione" delle terre degli anni precedenti e l'atavica avversione a quelli che potevano diventare i nuovi "padroni", usurpatori del pubblico demanio, si riversarono anche sull'Istmo, con la rivendicazione che anche i braccianti avevano diritto di "sciacquarsi i piedi a mare" (in verità, si usarono espressioni assai più colorite). Sintomo di tali rancorosi timori, ad esempio, il deputato comunista ed ex sindaco sannicandrese Raffaele Mascolo, nei primi anni '70 fu incaricato dal partito di interrogare in Parlamento il ministro democristiano Emilio Colombo circa le "speculazioni edilizie sul Gargano", con riferimento a quelli che poi divennero i maggiori centri turistici del Promontorio. Intanto, staffette di favori tra politici dei comuni di San Nicandro e Lesina e corruzione dilagante, trasformarono gradualmente l'Istmo da bosco palustre, quasi incontaminato, costellato solo di sparuti pagliai di pescatori e segmentato dalle foci (Sant'Andrea, la più antica, poi S. Placido e Schiapparo e Acquarotta, a Lesina) e dall'antico "Muro Orientale della Caccia" (c.d. "Muro") di feudale memoria, in un ricettacolo di disordine edilizio senza precedenti che, alla fine degli anni '80 del secolo scorso, finirà per identificare, secondo Legambiente Italia, il quinto ecomostro d'Italia.

Le prime fabbriche si videro a partire proprio da Spina Santa: all'epoca si cominciarono ad intravvedere, tra le dune e le tamerici, anche gli agenti delle "Società", ovvero le società immobiliari che avevano acquisito i terreni dagli eredi dei vecchi latifondisti o del feudatario, probabilmente uniti in pacchetti immobiliari con palazzi e tenute disseminati in tutta Italia. Nel 1965, ad esempio, i Meola di San Nicandro, tra i primi in assoluto, costruiscono la loro prima casa al mare a seguito di regolare atto di compravendita con la società Lacmar s.r.l. e a seguito di successiva concessione edilizia del comune di Lesina. Negli anni seguenti, però, sarà una babele di occupazioni e costruzioni abusive, contro le quali, per essere fenomeno di massa, la forza pubblica poté (o volle) ben poco.
E' proprio in questo periodo che, in quella generale furia populista e al grido di brigantesca memoria "la terra e a' nostra e nun s'adda tuccà", nella vicenda del contenzioso demaniale tra i due comuni la politica sannicandrese innesta sapientemente - che fosse a torto o a ragione, per quanto sinora detto - l'enunciato "anche l'Istmo era di San Nicandro": se ne faranno decenni di campagne elettorali. Che tali restarono, allora, come oggi.

Torniamo, dunque, ai banchi dei tribunali e alla vertenza. Che dagli usi civici involve, perciò e almeno nella teoria dei politici e delle masse che li seguono, sempre più in una vertenza confinaria. E qui, si insedia un altro elemento curioso: il caso degli avvocati Gargano, padre e figlio, che difendono contemporaneamente le due parti in causa. Un caso eclatante, l'icona di un processo imbastito artatamente, secondo tanti, soltanto per alimentare aule di tribunali, giudici e, soprattutto, avvocati e periti.

Per ovviare al ripetersi del contenzioso, la Corte d'Appello di Roma annulla comunque le conclusioni di Lapeschi, stabilendo che per la perizia dovevano essere considerati solo i documenti indicati nella transazione del 1934 e non tutti gli altri utilizzati da Lapeschi. Quindi il Commissario barese, in esecuzione di tale sentenza, citava in giudizio i due comuni e le persone indicate nelle precedenti sentenze impugnate, al fine di addivenire ad una nuova perizia tecnica. All'esito di tale istruttoria, si proponevano alle parti le osservazioni (c.d. contraddittorio), riservandosi il giudice per la decisione. Con sentenze 1 e 2 del 1985, il Commissario stabiliva il confine disponendo la fissazione di 12 titoli (tanti erano anche quelli del 1622/25) nella tratta tra Torre Mileto e il molino di Lauri: in questo modo, circa 13 ettari riportati nel catasto di San Nicandro venivano attribuiti a Lesina, mentre venivano dichiarati di uso civico, quindi del comune di San Nicandro, circa 14 ettari che fino ad allora risultavano al catasto di Lesina. Nulla di fatto: avverso le sentenze, ricorrono ancora alla Corte d'Appello di Roma sia San Nicandro, sia Lesina e resistevano in giudizio anche le parti (eredi Zaccagnino-Masselli e società immobiliari) già costituite nel primo giudizio del Commissario di Bari. La Corte d'Appello, riunisce i reclami in unica sentenza n. 169 del 17/05/1990: le due sentenze del 1985 e quindi la nuova determinazione dei confini, venivano dichiarati nulli perché le sentenze erano state pronunciate in assenza di contraddittorio integrale (cioè mancavano le osservazioni di alcune delle parti in causa). Torna tutto, ancora, nelle mani del Commissario degli Usi Civici di Bari che è costretto a procedere all'integrazione del contraddittorio (ai sensi dell'art. 354 del Codice di Procedura Civile), coinvolgendo cioè, tutte le parti costituite nel primo giudizio di appello, quello del 1961: si chiude così un altro capitolo di 29 anni di processi inutili, buttati alle ortiche.

Ecco che, il 27 novembre 1990, arriva un ennesimo ricorso del comune di San Nicandro: infatti, le parti del processo del 1961 si erano nel frattempo modificate nella natura giuridica, poiché alcune società erano state incorporate da altre, pertanto addivengono al contenzioso soggetti nuovi. Quindi, il comune di San Nicandro cita ora in giudizio sia il comune di Lesina, sia le società una ad una. Le società si costituiscono, chiedendo che fosse stabilito il confine tra Lesina e San Nicandro e, di conseguenza, quali terreni dell'uno dovevano essere restituiti all'altro comune, confermando così il dispositivo di sentenza del Commissario di Bari del 1985. Si costituisce anche Lesina chiedendo che, dopo l'integrazione in contraddittorio di tutte le parti originarie del processo o dei loro successori, fosse disposta una consulenza tecnica, con nomina di un perito esperto di demanio, affinché fosse effettuata nuova indagine, secondo quanto stabilito dalla sentenza d'Appello di Roma del 1961 (quella che dichiarò nulla la perizia Lapeschi e stabilì di istruirne una nuova).

Il Commissario degli Usi Civici, dispone così la consulenza tecnica (CTU), incaricando il perito Mastromarco, che deposita ben 6 relazioni preliminari, mentre i consulenti delle parti in causa (San Nicandro, Lesina e società immobiliari) depositano le loro relazioni. Fatte le conclusioni, la causa passava in decisione, cioè andava verso la sentenza definitiva, stabilendo prima un termine di tempo entro cui sono state presentate dalle parti le relative conclusioni e le memorie di replica alla CTU.

Con sentenza definitiva n. 1 del 10 aprile 2018, quindi, il Commissario degli Usi Civici ammette e fa propria la relazione della CTU, definendo come "la domanda proposta dal comune di San Nicandro Garganico (cioè il diritto di uso civico sul lago) è infondata e pertanto va rigettata". Ma c'è di più. Il CTU Mastromarco, e quindi il giudice di Bari che ne conferma le conclusioni, nell'interpretazione dei documenti antichi e più recenti, asserisce senza ombra di dubbio che tutti i terreni della Sacca Orientale (quelli cioè da cui nasce il secolare contenzioso e quindi anche la fascia di sponda del lago da S. Nazario a foce Lauro) appartengono a Lesina, tanto che nell'attuale confinazione, San Nicandro deterrebbe indebitamente una fascia di poco più di mille ettari, che di conseguenza sarebbero da attribuire a Lesina, cosicché il territorio di San Nicandro non risulterebbe più bagnato dal lago in nessuna parte e, quindi, cadrebbe ogni rivendicazione di diritto di uso civico sul lago da parte dei sannicandresi.

Messo lo storico punto, sovvengono, ora, due elementi. Il primo è che il comune di Lesina, qualche anno addietro, per mettere fine anticipatamente alla storica vertenza, approvò un'ipotesi transattiva, con cui la giunta comunale si impegnava a lasciare a San Nicandro i mille ettari a taglio di lago. E' da dire, tra l'altro, che anche la stessa sentenza di oggi non è esecutiva sul piano amministrativo, poiché occorrerebbero ulteriori procedure in capo ai due comuni e alla Regione Puglia: è opportuno perciò che la politica dica a chiare lettere, ora, cosa vuol fare. E credo che il buon senso conduca da se, sicuramente verso ipotesi collaborative tra i due comuni. Secondo: quanto ha ancora senso, nel 2018, parlare di usi civici, almeno nel caso di specie? Pressoché nessuno. E quando si avrà contezza definitiva delle parcelle legali che i comuni (e le società) dovranno pagare, probabilmente si avrà un maggiore elemento di riflessione.

Intanto, anche le società immobiliari (Siati SpA, Lesina srl, Lesina 2 srl, Lacmar srl) tirano un sospiro di sollievo, sebbene il giudice abbia asserito che i diritti di proprietà "non risultano adeguatamente documentati" e sia "pervenuto alla conclusione della qualificazione delle terre in oggetto come demanio universale". Negli anni Duemila, infatti, il comune di Lesina, sindaco Antonio Trombetta, decide di prendere di petto la situazione dell'Istmo e, di converso, della Sacca Orientale. Riconosce la proprietà alle società immobiliari, impegnandole, però, a redigere, con la supervisione del comune e della Regione Puglia, un piano di recupero, il meglio noto PIRT (Piano Integrato di Recupero Territoriale). Contestualmente, si sottoscrive un accordo in cui le società si impegnano a vendere i terreni agli attuali possessori ad un prezzo minimo, anzi simbolico. Sebbene le bagarre politiche abbiano fatto sempre trasparire altro, l'intuizione politica di Lesina sembra positiva e intelligente: se Lesina rivendicasse ancora oggi la natura demaniale di quei suoli (Istmo e Sacca Orientale), esporrebbe i manufatti e i loro attuali proprietari allo spauracchio della demolizione totale.

La conclusione della vertenza, di fatto, spiana la strada al proseguimento dell'iter del PIRT, la cui attuazione, è bene dirlo, avrà tempi ancora medio-lunghi ma resta l'unica opzione, probabilmente, per risanare veramente l'Istmo.
Inopportuno, comunque, addentrarci oltre su argomenti più recenti che, purtroppo sembrano tenere ancora banco nei comizi elettorali odierni. Ma è quantomeno utile accennarne, per chi volesse sperimentare una minima riflessione fuori dalle casacche politiche o dai campanili.

Resta difficile parlare di vincitori e vinti, in questa vicenda, tanto sono antichi e intricati, spesso ancora sconosciuti, i presupposti su cui si fonda. Tuttavia, al di la di chi si voglia ergere a vincitore o lamentarsi vinto, c'è un notizia inoppugnabilmente positiva: il giudice, nella sentenza, ha dichiarato "interamente compensate tra le parti le spese processuali, comprese quelle della consulenza del CTU".

© Matteo Vocale 2018
(Foto: mappa del Fondo Palude, Archivio di Stato di Foggia)

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