24 marzo 2019 17:33 Cultura di Matteo Vocale

Dopo più di vent'anni, ovvero dalla metà degli anni '90 del secolo scorso, il 2019 ha visto ripristinata la "cuccagna" nella località di S. Giuseppe, una collina alta 400 m slm, un paio di km in linea d'aria a sudovest del centro abitato di San Nicandro Garganico. All'epoca, era inserita nei festeggiamenti generali in onore di S. Giuseppe, del quale, proprio sulla collina, insiste almeno da qualche secolo un eremo, con tanto di cappella rurale, la cui facciata assai semplice, se si escludono il frontone triangolare, lo stipite a volute dell'entrata, qualche concio in tufo scolpito in maniera piuttosto stilizzata e gli interni con altare in barocco povero, fa risalire la fabbrica attuale al primo Settecento.

I grandi festeggiamenti odierni, proiettati tutti verso la cuccagna (un agone popolare antichissimo, diffuso in tutta Europa, introdotto forse in Italia dai Franchi di Carlo Magno e tuttora assai in voga soprattutto nel Nord Italia), nonostante la lodevole iniziativa nell'aver restituito un momento di forte aggregazione sociale e di identità popolare ancora vivo nella memoria di molti, non hanno certo evitato di far emergere come forte contraddizione l'assenza della ragione vera di quella festa più o meno antica: il culto al santo patriarca Giuseppe. Come se - diceva qualcuno - si celebrasse un compleanno senza aver invitato il festeggiato.

Il motivo risiede nel fatto che la chiesetta, da alcuni anni, non è più adibita al culto e la statua del santo (un simulacro in cartapesta risalente agli anni' 40, probabilmente posto li in sostituzione di un'immagine su tela ben più antica) risulta deliberatamente scomparsa nel nulla. Ma facciamo ordine (sia pure in modo sintetico e a tratti superficiale, con la promessa di approfondire presto), sperando di chiarire la situazione, in modo anche funzionale al ripristino della festa nella sua completezza, quindi ad iniziare dall'aspetto religioso e solo dopo, a finire con quello ludico.

La chiesetta di S. Giuseppe con l'annessa abitazione eremitica è citata dalle prime visite pastorali che i vescovi compivano sul territorio e cioè sin dal Seicento, quando sappiamo che era tra i beni posseduti, insieme alle terre circostanti, dai Cattaneo Della Volta principi di San Nicandro. La ritroviamo quasi sempre custodita da un eremita (ve ne sono diversi nomi nei secoli), a cui il vescovo raccomanda sempre di tenere in debito decoro la chiesa cosicché possa amministrarsi il culto. Con le leggi eversive della feudalità, all'incirca nel 1808 (Giuseppe Bonaparte), mentre il territorio circostante passò al demanio pubblico, la chiesa e le sue pertinenze dovettero essere trasferite alla giurisdizione ecclesiastica, per ovvie ragioni di culto. Continuerà, comunque, ad essere accudita da eremiti che, di fatto, ne detenevano il possesso per conto della Curia vescovile di Lucera. Cosicché, verso gli anni '60, ne risultava in possesso, per successione dai Mastrovalerio, la famiglia Bronda, la quale per motivi logistici (risiedeva fuori San Nicandro) ed economici non riuscì a mantenere una fabbrica che già nei secoli addietro risultava sempre precaria, tanto che qualche eremita si era trovato dai vescovi dormire in un angolo della chiesa.

Tuttavia, continuava a praticarsi il culto, poiché la chiesa era nella sostanza agibile: già negli anni '40, da testimonianze orali e fotografiche, sappiamo che il 19 marzo, festa di S. Giuseppe, dai sannicandresi si soleva recarsi a piedi alla collina, partecipare alla messa e fare scampagnata. Negli anni '50, invece, è già documentata la festa con messe, processione e giochi ludici.

Sul finire degli anni '70, i festeggiamenti erano ormai consuetudinari, con gran concorso di popolo. Il culto veniva amministrato dalla parrocchia di S. Biagio, a cui la curia vescovile aveva delegato, per competenza territoriale, ogni giurisdizione riguardante la chiesa. Fu proprio sul finire di quegli anni che Michele Ciavarella (l'attuale possessore), insieme ad altri amici, si interessò del luogo al fine di restaurarne i locali e provvedere ad accomodare anche il tetto della chiesa, al punto che, come risulta da una scrittura privata del 16 aprile 1980, chiese ed ottenne dal vescovo dell'epoca di occupare, sempre a nome della Diocesi, i locali e di utilizzarli come meglio credeva ma sempre in ossequio alla morale cattolica.

Il 5 febbraio 1982 il vescovo Angelo Criscito, integra tale concessione, precisando che la direzione del culto e delle funzioni religiose rientrava nella pertinenza esclusiva del parroco don Giuseppe De Francesco, al quale (sempre in quanto parroco) saranno poi assegnati in proprietà (decreto vescovile del 18 ottobre 1986), con tutti gli usi e diritti inerenti, gli immobili in oggetto.

Tuttavia, il 29 agosto 1983 il vescovo fu costretto a revocare per iscritto a Ciavarella l'affidamento del complesso, ritenendo che lo stesso li avesse distolti dalla loro naturale destinazione religiosa e cattolica. Ma Ciavarella non lasciò affatto i locali, continuando ad usufruirne non soltanto per accudirli, restaurarli, vigilarli ma anche per professare sue personali convinzioni religiose, pubblicizzando con manifesti affissi anche nella chiesa un movimento religioso che lo stesso intendeva istituire sul posto ma in evidente contrasto alla religione cattolica. La concessione, quindi, si trasformò in possesso di fatto da parte di Ciavarella, nonostante le proteste dei vescovi succedutisi e del parroco di S. Biagio, benché comunque solo la chiesetta continuò ad essere gestita dalla parrocchia, che ogni anno ufficiava il secolare culto del santo il 19 marzo.

Tale situazione durò dal 1983 al 2000, periodo entro il quale i festeggiamenti avevano visto un progressivo affievolimento fino a scomparire, dapprima con l'alibi di parte clericale che la festa cadeva in Quaresima (benché le norme liturgiche prevedano comunque il 19 marzo come solennità), successivamente per essere i luoghi impraticabili a causa dei lavori di valorizzazione dell'area con un parco attrezzato, che il Comune mise in cantiere proprio intorno agli anni Duemila.

Alla fine degli anni '90, con la revisione dei territori operata dalla curia vescovile di San Severo, la giurisdizione parrocchiale passò alla Chiesa Madre. Il 2 marzo 2000, il parroco dell'epoca, don Mario Francescano, intimò per iscritto a Ciavarella di lasciare i locali entro tre giorni. Ciavarella non tenne alcun conto della missiva. La sera del 2 luglio dello stesso anno Ciavarella trovò i lucchetti di accesso al luogo cambiati, tanto da non potervi accedere. Si seppe che la mattina, il parroco insieme all'allora sindaco Nicandro Marinacci e ad alcuni vigili urbani, si era recato sul posto per far sostituire le serrature.

Ne nacque un contenzioso, entro il quale Ciavarella (difeso dagli avvocati Bucci e D'Angelo) chiedeva il reintegro in possesso del bene, mentre il parroco (difeso dagli avvocati Gianmario e Alfonso Zaccagnino) si opponeva ritenendo che Ciavarella non poteva vantare possesso su un bene fuori commercio (art. 1145 CC) ma andava qualificato come mero custode.

Il 20 ottobre del 2000 il giudice ordina, in attesa di sentenza, di restituire il libero accesso a Ciavarella per attività di custodia e di vigilanza del luogo, compatibilmente con il pari esercizio delle esigenze di culto della parrocchia. Nel frattempo, nel 2003 parroco della Chiesa Madre diviene don Matteo De Meo, in capo al quale passano le competenze in giudizio. Nella causa era comparente anche la Coop. Sant'Elena, che per conto del Comune curava la custodia del parco attrezzato. Nelle udienze successive, stando a quanto scrive il giudice Stefania Izzi, sia il parroco, sia la Sant'Elena permanevano contumaci.

Il 9 novembre 2006 si concludeva il contenzioso presso il tribunale di Rodi Garganico: il giudice Izzi, richiamando l'ordinamento giuridico italiano che non consente ai cittadini di farsi giustizia da se senza ricorrere alle vie legali e invocato l'art. 1168 del CC, ritenne che nel 2000 il parroco avrebbe dovuto rivolgersi all'autorità giudiziaria per far valere i suoi diritti, invece di porre in essere una ingiustificabile azione prevaricatrice. Pertanto, Ciavarella fu riabilitato al possesso del bene, "da esercitarsi - si legge nella sentenza - nel rispetto della sua destinazione d'uso come specificato in motivazione", ovvero "va peraltro ripristinata la situazione che esisteva precedentemente allo spoglio subito, compresa la destinazione d'uso della cappella a luogo sacro della religione cattolica e chiesetta nella particolare solennità di S. Giuseppe".

E' storia che tale sentenza fu rispettata - e tale permane tuttora - solo nella parte che riguarda il possesso legittimo di Ciavarella (fermo restando che il diritto di possesso è diverso da proprietà). Infatti il legittimo possessore (poiché legittimato da sentenza verso la quale non fu mai mosso ricorso), fino ad oggi risulta aver utilizzato la chiesetta - dalla sommitá del cui frontone è stata anche divelta la croce in ferro battuto - sempre per attività non solo di altra natura, ma avulse alla religione cattolica in quanto di tendente stampo panteistico con elementi ebraici rielaborati, al punto da definirla pubblicamente e in modo continuativo la "chiesa del perdono infinito".

Dal 2007, inoltre, risulta scomparsa la statua ivi venerata e la nicchia dell'altare è stata prontamente chiusa dapprima con un pannello riportante i Dieci Comandamenti e successivamente, fino ad oggi, con l'iscrizione "Chiesa del Perdono Infinito". Nella chiesa, negli ultimi anni, hanno avuto luogo esposizioni di cartelli illustrativi della personale religione elaborata da Ciavarella, nonché pronunciamenti di dottrine di varia natura, di stampo escatologico, che da oltre un decennio occultano di fatto e coram populo qualsiasi riferimento alla religione cattolica, facendo ritenere ai più che la chiesa sia sconsacrata.

Sebbene non possa dirsi tale, poiché occorrerebbe un decreto del vescovo, a norma dei canoni 1210, 1211 e 1212 del Codice di Diritto Canonico la chiesa può essere sicuramente ritenuta come profanata. Ciò significa che per tornare ad esercitarsi il culto, occorre un rito appropriato che la restituisca ai fedeli.

Dalle vicissitudini appena raccontate, appare chiaro non solo che l'idea del parroco e del sindaco dell'epoca di estromettere Ciavarella dal complesso con la forza fu assolutamente inopportuna e, di fatto, perdente. Ma anche che nell'ultimo quindicennio è mancato un vero interesse per la questione e da parte del parroco o dei vescovi succedutisi, sia in sede di giudizio sia nel far valere le disposizioni della sentenza; e da parte della popolazione. Benché, è da dire, la parrocchia di riferimento, la Chiesa Madre, non sembra certo nelle facoltà economiche di potersi giocare in ulteriori contenziosi (che pure la vedrebbero vincente, stante la situazione).

Quale, dunque, la soluzione. E' sicuramente necessario e opportuno eleggere la soluzione pacifica: quella che ristabilisca i legittimi diritti delle parti. Dove Ciavarella deve rinunciare, come stabilito dal giudice, ad ogni diritto sulla chiesa, che deve ritornare ad essere il luogo di culto cattolico che è stato nei secoli sin dalla sua remota fondazione e a cui, tra l'altro, risulta dedicata (la dedicazione, in questo caso a S. Giuseppe, oltre ad essere un rito, avveniva con atto notarile e assumeva quindi valore giuridico).

Chissà che la nostra comunità cittadina riesca a dar prova di tornare a saper guardare agli strumenti di pace, senza dover ricorrere, nuovamente e come sempre, alle aule dei tribunali.

Numero di volte letto: 2005