21 ottobre 2018 16:13 Cultura di Concetta Melchionda

Parlare di America, sembrerebbe, a colpo d’occhio, in un’epoca di globalizzazione, quasi banale, se non pleonastico. Il perché di ciò va ricercato, nella necessità di rivedere i valori fondamentali del mondo occidentale, quale si è formato alla fine del II conflitto mondiale. Questa riflessione appare più che opportuna, dopo il drammatico 11 settembre. Con quest’ evento l’ America e l’ Occidente hanno constatato purtroppo, la propria vulnerabilità nei confronti di un mondo orientale teocratico, alieno da ogni laicismo, fondamentalista e , alla ricerca di una propria identità e grandezza perduta. Ed è proprio parafrasando il titolo del celeberrimo e contestato libro di Oriana Fallaci La rabbia e l’orgoglio”, che noi occidentali dobbiamo riacquistare una consapevolezza orgogliosa, analizzando le origini culturali ideologiche, sociali, più profonde di quella che è ancora oggi la più grande democrazia del mondo. 

Innanzitutto, è necessario partire dal presupposto storico della giovinezza della sua letteratura che, non significa affatto rozzezza o assenza di originalità. Infatti essa trova la sua espressione primaria, nella prima metà dell’ottocento con la cerchia dei Trascendentalisti: R.W. Emerson, N. Hawthorne, H. Melwille e W. Whitman. Il capostipite di costoro, Emerson, nella sua opera Nature, esprime tutta la necessità di abbandonare la contingenza del reale, per trovare appagamento nella 
dimensione dell’ assoluto che si identifica con una vera e propria aspirazione mistica, di chiara impronta sia puritana che di relazione romantica hegeliana. Ma sarà ancora di più con Nataniel Hawthorne e la sua The Scarlatt Letter (La lettera scarlatta) che avremo un esempio sia di compiuta originalità letteraria che di dichiarazione di profondo a attaccamento a quei valori illuministici che hanno dato vita alla costituzione americana. Infatti, pur nell’ ambientazione storica dei primi Padri Pellegrini 
fondatori della nazione, Hawthorne non esita a mettere sotto accusa, per la prima volta, l’ipocrisia del puritanesimo. Viene messa così in evidenza, la dicotomia tra senso del peccato, proprio del Puritanesimo e del Calvinismo, e ideale laico- illuminista di libertà.

Questa è una costante che si esprime anche nel capolavoro di Melville “Moby Dick”. Qui il rapporto è ancora più complesso, perché l’ uomo nella sua tracotanza peccatrice, (il capitano Achab è quasi novello Faust) vuole addirittura sconfiggere Dio, impersonato dalla forza suprema della natura, che si materializza nella mitica balena bianca (Moby Dick). In Melville, ovviamente, il confronto non può che essere tragico, drammatico, con accenti di altisonanza biblica, tipica dei sermoni protestanti. In sostanza, per Melville, l’ uomo non può che arrendersi alla grandezza e onnipotenza dell’ assoluto, rappresentato dalla natura splendida e maledetta, né buona né cattiva, ma grande semplicemente perché essa è, finito e infinito contemporaneamente e, in virtù di questo, mortale e immortale, allo stesso tempo. Questo profondo e religioso senso della natura, di chiara ispirazione romantica, dato indubbiamente dalla visione di territori vasti e incontaminati e, dall’orgoglio di appartenervi (consideriamo il periodo del Klondike, della corsa all’ oro e della conquista del West), si esprime nei romanzi di Jack London, dove ancora una volta è sempre la libertà l’ assoluta aspirazione dell’ uomo.

Però sarà Walt Whitman, il cantore di “Leaves of grass” ( Foglie d’ erba), il più romantico e il più originale dei poeti americani dell’Ottocento, che darà forma, coerenza e coscienza letteraria a quella che lui definisce “nazione che è insieme di nazioni”. Nella sua opera dà esaltazione in forma lirica e appassionata, ai valori fondanti della Costituzione americana (libertà e uguaglianza) con l’ uso di una metrica libera, che si avvalora con i suoi versi sciolti , allitterati, ma privi di rozzezza. Orgoglioso di essere estraneo alla temperie europea del tempo, che, al poeta americano, proprio in forza della sua formazione e aspirazione, appare più che mai imbrigliata in un vuoto formalismo che non ha nessuna aspirazione alla novità, Whitman ribadisce con forza il proud di essere liberi, di vivere in un mondo in fieri, dove tutto è legato fortemente al mondo della natura da scoprire, da conquistare e dominare. Qui l’uomo non può che avere parte di attore principale, in un mondo completamente nuovo, libero da schemi e convenzioni sociali obsolete. Questa è una sorta di romanticismo portato alle estreme conseguenze, direi quasi un’ evoluzione di esso, del tutto originale, e fuori dagli schemi ,che porterà addirittura, ad una sorta di pacifismo di Whitman. Il carattere fortemente innovativo è dato, non solo, da una dimensione lirico panica, ma soprattutto da una narrazione fluida e continua, quasi un flusso di coscienza ante litteram, che farà da modello imprescindibile alla letteratura successiva del 900. Basti pensare ai romanzi di F. Scott Fitzgerald, in particolare al suo capolavoro ”Il grande Gatsby”. Qui si assiste alla descrizione in terza persona del personaggio principale: Gatsby, avendo una sorta di metaletteratura. Infatti, l’io narrante, allo stesso tempo narra e fa parte della narrazione, in maniera del tutto empatica, eppure allo stesso tempo distaccata. E’ il romanzo del sogno americano, rappresentato dall’ amore per Daisy. Tutto è fatto, è teso verso di lei, al raggiungimento della soddisfazione sociale, intima e personale, alla quale ha diritto ogni uomo.

Sono gli anni ruggenti, della Parigi intellettuale tragica e anticonformista, eppure lucida e, inevitabilmente, ottimista della lost generation ( Hemingway, Miller, ecc.). Il fascino indiscutibile dell’opera sta proprio nell’ aspirazione e nella certezza che si può e che si deve essere felici. Ma ciò che è davvero importante, l’aspirazione ad esserlo, perché questo in ogni caso farà migliorare la nostra esistenza e , in qualche modo, farà realizzare il nostro sogno. Ed è alla luce di queste nuove consapevolezze, che nasce il jazz, espressione viva e tangibile di un’ aspirazione dell’ anima ad esprimersi liberamente. Esso è fuori dagli schemi musicali classici, ricco di inevitabili apporti multietnici, di originali virtuosismi tecnici, che non lo rendono affatto primitivo ma, al contrario, capace di esprimere tutta una cifra emotiva, quanto mai struggente, coinvolgente, e direi, quasi di natura esistenzialista.

La nascita del jazz e di altri generi, come ad esempio, anche il blues, ci fa capire come l’America cominci a interrogare se stessa, ad acquisire una maturità artistica , intellettuale e sociale che dà il segno della sua evoluzione. Sarà l’opera di E. Lee Masters, Antologia di Spoon River, ricalcata sul modello classico dell‘Antologia Palatina, teoria di epigrafi dei cittadini di Spoon River, col suo carattere fortemente dissacratorio, ironico, introspettivo, asettico eppure partecipe, che l’America darà prova delle sue istanze ed esigenze di rinnovamento, ma anche di riflessione. Questo misto di lucidità ed inesauribile ottimismo, si esprimerà ancora di più nell’opera di Steinbeck. Nel suo indimenticabile “Furore” (Grapes of Wrath, grappoli dell’ira) tradotto con molte riserve e censure in Italia durante il fascismo, proprio per il suo carattere di denuncia sociale, si descrivono tutte le traversie di una famiglia, la sua odissea durante la Bowl of Dust ( tempesta di polvere) che seguì la Grande Depressione. E’ descrivendo il viaggio forzato lungo la mitica Route 66 alla ricerca di una felicità e serenità perduta, che Steinbeck trova la forza e il coraggio di interrogarsi sull’ esistenza del sogno americano. Esso può essere ancora possibile, nonostante tutto, alla fine del romanzo, però deve essere frutto di una sofferenza, di un’aderenza ad un ideale etico capace di superare ogni difficoltà materiale , dando prova così di una superiorità morale al di là di ogni nichilismo. Si rivivono qui, tutti gli 
ideali di giustizia, di desiderio di riscatto, di inesauribile spirito di lotta, di valore della dignità e della vita umana, che l’ autore vuole far emergere contro tutte le negatività apparenti.

Questo ottimismo commisto ad una lucidità e ad un pragmatismo, non offuscati da un orgoglioso senso di appartenenza, sono alcune delle caratteristiche del fascino indiscutibile che l’America ha esercitato su nostri intellettuali di grande levatura: Elio Vittorini, Giorgio Bassani, Cesare PaveseBeppe Fenoglio, Fernanda Pivano. Essi, nell’ antologia “Americana” curata da Vittorini,pur in clima provinciale fascista, esprimono pienamente tutta la loro ammirazione e , quasi, voglia di emulazione della letteratura e società americana. Logicamente, sono all’ oscuro delle tensioni razziali presenti negli stati del sud e della forte spinta alla competizione tipica della società americana. Vedono nell’ America, la terra dove tutti possono avere delle opportunità al di là della provenienza sociale o culturale, una terra promessa idealizzata, patria della libertà di pensiero, di espressione , di riscatto morale e sociale per masse di diseredati forse con un passato oscuro, ma sicuramente con un futuro tutto da conquistare. Questa spinta idealizzatrice, va considerata alla luce del periodo storico italiano ed europeo vissuto dagli intellettuali della prima metà del ‘900. Non a caso, anche lo stesso Kafka, nel suo romanzo “America”, assegna alla stessa il destino di terra ideale d’ iniziazione alla vita per il suo protagonista, le dà il ruolo di luogo scevro da ogni fantasma o ideologia, quasi un’ utopia tragica, amara, eppure necessaria, per una rinascita. Anche se la società americana dei primi anni ’30, appare priva di ogni ipocrisia sociale borghese, libera , disinibita, quasi una tabula rasa su cui poter scrivere il proprio destino, ciò è solo frutto di un immaginario collettivo fortemente ideologizzato. Infatti,è proprio in questo periodo, che assistiamo ad una presa di coscienza delle inceppature del meccanismo sociale e produttivo americano.

Prova intelligente ne sono i film di Chaplin, opere ironiche di denuncia sulla catena di montaggio, sulla condizione dell’ infanzia e della donna. E’ l’ America che svela dolcemente il suo volto amaro. Da una parte il proibizionismo , l’ allure delle gangs di New York e Chicago, dall’ altra i clubs del ghetto di Harlem, dove però i bianchi non disdegnano di ascoltare il blues e il jazz più trasgressivi. E’questa innata contraddizione tra America prigioniera dei sermoni dei padri del Midwest , del culto delle armi giustificato dalla difesa della libertà personale, da un senso di giustizia biblico , e tra voglia di trasgressione, di fuga verso Key West, Cuba, in generale verso un sud solare e passionale, che è sospesa l’America negli splendidi romanzi di Hemingway ( Fiesta, Il Vecchio e il Mare)e, in quello che sarà il simbolo di una generazione: “Ond the road” di Jack Kerouac. Siamo lontani dall’America oleografica di Hollywood, desiderosa di dare di sé un ‘ immagine vincente, positiva, bellissima e artefatta , apparentemente semplice, ma in realtà sofisticata e sognante.E’ quella mitica di “Ombre rosse” di J. Ford , della strabiliante musica di Gershwin in “Un americano a Parigi” o di Rapsodia in blu, delle note di Cole Porter, di “Moonlight Serenade” e molto altro.

Questa onnipresente dicotomia, tra l’ apparire vincenti a tutti i costi sia a livello professionale che personale, ignorando la fragilità insita nell’ uomo e il suo valore ontologico, e tra voglia di ribellarsi a questo sistema, di uscire fuori da un clichè che stritola, che rende infelici, e alla perenne ricerca di se stessi , che darà senso all‘eterno andare e ricercare del romanzo di Kerouac. Ciò che conta è andare senza sosta da una costa all’ altra, da nord a sud, con il miraggio del Messico, visto come frontiera di libertà, come lo era per Hemingway, cercando rapporti umani veri, trasgressivi e non, purchè vissuti in totale libertà, nella speranza di trovare un io che potesse consentire di vivere fuori dagli schemi (vedi Gioventù Bruciata con James Dean o Fronte del porto con Marlon Brando e la sua Harley Davidson). Non a caso questo manifesto della beat generation sarà il cult-book degli anni ’60. L’ America ormai, sarà quella de “Il buio oltre la siepe”, di films indimenticabili come “Indovina chi viene a cena” o “Il laureato”, con il sottofondo di “Sound of Silence” di Paul Simon. E’ la nuova frontiera di John Kennedy e del sollevarsi della questione razziale, delle parole di Martin Luther King, dei Peanuts di Schultz, del rapporto Keynes sulla sessualità, della rivolta del campus di Kent State, e del 
raduno di Woodstock.

Tutto questo, segnerà realmente una svolta dopo i tempi duri del maccarthismo più retrivo di Edgar J. Hoover. Non a caso, questo clima sarà magistralmente descritto dalla penna corrosiva e impietosa di Philip Roth, dall’ ironia di Saul Bellow e, in precedenza, dai lavori di Arthur Miller e di Tennessee Williams. Sarà soprattutto Philip Roth a descrivere spietatamente lo sfaldamento, la crudeltà e il razzismo strisciante della società americana. In “Ho sposato un comunista”, taglia col bisturi l’America di Truman, fiera del proprio patriottismo, reduce dalla guerra di Corea,ottimista, orgogliosa dei suoi ideali di libertà, di democrazia, eppure ipocrita, impaurita da ciò che si direbbe non “politically correct”, tanto da scivolare nel più feroce anticomunismo, cioè in quella sorta di caccia alle streghe che impregnerà tutta la compagine sociale americana.

Naturalmente, questo clima di sospetto e di censura è in netta contraddizione con gli ideali professati dalla più grande democrazia del mondo. Ma Philip Roth andrà oltre, tanto che nel ’97, con “Pastorale americana”, il suo capolavoro, descriverà la dissoluzione di una famiglia americana, di tutti i suoi valori fondanti , resi vacillanti dalla sconfitta in Vietnam prima, poi dalla guerra del Golfo , dalla percezione così di un relativismo sociale devastante, anche nella dimensione più intima e personale. L’America finalmente, con Roth, arriva ad una matura autocritica. Si avverte l’esigenza di non inseguire solo il proprio sogno di autoaffermazione sociale. Si percepisce per la prima volta, la consapevolezza di vivere in una società schizofrenica e solitaria, dove la mancanza di un’ affermazione totalizzante dell’io , vissuto in maniera soddisfacente sia nella sfera affettiva che in quella sociale, porta inevitabilmente alla perdita di sé e all’ infelicità. In sintesi, nell ‘America contemporanea, per Roth, giustamente, i valori devono diventare non quelli di Wall Street e del successo, ma quelli che valorizzano l’affettività, la condivisione dei sentimenti., la ribellione alla solitudine.

Questa è l’America matura dei saggi contro la pena capitale, uno per tutti “Colpevole d’ innocenza” di John Grisham, delle rivendicazioni contro lo sfruttamento delle riserve naturali, delle azioni legali a favore degli “homeless” contro le grandi compagnie di assicurazione, che non danno assistenza sanitaria. E’ il volto povero, oscuro, ignorante e ignorato di chi usa e spaccia crack e metanfetamina nelle periferie più degradate o degli operai dell’ industria estrattiva e mineraria negli stati più poveri e disagiati.

Quest’ America retriva e innovativa, incredibilmente ancora puritana., ma dal volto dei casinò di Las Vegas e della maternità surrogata ,della pena capitale e delle comuni new age di San Francisco, è sempre quella che ha originato i miti del XX e del XXI secolo. Basti pensare al geniale e delicato artista della solitudine che è stato Edward Hopper, al suo eclettico antagonista Jackson Pollock, al mito, non solo artistico, ma ormai iconico che è stato ed è Andy Warhol con la sua pop-art. Andando oltre, come non pensare a Steve Jobs. La sua capacità di andare oltre l’ orizzonte del contingente,di vedere il futuro e di crearlo senza barriere o preconcetti, sono espressi nel suo “stay hungry, stay foolish”( siate affamati, siate folli), che rappresenta l‘ essenza autentica di un paese forte, coraggioso, multietnico, sempre alla ricerca di una frontiera da superare, pronto per questo anche a cadere ma sempre a rialzarsi con coraggio. E’ lo stesso anche che ci ha fatto sognare con i miti di Holliwood, con i blue- jeans, con il web , i social, il rock ‘n roll, ma anche riflettere e sperare con le voci di Ella Fitzgerald, di Billie Holliday e con l’immagine nella mente di un soldato americano che ci regala la libertà, il dono più prezioso.

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